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24 settembre 2012 1 24 /09 /settembre /2012 15:10

The-Words.jpgI romanzi e le fiction letterarie sono sempre in qualche modo il risultato di un furto.
Quante volte capita che i romanzieri, grandi collettori di storie, dopo aver sentito sentono la narrazione orale di una storia, decidono di appropriarsene per farne l'idea portante di un loro libro? Tantissime.
Quanti sono gli autori che utilizzano materiali altrui senza citare le fonti? Tantissimi.

Qualche volte ciò traspare velatamente nella pagina finale dei "Ringraziamenti".

Ma il più delle volte la parte più corposa di ciò che è stato incamerato del materiale originale di altri viene spacciata per farina del proprio sacco.
E nessuno verrà mai a saperlo.

Come anche è risaputo che molti scrittori di grido e autori di best seller utilizzino spesso per la parte più faticosa del lavoro l'opera di ghost writer o "negri" che rimarranno sempre nell'ombra e che, a volte, sono enormemente talentuosi. 
Quanti sono i registi che, abilmente e con opportuni mascheramenti sono capaci di importare nel loro film un'idea di qualcun altro che sia stata già espressa in un romanzo o in un saggio, ma in maniera tale da non dovere impegnarsi al riconoscimento di costosi diritti d'autore?

Il furto di un romanzo fa parte della più ampia categoria del "furto" o "appropriazione indebita" di opere dell'intelletto e dell'ingegno altrui, una figura "penale" ampiamente trattata nella giurisprudenza cui spetta la definizione di "plagio" (non nell'accezione di influenzamento di una mente più debole, però).
Il "plagio" può riguardare qualsiasi opera dell'intelletto ed è considerato un reato particolarmente odioso: specie nella letteratura, poichè chi ruba un'opera altrui si appropria anche di tutto ciò che ha portato a quel costrutto particolare, soltanto che non avendo vissuto gli stessi identici percorsi di vita, in seguito - quando a causa di quell'opera diventerà un personaggio pubblico - potrà soltanto scimmiottarli, esibendo in una qualche misura una falsa identità, visto che - in qualche modo - la scrittura creativa é lo specchio dell'anima.

Oppure, come alternativa dovrà chiudersi in un cupo ermetismo comunicativo.
Su questo tema, vorrei ricordare - nell'ambito della narrativa - il magistrale "Notizie sull'autore" di John Colapinto (Ponte alle grazie, 2002) e naturalmente l'inossidabile (e geniale) romanzo breve di Stephen King, Finestra segreta, giardino segreto (Secret Windows) contenuto nell'antologia "Quattro dopo mezzanotte" e trasposto con maestria in un film omonimo (David Koepp, 2004, con la bella interpretazione di Johnny Depp nella parte dello scrittore, alle prese con un insormontabile writing block e in preda ad una crisi esistenziale che sfocia nel delirio).
 
Il furto di un'opera altrui, come illustrano i due romanzi citati può avvenire nel caso di scrittori che non riescono a far decollare la propria carriera (Colapinto) o di scrittori che hanno prodotto e che sono ora alle prese con una blocco di scrittura (King) e che, magari, nonsono mai stati autentici scrittori perchè all'inizio della loro carriera hanno "rubato" l'ispirazione di qualcun altro.
Rubare in questo caso, significa appropriarsi un maniera irrevocabile di qualcosa della vita dell'altro: e per questo tipo di furto non c'è risarcimento possibile.
E' come con il doping: se qualcuno vince una gara sportiva dopandosi, ruba il merito a chi è arrivato dopo di lui/lei.
Se la frode sportiva viene sventata, il titolo va di diritto a chi era stato spodestato con l'inganno. Ma il danno morale, non lo pagherà più nessuno. Che merito c'è a salire d'ufficio ex-post su di un podio internazionale solo perchè il prim
classificato viene riconosciuto come "dopato". E tutto ciò che si è perso chi lo potrà mai restituire?
Il plagio di un'opera letteraria già pubblicata, oppure l'appropriazione e l'intestazione a sé di un'opera altrui ancora non pubblicata rappresentano - nel campo della letteratura - dei fatti particolarmente odiosi, per i quali non esistono risarcimento o azione di emendamento del guasto arrecato possibili.
L'idea del film The Words (USA, 2012), uscito proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche, è sostanzialmente buona, supportata da due attori rilevanti come Jeremy Iron, l'"uomo vecchio", e Dennis Quaid, nella parte dello scrittore Clay Hammonds che, in un reading letterario racconta - con il supporto di brani selezionati - ad una folta platea di uditori il suo romanzo di successo "The Words" in cui ha sviluppato la storia di Rory Jansen, uno scrittore esordiente che balza al top del successo con una scrittura narrativa, ricavata dal dattiloscritto del romanzo perso a suo tempo dal suo vero autore). Negli intervalli del suo reading, Clay Hammond viene interrogato da una sua ammiratrice (nel contempo anche ricercatrice) sul senso della sua scrittura, senza riuscire a dare delle risposte esaurienti e definitive, poichè ciò che l'ha mosso è stato soltanto il cinismo di voler scrivere un rmanzo di successo.
La trama - supportata da una buona idea che è quella di porre la creatività della scrittura come un incastro labirintico di scatole cinesi - perde di incisività e s'impantana in una lentezza esasperante, tuttavia, con una diluizione degli interrogativi che vorrebbe lanciare su quale senso abbiano la scrittura e lo scrivere, quando non si è capaci di sperimentare il dolore e la sofferenza di ciò di cui si scrive, ponendo il problema di base che l'unica scrittura veramente incisiva possa essere soltanto quella autobiografica che si fondi su esperienze di gioie e di dolori autentici, vissute ed incise profondamente sulla propria pelle e nel proprio animo e quando possiede nella sua genesi un significato catartico-rievocativo delle gioie e dei dolori sperimentati.
Tuttavia, benche le tematiche trattate siano complesse ed articolate, suggerendo un'intensa riflessione sul tema della scrittura e sul suo senso, lo spettatore comune esce dalla sala cinematografica - a fine proiezione - avvertendo che gli è sfuggito qualcosa oppure sentendo che il percorso narrativo da qualche parte si sia irrevocabilmente inceppato, al punto da far apparire alquanto scialba anche l'interpretazione dei due attori di maggiore rilievo presenti nel cast.



(da www.mymovies.it) The Words (USA, 2012). Clay Hammond (Dennis Quaid) è un celebre scrittore corteggiato da una seducente dottoranda che vorrebbe carpire la verità dentro e dietro il suo romanzo. Avvicinato durante una lettura pubblica, Clay si limita a confessare i primi capitoli del libro introducendo la vita del suo personaggio: Rory Jansen (Bradley Cooper), che si sogna scrittore e sogna il libro della vita, libro che arriverà dentro una vecchia ventiquattrore e non attraverso un'ispirazione. Pubblicato e raggiunto il successo a colpi di premi letterari, Rory viene seguito e poi ammonito da un vecchio signore (Jeremy Iron) che rivendica la paternità del libro e la storia della sua vita. Scoperto, Rory proverà a rimediare e poi a convivere con la menzogna e i propri limiti. A non riuscirci sarà la giovane moglie a cui lo scrittore, alla maniera del suo creatore, ha mentito. Perché Rory è probabilmente una proiezione di Clay e Clay il prosatore di se stesso.
The Words, film d'esordio degli sceneggiatori Brian Klugman e Lee Sternthal, è un dramma intrigante intorno al tema della narrazione, una riflessione sull'arte di raccontare storie, o più propriamente sul bisogno di farlo. Al punto di rubare un manoscritto per farsi scorrere tra le dita il piacere delle parole o di ripudiare la propria consorte per averle perdute. Storia dentro un'altra storia che diventa Storia, The Words è affollato di personaggi col vizio della scrittura: chi lo fa per mestiere, chi ha un romanzo nel cassetto, chi ha perduto il libro della vita insieme alla propria vita. Tutti registrano un'urgenza di comunicare, di esplorare e di esplorarsi, di dare uno sfogo alla tristezza e una forma alla vita, di ritrovare quello che si è sprecato, di scoprire quello che non si è mai avuto. La cornice del film è un reading letterario, letteralmente narrante, dove non è nemmeno sempre chiaro cosa è vero e cosa no, chi è chi, chi ha scritto cosa, chi ha inventato chi. Klugman e Sternthal confondono impercettibilmente i piani del reale e della finzione, dove i sogni e i desideri hanno la stessa nitidezza del momento presente. Alla maniera di una scatola cinese, Clay Hammond racconta Rory Jansen che plagia un vecchio uomo che romanza un amore conosciuto e poi smarrito come le pagine del suo libro. L'immaginazione per i tre protagonisti (Dennis Quaid, Bradley Cooper e Jeremy Irons), che potrebbero essere in fondo la stessa persona, è un laboratorio in cui fermentano le emozioni della vita reale e in cui fervono i preparativi per la vita reale, quella che si ha paura ad affrontare e su cui non ci è mai concesso un secondo giro. Ma se esiste un solo modo di vivere una vita, ne esistono almeno tre per raccontarla, suggerisce The Words, seguendo parallelamente quella reale e quella finzionale, quella creata e quella rubata, quella navigata e quella naufragata. L'idea dei registi, nel modo del cinema, mette il mondo in movimento dentro una cornice e attraverso le parole. Parole seminate nelle immagini in attesa che attecchiscano stando a vedere (e ad ascoltare) quello che succederà.

 

 

 

Scheda Film
Un film di Brian Klugman, Lee Sternthal.
Interpreti principali. Con Bradley Cooper, Jeremy Irons, Dennis Quaid, Olivia Wilde, Zoe Saldana. «continua Ben Barnes, Nora Arnezeder, Michael McKean, John Hannah, J. K. Simmons, Ron Rifkin.
Titolo originale: The Words.
Genere: drammatico
Ratings: Kids+13
Durata: 97 min.
USA 2012. - Eagle Pictures
Uscita venerdì 21 settembre 2012

 

 

 

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22 settembre 2012 6 22 /09 /settembre /2012 08:10

Bourne-Legacy.jpgI servizi segreti negli Stati Uniti (e non solo lì) rappresentano di fatto una sorta di para-stato che decide delle sorti del mondo.
Queste è palese, anche se non sempre è possibile provare su solide basi questa affermazione, perchè le magagne il più delle volte rimangono occultate.
Sono loro i veri padroni del mondo assieme ai potenti che li manovrano e che non sono mai i politi e i governati: quelli sarebbero solo dei fantocci, semplici ostaggi di chi con il peso del proprio potere finanziario li ha fatti eleggere (sono molte ed articolate le teorie complottiste, tra cui quella che ipotizza l'esistenza del "Club Bilderberg" ampiamente tracciata nell'inchiesta di  Daniel Estulin).
A fronte dei complottisti, si pongono con fermezza i negazionisti, quelli che sostengono che tutto è limpido e trasparente e che non ci sono "piani" segreti che vengano portati avanti, che non ci sono manipolatori etc.
Dove starà la verità? Forse, nel mezzo.
Romanzieri e cineasti USA ci porgono dei plot in cui tali verità sono esemplificate, imbellettate e trasformate in puro entertainment (il più delle volte adrenalinico).
Sicuramente, nel preparare le loro opere si documentano e, in un contesto dichiarato di fiction narrativa, possono osar lanciare delle ipotesi (o dire delle verità) che nemmeno il più agguerrito giornalismo d'inchiesta potrebbe mai partorire.
E' il caso del recente film statunitense "The Bourne Legacy", ispirato ad una delle storie della serie di romanzi d'azione iniziati con "The Bourne identity" e creati dal famoso best seller writer Robert Ludlum.
Nel continuare il filone di quella storia, in cui - si ricorderà - Bourne (l'uomo senza memoria e senza identità) era interpretato da Matt Damon,  qui il tema è quello di agenti segreti, forniti di una falsa identità che vengono addestrati in maniera "speciale" per potere essere efficaci macchine di morte o da guerra. L'addestramento avviene non soltanto attraverso le tecniche cognitive-comportamentali e con il condizionamento, ma anche con l'uso di farmaci che potenziano le funzioni cellulari (sia quelle che determinano una maggiore resistenza alla fatica e allo stress, sia quelle che governano la rigenerazione tissulare, sino a quelle da cui dipendono le capacità di apprendimento e il potenziamento del Q.I. e delle capacità di problem solving. Ma - e questo è l'aspetto più inquietante - in una "naturale" evoluzione della sperimentazione, che deve portare questi soldati a compiere con elevate possibilità di successo missioni pericolose, vi è anche la manipolazione genetica mediante inoculazione di materiale virale che convoglia delle stringhe di DNA all'interno di specifiche cellule-bersaglio per attuare dei veri e propri innesti genetici.
L'obiettivo - in combinazione con le altre tecniche e con l'esposizione a condizioni di addestramento severe e richiedenti è quello di fare di questi agenti delle macchine da guerra più resilienti, se non addirittura invincibili e, soprattutto, efficaci.
Fantascienza o realtà? Forse para-realtà... Forse, qualcosa del genere accade veramente... Del resto, anche se ne mancano le prove, non si parla già di "doping genetico"?
Il film è dominato da questa realtà narrativa.
Un soldato "speciale" è alle prese con la decisione dei manipolatori che stanno nell'ombra (autentici padroni della vita e della morte delle loro pedine) di interrompere il programma  in corso ("Outcome", supportato da importanti gruppi di ricerca farmaceutica),  e terminando i suoi agenti per timore che tutto il marcio possa venire alla luce. Il male minore viene scelto: le cavie sono sacrificabili.
Tanto appena sarà passata la maretta mediatica si potrà nuovamente ricominciare.

Il film è pura adrenalina e si vede dall'inizio alla fine con il fiato in gola.
Non delude, se piacciono i film d'azione.


 

 

Scheda film
The Bourne Legacy
Un film di Tony Gilroy. Interpreti principali: Jeremy Renner, Rachel Weisz, Edward Norton, Stacy Keach, Oscar Isaac, Joan Allen, Albert Finney, David Strathairn, Scott Glenn, Donna Murphy, Michael Chernus, Corey Stoll, Elizabeth Marvel, Sheena Colette, Dennis Boutsikaris, Michael Papajohn, Corey Johnson, Louis Ozawa Changchien, Rachel Black, Michael Berresse, Nilaja Sun.
Genere: Azione
Ratings: Kids+13
Durata 135 min.
USA 2012 - Universal Pictures
Uscita venerdì 7 settembre 2012


 

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19 settembre 2012 3 19 /09 /settembre /2012 09:34

La bella addormentata BellocchioBella addormentata (Marco Bellocchio 2012), a distanza di quasi quattro anni dai fatti legati alla morte di Eluana Englaro, riprende l'atmosfera che si respirò in quei giorni, non tanto con piglio documentaristico, ma attraverso la narrazione di stralci di vita di personaggi in misura diversa toccati dalla  quella vicenda.

Casi di vita in cui l'evento portato all'attenzione dei media, mette in luce conflitti, contraddizioni, dolorose esperienze pregresse o interrogativi circa le difficili congiuntur personi che sono nella vita di ciascuno.

Un senatore della repubblica (Toni Servillo) é combattuto tra la disciplina di partito (appartiene al PdL e c'è da votare- con ordine di scuderia da ottemperare - la legge che regolamenta "alimentazione e reidratazione" dei malati terminali) e la sua coscienza che lo spinge in una direzione sintona con le scelte di Peppino Englaro.

La figlia, invece è a favore della vita e della sua preservazione ad ogni costo (ma la sua è una presa di posizione che scaturisce da un vissuto personale, risalente al momento della morte della madre), e tra loro - proprio in quell'occasione si sono attivati un'incomprensione di base ed un conflitto insanabili, fondati su un'equivoco (che poi verrà chiarito)
Un medico che sente lo scrupolo morale di occuparsi di chi è in difficolà e di soccorrerlo, prende a cuore il caso di una ragazza tossicodipendente e, ostacolandone con caparbietà i progetti suicidiari e trasmettendole un messaggio positivo e di speranza, si distingue dall'atteggiamento cinico dei colleghi che mettono scommesse sul numero di giorni che Eluana non più alimentata impiegherà a morire definitivamente.
Una ex-attrice in declino (Isabelle Huppert) che assiste con atteggiamento fanatica la figlia in coma profondo da anni e costretta alla respirazione assistita, al prezzo di distruggere affetti familiari, sogni di carriera e compromettendo la relazione con i vivi (marito e figlio).

E, infine, va in scena, l'atteggiamento cinico dei politici dello schieramento berlusconiano che per compiacere gli alti prelati della chiesa e l'elettorato cattolico, vogliono vararre a tutti i costi una legge liberticida e moritificante. Questi ultimi, i politici, senza sbavature, in poche scene incisive (si potrebbe dire con poche, vigorose, pennellate), sono messi alla gogna e sbeffeggiate. Vedi su di essi, la lucida analisi dello psichiatra-senatore che probabilmente espone - come un alter-ego - il pensiero dello stesso Bellocchio).
Il regista non ha rappresentato in un solo istante Eluana morente e nemmeno il padre Peppino con la sua eroica decisione, la loro vicenda rimane sempre nello sfondo, puro pretesto narrativo e catalizzatrice di eventi personali, di cambiamenti e di trasformazioni, confortata da documenti televisivi dell'epoca, da spezzoni di dibattiti in TV e del dibattito parlamentare infervorato che ha proceduto la proposta di legge, poi interrotto bruscamente dal sopraggiungere della morte di Eluana.
E' un film che rievoca quei giorni e le profonde lacerazioni che scossero in quell'occasione i cla coscienza morale dei cittadini italiani e del mondo, mostrando impietosamente le ingerenze della Chiesa nelle scelte politiche e quanto l'argomento si presti all'attivarsi di fanatismi e fondamentalismi fuori luogo che distruggono il senso della pietas e della capacità/libertà di poter prendere caso per caso le decisioni più sensate (che soprattutto siano rese valide dall'obiettivo di alleviare un'inutile sofferenza ai morenti e ai vivi che li assistono.
Quello di Bellocchio (che vale anche come denuncia sociale di un tema in cui le conflittualità, secondo una modalità tipicamente italiana, si sono soltanto sopite, una volta che Eluana è uscita di scena, ma che rimangono nello sfondo pronte a riesplodere con un nuovo caso) é  chiaramente un film contro la "teologia del dolore e della sofferenza" di stampo cattolico retrò. E', infine, un film che pur essendo documento riesce ad utilizzare in pieno e in modo alto il linguaggio cinematografico, introducendo una narrazione "nobile", fatta di tensioni, di emozioni, e di sentimenti, ma senza facile e scontato sentimentalismo.

 

 

 

Sul "Caso Englaro", vedi anche dal mio blog "Frammenti"

 

(6 febbraio 2009). Caso Englaro: il governo, con piglio anti-umanitario, vara d'urgenza un decreto-legge per sospendere l'esecuzione della sentenza della Cassazione

 

(9 febbraio 2009). Il dolore per la morte di Eluana e la cinica strumentalizzazione dei politici

 

 

Scheda film
Un film di Marco Bellocchio. 
Interpreti principali. Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi 
Drammatico
Durata: 110 min. 
Italia 2012. 
01 Distribution 
Uscita giovedì 6 settembre 2012

 

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18 settembre 2012 2 18 /09 /settembre /2012 13:54

Prometheus, l'atteso film di Ridley Scott, oscillante tra il déjà vu e il novumE' finalmente uscito nelle sale cinematografiche italiane l'atteso Prometheus (Ridely Scott, 2012), che si è originato come prequel di Alien (il primo fil della saga firmato proprio da Ridley Scott uscì nel lontano 1979), ma che presenta siatuazioni e personaggi diversi, che comunque si innestano du di un filone narrativo ancora tutto da raccontare.
Il tema è quello dell'incontro con civiltà aliene e delle nostre origini, partendo dall'ipotesi affascinante che l'origine della nostra specie sul pianeta Terra sia derivata da una razza aliena che ha disseminato il proprio corredo cromosomico sul nosto Pianeta, in modo tale da dare origine alla nostra specie. Sulla base di reperti archeologici e sull'identificazione in una caverna di un graffito che rappresenta una mappa planetaria, un'astronave parte dalla terra in un ipoteico - ma non lontano futuro - futuro (siamo nel 1989, alla ricerca delle nostre origini per poter interrogare sulle nsotre origini i nostri artefici e porre loro alcuni interrogativi ultimi (per un approfondimento sulla trama vedi l'omonima voce su Wikipedia).
Conosciamo bene la moda dei prequel, nella cinematografia e nella letteratura.
Il Prequel nasce dalla tendenza sempre più spiccata a "serializzare" a produrre una sequenza di racconti scaturiti da una matrice unica, ma anche dal desiderio di "svelare", ciò che non era stato svelato prima (ciò che non era stato svelato, perchè non pensato e non esistente).
Solitamente, una vicenda narrativa - sia essa contenuta in un film o in un romanzo - nasce "in medias res". Ci sono qualche volta degli antefatti relativi ad un "prima" che a volte appena accennati oppure, altre volte, vengono poi resi noti attraverso il racconto di uno dei tanti personaggi che interagiscono tra loro. Al lettore o, in generale, al fruitore spetta il compito affascinante di colmare i vuoti con la sua fantasia.

E' anche ovvio che, soprattutto in ambito cinematografico il prequel nasce per esigenze di cassetta e per poter sfruttare al massimo un precedente successo commerciale, oppure anche per rinverdire la creatività logora di un regista.
Il caso di Alien di Ridley Scott fu particolare. Ma dopo la fortunata (ed inquietante) invenzione della creatura aliena con le caratteristiche d'una temibile - ed insensibile, forse nemmeno pensante, nel senso che noi diamo a questa parola - macchina di morte, Ridley Scott lasciò la realizzazione dei sequel ad altri registi che, comunque, una volta stabiliti i capisaldi della storia riuscirono ad essere all'altezza del compito, pur rimanendo all'interno dal canone stabilito da Ridley Scott.
Esce ora Prometheus. Sin dall'inizio, lo spettatore non infomato, ha delle strane sensazioni, poiché anche conoscendo a fondo la saga di Alien ha l'impressione che Ridley Scott stia copiando e citando se stesso.
La storia sembra differente (eppure in tanti aspetti identica) alla classica vicenda di Alien.
Insomma non si comprende dove il regista voglia andare  a parare.

L'incontro con le creature aliene è anche qui terribile e inquietante: esseri che parassitano i tessuti viventi e si trasformano, crescendo, all'interno dei corpi in entità mostruose, tentacolari, feroci, a volte con richiami suggestivi ai viscidi tentacoli de "La Cosa" di carpenter e ai suoi poteri metamorfici.
Viene messo in scena il solito - insanabile - conflitto tra gli scienzati (gli esploratori e gli uomini) che, nel confronto con vita su altri pianeti, vorrebbero agire secondo il principio di precauzione e coloro che invece vogliono procedere bruciando le tappe oppure che intravedono la scaturigine di grandi possibili prospettive dall'incontro tra la specie umana e quella aliena; oppure di quelli che vanno alla ricerca della formula della vita eterna e della protezione dal decadimento del corpo, dagli esiti infausti delle malattie e dalla morte.
Tutto questo si gioca nella claustrofobica ambientazione del pianeta dove, dopo molti anni di viaggio attraverso la galassia, atterra la spedizione terrestre alla ricerca delle tracce di vita aliena (e di quelli che sono immaginati sulla base dei reperti archeologici, come i nostri progenitori).
La trama procede multiforme, tra ripetizioni di cose già viste prima in Alien e di innovazioni, con un effetto perturbante, perchè si ha la sensazione di essere davanti a un déja vu che ha, nello stesso tempo, le qualità del jamais vu.
Tra le innovazioni, vi è certamente quella formale di un ritmo narrativo che è veloce, a tratti quasi esplosivo.
Alien, il primo film della serie, è al confronto un film "lento".

Sino all'ultimo si pensa che Prometheus sia un film del tutto nuovo che Ridley Scott ha realizzato, imitando se stesso, per poi dover ricredersi: siamo davanti ad una storia che , senza che ciò sia esplicitato in alcun modo, è un autentico prequel di Alien e che ci racconta come sia avvenuta la creazione del temibile, invicibile e tentacolare  "mostro" che poi perseguiterà i Terrestri di una successiva spedizione.
La conclusione, sfumata, ce lo lascia intendere, aprendo nello stesso tempo uno spazio vuoto, all'interno del quale altre storie potranno essere iscritte.
 

 

 

Scheda film

Regia di Ridley Scott. Interpreti principali: Noomi Rapace, Michael Fassbender, Guy Pearce, Idris Elba, Logan Marshall-Green,
Genere: Fantascienza
Durata 124 min.
USA, Gran Bretagna 2012.
20th Century Fox
Uscita: venerdì 14 settembre 2012

 

 

 

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18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 12:58

diaz-film.jpgIn Diaz. Don't clean up this blood (per la regia di Daniele Vicari, Italia 2012) viene rappresentata un'efficace e cruda ricostruzione dei fatti accaduti al G8 di Genova nel 2001, con una particolare attenzione agli eventi accaduti tra la scuola Diaz, dove nottetempo quattrocento poliziotti armati di tutto punto con equiggiamento antisommossa fecero irruzione, accanendosi con violenza feroce e gratuita contro 93 uomini e donne inermi e pacifici, e la Caserma PS di Bolzaneto dove molti di quelli selvaggiamenti picchiati vennero tratti in arresto e ulteriormente seviziati e umiliati.

E' un film crudissimo, le cui sequenze narrative sono fondate sulle testimonianze rese nel corso del procedimento giudiziario, e che, senza nessuna edulcorazione, mostra misfatti e nefandezze, colpendoti come una gragnuola di pugni nello stomaco, in maniera intensa e dolorosa, come e peggio rispetto a quanto accade durante la visione di un film horror: quando vedi un film horror, puoi sempre pensare che tuttto ciò che viene rappresentato non accade nella realtà "vera" ed è solo frutto della fantasia d'un autore o di un regista.

E' un film che suscita civile indignazione, anche perchè il cineasta indugia a lungo sulla violenza gratuita e bestiale contro persone pacifiche che non stavano facendo nulla, se non convivendo tranquillamente, chi conversando, chi dormendo o riposando, chi mangiando, all'interno di quella scuola messa a disposizione come dormitorio e ritenuta per una serie di fortuite circostanze rifugio di pericolosi Black Bloc.

Ma anche se questa violenza - lo scatenamento di un inferno, di una bolgia di botte, tonfi, urla, pianti, con le scure sagome degli aguzzini che imprecano, offendono, picchiano con furia cieca - fosse stata diretta contro i Black Bloc, gli "anarco-insurrezionalisti", i "terroristi", non avrebbe avuto alcuna giustificazione.

Per motivi di "propaganda" e per far distogliere l'attenzione mediatica dalla morte del giovane Giuliani, si decise in alto, di "creare il caso", con l'identificazione del covo dei Balck Bloc e il rinvenimento di armi da guerriglia.

Ma, come emerse poi dagli atti processuali, fu tutta una montatura.

Questo almeno nel corso del procedimento penale venne assodato.
Anche se, sino ad ora, piena giustizia non è mai stata resa a quei 93 della scuola Diaz.

Fece ritorno in quell'occasione, potenziata ed amplificata, la violenza bestiale del questurino armato di "tonfa" (il crudele manganello), di quello stesso questurino che veniva piazzato contro i dimostranti durante gli "anni di piombo": questurini che spesso, prima di scendere in piazza, venivano "caricati" dai superiori con una serie di slogan per rimarcare la differenza tra sé e gli altri, tra sé e  i nemici, da abbattere, da percuotere, da gasare con i lacrimogeni, di quello stesso questurino che, sulla base delle testimonianze rese allora e divulgate dalla stampa di sinistra, oltre ad essere dopati con le parole, venivano "energizzati" con la distribuzione di sotanze stimolanti (e sull'uso delle cosiddette "droghe di guerra" - e non solo in tempi di guerra - sono state scritte molte pagine).

In questi momenti, poi, dato il contesto e il tipo di preparazione ricevuta, si scatena nell'azione una sortta di violenza del branco che non è più controllata in alcun modo, anche perchè le istanze superiori (i "Superiori" di grado) si mantengono a distanza (in modo da non dover nemmeno essere testimoni di ciò che hanno scatenato).

I casi recenti del giovane Federico Aldovrandi e di Stefano Cucchi, entrambi picchiati a morte,  ci lasciano intendere che simili comportamenti  da parte delle forze dell'ordine - sia pure in forma endemica - sono sempre presenti e pronti ad esplodere e ad essere pilotati in interventi che abbiano anche matrice politica.

Le scene del film hanno ricordato dolorasamente agli spettatori quelle riprese dal vivo dei primi telecronisti, di volti sanguinanti, di ferite lacere e di denti spezzati, di braccia e polsi rotti che, subito dopo quei fatti, fortunatamente fecero il giro del mondo, con l'allora nascente rete informatica globalizzata.

Quello di Genova (diviso nei due successivi scenari della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto) rappresenta un capitolo doloroso che, come osserva giustamente la frase scritta sulle affiche del film vide la "più grave sospensione delle libertà civili" dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha lasciato aperta una ferita indelebile nella nostra memoria collettiva.

Ed è un capitolo ancora aperto, visto che ancora la sentenza definitiva non è stata pronunciata e nessuno degli agenti responsabili dei fatti è mai stato sospeso dal servizio.

Il film, per quanto di duro impatto, è da vedere per non dimenticare, perchè non siano cancellate quelle macchie di sangue sui muri, perchè siano ricordate per sempre, nella speranza che chi ha picchiato con i manganelli possa almeno provare vergogna per ciò che ha fatto.

Dal punto di vista tecnico, è bene precisare che non si tratta di "docu-fiction", come alcuni impropriamente hanno detto, ma di film documentaristico che racconta fatti effettivamente accaduti, utilizzando la tecnica dei punti di vista multipli e del rapido rewind che consente di ritornare ad un retroscena o ad un punto di vista diverso da quello esposto subito prima. Fa da fulcro a questi cambi di direzione temporale e di punto di vista il lancio di una bottiglia en ralenti, davanti alla scuola Diaz e il suo infrangersi a terra in mille pezzi.
Nella narrativa del regista, è forte - ma senza nessuna facile concessione alla tentazione di costruire degli iper-tipi - l'attenzione posta nel disegnare e lasciar intuire la variegatura dei tantissimi pacifisti no-global che si erano riuniti a Genova, rappresentati nella loro "normalità", e i volti livido, cupi, gonfi e manipolatori di quelli che stavano nella stanza dei bottoni e che, stando nell'ombra decisero quell'intervento.
Quello che rimane del film, alla fine, è un groppo allo stomaco derivante dal vedere "normalità" della civile protesta contrapposta al cupo esercizio del potere e calpestata con una violenza cieca ed irragionevole.

 

Scheda del film

Un film di Daniele Vicari.

Interpreti principali: Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou, Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico

Drammatico,

Durata 120 min.

talia 2012.

Fandango.
Uscita venerdì 13 aprile 2012

 

Il Trailer ufficiale

 

 


 
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28 marzo 2012 3 28 /03 /marzo /2012 10:14

altra-faccia-del-demonio.jpgL'altra faccia del diavolo (The devil inside, USA 2012) non è un banale film horror sul tema della possessione demoniaca, ma si presenta come un'inquietante docu-fiction (falso documentario o docu-drama) che, nel campo dell'horror, è stato clamorosamente inaugurato alcuni fa dal The Blair Witch Project (Il mistero della Strega di Blair, 1999).
Una giovane donna, Isabella Rossi, decide di recarsi a Roma alla ricerca della madre Maria che, da quando lei era appena bambina, è ricoverata in una clinica romana cattolica per disturbi mentali (il Centrino Mental Hospital: fittizio), dove è stata trasferita dagli Stati Uniti dopo essere stata riconosciuta inferma di mente in un procedimento che la vedeva colpevole dell'efferata uccisione di tre religiosi nel corso di una pratica di esorcismo di cui lei stessa era oggetto.
Isabella ha in animo di visitare la madre (di cui in pratica non ricorda quasi nulla, se non attraverso sbiadite fotografia dell'epoca) ma anche di realizzare un film-documentario sull'esorcismo alla ricerca di risposte e di verità. Scopre con inquietudine che la madre oltre ad esprimersi con manifestazioni di rabbia incontenibile, si è incisa sulle braccia molteplici croci rovesciate (una persino sulla superficie interna delle labbra).
Conosce così degli studenti (sacerdoti e non) di un corso vaticano sull'esorcismo e comincia a frequentarli, esponendo loro dubbi, perplessità ed interrogativi insorti subito dopo la visita alla madre.
Due dei frequentatori del corso, in particolare, sono in qualche dissidenti dalla linea ufficiale della Chiesa rispetto all'esorcismo e ritengono che tali pratiche debbano essere tentate in tutti i casi dubbi, proprio come fondamentale procedura psico-diagnostica per discriminare un disturbo mentale dalla vera possessione, spesso sottile ed incerta nella sue manifestazioni. E nel compiere queste loro procedure si avvalgono di macchinari moderni e sofisticati.
Dagli studenti, Isabella viene portata ad assistere ad un esorcismo su uno dei loro pazienti (come sistema migliore - così viene esplicitato - per capire la differenza tra una vera possessione e una malattia di mente) e, quindi, si decide a chieder loro di aiutarla a ricercare la verità sulla madre: per capire se, cioè, sia posseduta o meno. Si troveranno così di fronte ad una situazione diffcile e complessa che prende loro la mano. Come dire: certe cose è meglio lasciarle stare e non metterci nemmeno mano, perchè il rischio è quello di evocare forze che prendono la mano e di cui si perde il controllo (soprattutto perchè, come ci insegna la madre di tutte le pellicole in tema di esorcismo, una possibilità sempre presente - di fornte ad entità particolarmente potenti - c'è sempre la possibilità di un transfert demoniaco)
Il film è afflittivo e genera inquietudine. La luce è cupa, smorta, afflittiva, anche nelle scene che si svolgono all'aperto in una fredda atmosfera di un'inedita Roma dicembrina e piovosa.
L'effetto verità è accentuato da un ampio uso della handycam e della videocamera a spalla usata in movimento (con inquadrature traballanti e storte) e tutto il corredo di voci concitate, di urla, grida, gemiti e tonfi che si manifestano nei momenti cardine degli esorcismi e delle possessioni.
A differenza di altri film sul tema della possessione demoniaca e dell'esorcismo, come il capostite (L'esorcista di William Friedkin) e di quelli via via più recenti come L'ultimo esorcista, di cui questo  docu-fiction segue abbasta pedissequamente la traccia oppure come Il rito - basato sulla "storia vera" scritta da Matt Baglio, Il rito. Storia vera di un esorcista di oggi e  interpretato da Anthony Hopkins, tutti film in cui lo spettatore sa di trovarsi davanti ad una fiction e di poterne prendere le distanze, qui siamo davanti ad una rappresentazione documentaristica che è talmente ben contraffatta da sembrare "vera" in modo inquietante, se a tutto quanto si aggiunge poi l'effetto della dicitura bene impressa sulle locandine che recita "...basato su di una storia realmente accaduta".
Un film che non consiglio e che, personalmente, non tornerei a vedere una seconda volta.
Nel cinema accanto, proiettavano il recente film di Carlo Verdone: mi sono pentito di non essere andato a vedere quello, insomma.
 

 

Scheda film

L'altra faccia del diavolo (Titolo originale: The Devil Inside)
Paese    USA
Anno    2012
Durata    87 min.
Colore    colore
Audio    sonoro
Genere    horror
Regia    William Brent Bell
Sceneggiatura    William Brent Bell, Matthew Peterman
Produttore    Morris Paulson, Matthew Peterman
Produttore esecutivo    Lorenzo di Bonaventura, Steven Schneider
Distribuzione (Italia)    Universal Pictures
Fotografia    Gonzalo Amat
Montaggio    William Brent Bell, Tim Mirkovich
Musiche    Brett Detar
Scenografia    Tony DeMille

Interpreti e personaggi
Fernanda Andrade: Isabella Rossi
Simon Quarterman: Ben
Evan Helmuth: David
Ionut Grama: Michael
Suzan Crowley: Maria Rossi
Bonnie Morgan: Rosa
Brian Johnson: Tenente Dreyfus
Preston James Hillier: Reporter
D.T. Carney: Detective

Vedi anche la mia recensione:  "Il rito": la formazione di un esorcista dallo scetticismo e dall’incredulità alla convinzione delle fede

 

 

Trailer ufficiale
 


 



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14 febbraio 2012 2 14 /02 /febbraio /2012 11:39
Hugo_Cabret_Scorsese.jpgHugo Cabret (per la regia di Martin Scorsese, USA, 2011) vuole essere un grande omaggio alla cinematografia dei primordi, attraverso un'avventura metropolitana a Parigi (avendo al centro di tutto il microscosmo colorato e vivace della Stazione di Montparnasse e la sua fauna umana - un po' di maniera (vedi l'Ispettore di polizia ferroviaria - o Capostazione se si vuole-, interpretato da Sacha Baron Coen, non nuovo a parti di questo tipo, e al suo cane, oppure la proprietaria del bar con il suo cagnolino, o ancora la fiorista) e i suoi misteri,(come in ogni storia di avventure che si rispetti: cunicoli, passaggi segreti) che rimandano anche ai romanzi di Hugo e, con la mole incombente di Notre Dame, incombente a pochi passi dalla stazione, inevitabilmente, a Il Gobbo di Notre-Dame), ad inizio '900.
La storia di un automa, un elaborato meccanismo concepito per disegnare (ma è la rivisitazione di un arte antica di cui esisteno tracce antiche a partire dalla civiltà degli Arabi e che va di pari passo con la progressiva elaborazione e complessità della meccanica degli orologi, come è raccontatato magistralmente nel saggio storico di Mario G. Losano,  storie-di-automi.jpgStorie di automi. Dalla Grecia classica alla Belle Epoque, Einaudi, 1990) e unico lascito del padre di Hugo Cabret (per l'appunto orologiaio), s'interseca con quella d'una bambina (amante dell'avventura e dei romanzi di Dumas e Verne) e di un giocattolaio, Papà Georges (Ben Kingsley), inasprito dalla vita, che altro non è che il grande  Georges Meliès, uno dei primi grandi cineasti della settima arte - nei primissimi anni dopo l'invenzione dei fratelli Lumière, anzi considerato il secondo padre del cinema per le sue sperimentazioni ed innovazioni), ritiratosi a vivere in una condizione grigia ed anonima dopo che la cinematografia era andata avanti e dopo che le sue felici invenzioni magiche ed illusionistiche non suscitarono più interesse: soprattutto dopo la fine della 1^ guerra mondiale, dopo che - con la divulgazione delle prime crudissime immagini in filmati documentaristici sulla guerra e sulle sue devastazioni, la gente non ne voleva più sapere di "sognare". o meglio di entrare nel mondo di sogno offerto da quei primi "avventurosi" cineasti.
 Il film è dunque un omaggio da cinefilo agli albori della cinematografia, mostrando come la "settima arte" sia nata e si sia sviluppata dall'incrocio tra moderni ritrovati tecnologici (quasi leonardeschi e visionari) messi a punto artigianalmente, di fotografia ed anche di disegno ed arti pittoriche, di magia e prestidigitazione (dato che, in mancanza di effetti speciali come li intendiamo oggi, bisognava essere abilissimi nel predisporre sapienti colpi di scena che erano gli stessi degli illusionisti nei loro spettacoli.
George MeliesUno come Meliès (che veniva dalla prestidigitazione) passava un tempo enorme a disegnare e bozzettare scene e personaggi prima di andare in macchina: e, con i pochi mezzi di allora, occorreva davvero essere dei visionari dell'arte e abili confezionatori di sogni...
Hugo, partito alla ricerca dei segreti che pensa siano riposti in ciò che il padre gli lasciato (l'automa) scopre il mistero e il fascino del cinema, per ritrovare infine una vera famiglia.
Tratto dal romanzo 'L'invenzione straordinaria di Hugo Cabret (Brian Selznick, Mondadori, 2007).
Si segnalano delle parti cameo, assegnate al grande e poliedrico Cristhopher Lee (nella parte del bibliotecario Labisse e a Johnny Depp (Monsieur Rouleau).

 

Scheda Film

Regia di Martin Scorsese.  Interprteti: Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Asa Butterfield, Chloe Moretz, Ray Winstone, Emily Mortimer, Jude Law, Johnny Depp, Michael Pitt, Christopher Lee, Michael Stuhlbarg, Helen McCrory, Richard Griffiths, Frances de la Tour, Angus Barnett, Gulliver McGrath, Edmund Kingsley, Eric Moreau, Mihai Arsene, Emil Lager, Shaun Aylward

Avventura, Ratings: Kids, durata 125 min. - USA 2011. - 01 Distribution uscita venerdì 3 febbraio 2012

 

Il trailer

 

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1 dicembre 2011 4 01 /12 /dicembre /2011 07:29

Immortals.jpg

 

Immortals (di Tarsem Singh, USA, 2011) risente della forte impronta degli stessi produttori di 300 (che proponeva la storia della battaglia delle Termopili tra storia e leggenda).
Qui dalla storia si passa alla mitologia, con un incursione in un passato lontano in cui gli dei si mescolavano agli uomini, malgrado i veti posti dal dio sommo (Zeus), del resto poi il priomo ad infrangerli.
La mitologia come in altri film di genere è trattata in salsa americana, con contaminazioni e mixagi tra i miti originari e il collocamento di personaggi dove non dovrebbero essere. Ma, d'altronde, il film è la trasposizione di una graphic novel omonima, in cui - trattandosi di una novel, appunto - ogni variazione sul tema è resa possibile dalla fiction.
Quindi i puristi della mitologia, nel vedere Immortals non dovranno certo scandalizzarsi della libertà con cui è trattata la materia.
Vi è rappresentata un'era ancestrale, in cui i Titani sono imprigionati all'interno di una montagna cava, custodita da guerrieri armati sino ai denti e in cui il sanguinario e totalitario re Hyperion vuole liberarsi per impadronirsi del mondo alla sua legge violenta e di sopraffazione crudele e per sottomettere gli stessi dei.
Per contro, gli dei che, dall'alto dell'Olimpo (rappresentato come un'astronave aliena ancorata al suolo e svettante tra le nubi), seguono le vicende degli uomini sono rappresentati come potenti esseri alieni a cui tutto è possibile.
La parte più interessante del film è la cupezza del mondo livido di dominio e di sopraffazione proposto da Hyperion e la rappresentazione della sua somma crudeltà con un stuolo di sgherri e di torturatori, con le tinte fosche accresciute da un capillare lavoro di postproduzione soprattutto sui colori e sui contrasti che vengono esasperati quasi sino al bianco-nero spinto e alla surreale mancanza di ombre.
Le scene di battaglie e quelle molteplici di efferate punizioni cui sono sottoposti gli schiavi e i prigionieri di Hyperion si vedono come attimi d'un videogioco in cui gli spargimenti di sangue, i corpi lacerati, le teste polverizzate, gli arti amputati sembrano essere trattati più con delle valenze esteitizzanti che come elementi capaci di generare orrore.
Il film rimane in sostanza più un'esercitazione formale che un'opera capace di decollare nei contenuti.
Intrattenimento fine a se stesso, insomma.

Questo un passagio saliente della recensione di Gabriele Niola, su www.mymovies.it
Il punto di forza del film infatti sta da un'altra parte, in quell'idea (promossa da 300 e qui replicata fedelmente) che una dimensione realmente epica debba essere visivamente straniante e, nello specifico, pittoricamente alterata in postproduzione. Il risultato è stupefacente e capace di andare anche oltre il modello originale (300, non i miti greci) per inventiva, gusto grafico e audacia. In questo senso funziona moltissimo un 3D ben calibrato e aiutato da riprese e angolature che esaltano la prospettiva.

SCHEDA FILM
Un film di Tarsem Singh.

Interpreti: Henry Cavill, Stephen Dorff, Luke Evans, Mickey Rourke, Freida Pinto, John Hurt, Kellan Lutz, Isabel Lucas, Robert Maillet, Alan Van Sprang, Joseph Morgan, Corey Sevier, Steve Byers, Romano Orzari, James A. Woods, Daniel Sharman, Robert Naylor, Mercedes Leggett, Gage Munroe, Carlo Mestroni, Aron Tomori, Neil Napier
Titolo originale: Immortals.

Genere: Azione

Ratings: Kids+16;

Durata 110 min.

Origine: USA 2011.

o1 Distribution.

Uscita venerdì 11 novembre 2011

TRAILER UFFICIALE

 


 
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25 novembre 2011 5 25 /11 /novembre /2011 15:44

This-must-be-the-place.jpgThis must be the place (di Paolo Sorrentino, 2011, Italia, Francia Irlanda) é un film davvero straordinario sulla memoria, sulla riconciliazione, sull'elaborazione del lutto e sui percorsi di vita più o meno bloccati.
Bravo Sean Penn per l'interpretazione di un ruolo che avrebbe potuto scadere nel volgare o nello stereotipo e che, invece, è di un'intensa umanità.
Il racconto prende le mosse dalla rappresentazione dello spleen esistenziale d'un musicista rock rimasto ancorato al suo ruolo (il genere di personaggio della scena musicale degli anni Settanta en travesti) e che non ha più alcuno stimolo dalla vita, dato che si è ritirato a vivere di rendita dei proventi accumulati nel corso della sua carriera e delle royalties, dopo che due fan adolescenti ispirati dal messaggio disfattista contenuto nelle sue canzoni si sono suicidati (e non passa mese che lui vada a deporre fiori sulle loro sepolture, perchè si è sentito responsabile delle loro morti e da quell'evento la sua carriera nusicale - troppo legata ad uno stereotipo si era bloccata).
Ma soprattutto Cheyenne - questo è il suo nome - continua ad essere fissato al suo ruolo e alla sua immagine di rockstar di un tempo: si veste e si acconcia esattamente come quando calcava le scene.
Perchè una simile rigidità?, si chiede lo spettatore, intuendo che non si tratta soltanto di un vezzo, dal momento che tale fissità è accompagnata da una nota fondamentalmente malinconica e triste.
E, all'improvviso, arriva la notizia che il padre con cui Cheyenne non si vede e non parla da oltre 30 anni da quando, a causa delle incomprensioni, se ne era andato di casa, è morente di vecchiaia.
E, così, Cheyenne parte per un viaggio che scaraventerà dalla sua dimensione di vita ristretta e quasi claustrofobica nel grande mondo, portandolo dalla periferia di una città d'Irlanda agli Stati Uniti, dove è sempre vissuto il padre e da dove lui stesso era a suo tempo partito, quando si era messo in fuga dalla famiglia.
Il viaggio è un'opportunità che gli si schiude davanti, per uscire dal suo mondo chiuso e imploso, statico (in cui la fonte di maggiore vitalità è tuttavia il saldo rapporto con la moglie).
Tutto il resto, che assume presto la cifra di un road movie, è un viaggio alla ricerca di se stesso e delle proprie radici, quando scopre che il padre scampato ad un campo di sterminio nazista aveva raccolto un'importante documentazione per smascherare l'ufficiale delle SS che, nel campo, lo aveva vessato e umiliato.
Sentendo come un lascito la missione lasciata incompiuta dal padre, Cheyenne s'avventura in un lungo viaggio attraverso gli States, seguendo le tracce del nazista e, intanto, come è in tutte le storie on the road, fa una serie di incontri cruciali che gli cambiano la vita e che, soprattutto, lo mettono di fronte ai veri motivi che lo hanno bloccato in un ruolo rigido e senza sviluppo.
Il film di Sorrentino è, invero, la storia della ricucitura di un rapporto spezzato tra un padre e un figlio, attraverso un percorso di elaborazione che inizia davanti ad un corpo senza più vita e che riattiva un dialogo che non aveva potuto più avere luogo per oltre 30 anni.

Alla fine, Cheyenne, ritornerà ai suoi affetti familiari, trasformato nella mente, ma anche nel corpo e nella sua immagine esteriore.
Non ultimo pregio del film è la colonna sonora in cui David Byrne (Talking Heads) fa la parte del leone con la riproposta di tanti suoi pezzi "classici" degli anni '70, comparendo anche nelle sequenze del film, quando Cheyemme si reca ad assistere ad una performance dal vivo di Byrne con un dialogo tra i due in cui viene sviluppata una riflessione tra la musica prodotta seguendo le mode, che imprigionano i musicisti in un ruolo e in un'immagine senza possibilità di evoluzione e quella che invece è autenticamente creativa con punti di svolte, con impennate in controtendenza e con una dichiarata mission di incidere nel sociale, anche al costo della transitoria impopolarità: in questo breve confronto viene delineata la differenza tra musicante che con il suo mestiere cavalca astutamente le mode e il vero artista.

In questo senso, il film contiene uno strarodinario omaggio al grande ed intramontabile David Byrne.

Scheda film
Un film di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Judd Hirsch, Kerry Condon, David Byrne, Olwen Fouere, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Seth Adkins
Drammatico, durata 118 min. - Italia, Francia, Irlanda 2011. - Medusa uscita venerdì 14 ottobre 2011

Trailer

 



Colonna sonora

 


 

 



 
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14 novembre 2011 1 14 /11 /novembre /2011 15:20

carnage.jpgCarnage è un film del 2011 diretto da Roman Polański, basato sull'opera teatrale Il dio del massacro (Le dieu du carnage) di Yasmina Reza (pubblicato da Adelphi, 2011).
La parolo "carnage", sta appunto per "massacro": "Io credo nel Dio nel massacro. Il dio del massacro che governa indiscusso dalla notte dei tempi" - afferma uno dei personaggi.
In una lite al parco un ragazzino di 11 anni colpisce un coetaneo al volto con un bastone. I genitori, due coppie di Brooklyn - i Longstreet e i Cowan - decidono di incontrarsi per discutere del fatto e risolvere la cosa da persone civili. Gli iniziali convenevoli si trasformano in battibecchi velenosi e il comportamento delle due coppie degenera in situazioni assurde e ridicole.
E' un film dal tipico impianto teatrale, con unità di tempo, di luogo e di azione, a parte le brevi sequenze di apertura e chiusura, ambientate nel parco giochi dove ha avuto luogo il litigio tra i due ragazzini, primum movens del confronto-scontro tra le due coppie.
Nei dialoghi che passano da una forbita cortesia delle battute iniziali alla totale perdita di controllo nelle ultime battute c'è la progressiva caduta di tutte le maschere del perbenismo borghese, della finta accettazione dell'altro, degli atteggiamenti culturali che sono più che fonte di miglioramento del proprio sé una semplice ostentazione magniloquente, come anche l'adesione alle cause di supporto civile ai popoli sofferenti dell'Africa: tutte mode e falsificazioni che crollano assieme alla progressiva distruzione e vanificazione dei rispettivi status symbol garanti della rispetttabilità e della normalità.
Carnage(film)Nel confronto senza pietà cadono tutte le maschere e i quattro coniugi mostrano il loro volto cinico, impietoso, crudele, violento e sopraffattorio, sino ad un cinico gioco di massacro in cui tutti sono contro tutti, senza pietà e senza empatia alcuna
Il film di Polanski è tratto dal lavoro teatrale di Yasmina Reza, drammaturga, scrittrice e attrice francese (è del 1959), le cui opere teatrali sono state adattate e rappresentate in molti paesi e hanno ricevuto svariati premi.
il-dio-del-massacro.jpgLa stessa Reza è stata autrice della sceneggiatura del film di Polanski.
I personaggi del film rispetto a quelli del film sono in "esilio", come lo è Polanski regista.

L'ambientazione è infatti spostata da Parigi a New York, e analogamente cambiano i nomi dei personaggi.
La coppia offesa è costituita da Michael e Penelope Longstreet (rispettivamente John C. Reilly e Jodie Foster), mentre la coppia chiamata a riparare è quella dei Cowan, rispettivamente Alan (Cristoph Waltz) e Nancy (Kate Winslet).
Cito per concludere un passaggio saliente della recensione di Marzia Gandolfi su www.mymovies.it.


(Marzia Gandolfi, www.mymovies.it) Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l'inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell'ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell'appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l'impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia'. Città immaginaria e ferocemente reale, New York apre e chiude il dramma da camera di Polanski, che spacca e fruga, ‘percorrendo' con lo sguardo personaggi già ipocriti e corrotti, strumenti di ferocia intrappolati in un cul de sac. In barba al politicamente corretto, l'irriducibile e non riconciliato Polanski ha cominciato a saldare i conti con l'American Dream. Un sogno che non c'è più e forse è solo la più grande menzogna mai tramandata.

Scheda film
Regia: Roman Polanski. Interpreti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly Titolo originale Carnage. Drammatico, durata 79 min. - Francia, Germania, Polonia, Spagna 2011. - Medusa uscita venerdì 16 settembre 2011.

Trailer


 
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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