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12 gennaio 2013 6 12 /01 /gennaio /2013 08:14

gonzo-hunter-s.-Thompson.jpgCon la parola "Gonzo" si intende, originariamente, uno stile di ripresa fotografica, cinematografica o di qualunque altra produzione multimediale nella quale l'autore della ripresa, regista o creatore, sia coinvolto nell'azione piuttosto che esserne un osservatore passivo e, in qualche misura, "esterno".
il "gonzo", così inteso, riporta ad un lungo dibattito tra gli antropologi, traghettato poi con Popper nella metodologia della scienza: il dibattito tra osservazione partecipante e osservazione distaccata di un qualsiasi evento, presumendo che non si può descrivere un contesto di interelazioni umane (o animali) senza in qualche misura interferire con esso e, dunque, modificarlo.
prendendo atto di ciò, gli antropologi più evoluti hanno finito con il codificare, come metodo di lavoro vero e proprio, la cosiddetta "osservazione partecipante".

Analogamente per giornalismo "gonzo" si intende uno stile di approccio alla notizia o al tema che porta a scrivere i "pezzi" soggettivamente, includendo spesso lo stesso reporter come parte della storia con l'utilizzo della narrazione in prima persona (anzichè quella impersonale, più comunemente utilizzata e, in genere, richiesta).

 

La parola "gonzo"  fu utilizzata per la prima volta nel 1970 per describere un articolo di Hunter S. Thompson che è stato uno dei più noti collaboratori della mitica rivista "Rolling Stone", del quale sono disponibili in italiano diverse traduzioni antologiche dei migliori scritti, oltre che di un romanzo autobiografico di grande successo, Paura e disgusto a Las Vegas, in seguito tradotto in film per la regia di Monthy Pithon); successiivamente, dallo stesso Thompson, che finì con il diventare una specie di mito vivente del giornalismo americano tanto da autobattezzarsi Dr Gonzo, lo stile "gonzo" venne reso molto popolare. La storia giornalistica di Thompson è stata di recente rappresentata in un film documentario del 2008, di cui lo stesso Johnny Depp è stato co-produttore (Gonzo: The Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson ).

Da allora, il termine venne indicato per indicare una serie di applicazioni artistiche e mediatiche fortemente plasmate dalla soggettività dell'autore.

Il giornalismo "gonzo" tende a  dare maggiore maggiore risalto allo stile rispetto all'accuratezza e spesso utilizza  esperienze personali ed emozioni per creare un contesto all'argomento o all'evento oggetto della trattazione.
Del pari, non prende in considerazione (o addirittura mostra di disprezzare) la rifinitura  del prodotto da pubblicare preferita dai mezzi di stampa e puntaand ad un approccio più grezzo e sanguigno.
Uso di citazioni, sarcasmo, humor, esagerazioni e iperboli sono comuni figure retoriche, ampiamente utilizzate dai giornalisti "gonzo".

In altri contesti "gonzo" ha preso a significare "con totale abbandono," o, più ampiamente, "estremo." .

Una delle marionette di Jim Henson, create da Dave Goelz, fu battezzata "Gonzo the Great".

 

Il Gonzo nella pornografia. Il termine "gonzo" si riferisce a  film pornografici che sono realizzati dagli stessi partecipanti e, in quanto tali,  sono privi di qualsiasi intreccio e di qualsiasi traccia di sceneggiatura, di daloghi, focalizzandosi esclusivamente sulla ripresa di azioni sessuali. In queste produzioni, sovente lo stesso cineoperatore o il regista prendono parte all'azione, parlando agli attori, o partecipando come attori (performanti) essi stessi. Analogamente, gli attori (figuranti o performanti) sono liberi da copioni da recitare o interpretare.

paura e delirio a las vegas - Locandina del filmIl regista non riprende una recitazione, ma un evento reale (un "happening") che si sviluppa in presenza della telecamera.

Si potrebbe dire che è la presenza stessa dell'occhio della telecamera a creare l'evento, così come nell'orgia è l'occhio del partecipante (che, contemporaneamente, osserva e agisce, ponendosi nel doppio ruolo di spettatore/attore) a dar vita all'evento.

L'obiettivo di questa attività è coinvolgere al massimo lo spettatore, terminale ultimo della produzione, trasferendolo direttamente nel bel mezzo dell'evento, dandogli l'impressione di un forte senso di realtà delle scene, piuttosto che di finzione (per questo motivo nelle riprese dei gonzo porn è prediletta la handy-cam rispetto alla tradizionale - e ingombrante - videocamera). Analagomente, in molti film del circuito cinematografico normali per dare l'idea della concitazione della sequenza e della "presa diretta" della secena, senza alcun filtro in post-produzione, si usano - come scelta stilistica deliberata -  la videocamera a spalla o addirittura la handycam.

Si tratta di una tecnica che trae origine da un analogo genere teatrale nel quale si cerca di abbattere la barriera ideale che separa gli attori dallo spettatore.

Quella della handycam maneggiata da uno dei figuranti, a cui però nei set fa da contraltare la ripresa di uno o più "tecnici" con videocamera più sofistificata, è anche una scelta "economica" che, essendo ben adattabile ad attori ed attrici semiprofessionisti o non professionisti, consente di abbattere i costi della produzione.

Nel gonzo, solitamente, non c'è alcuna trama, mentre costumi e scenografia non hanno una particolare rilevanza.

Gli attori e le attrici fanno sesso in modo non tradizionale (a volte sino al bizarre), e per questo decisamente spettacolare.

Nel montaggio finale del film il regista ed i tecnici tendono a non accorciare le scene, operando il minor numero possibile di tagli.

A partire dagli anni Novanta uno dei registi più rappresentativi del genere è stato il francese Pierre Woodman, insieme all'americano Seymore Butts.

gonzo-the-muppet.jpgAlcuni registi, come l'americano John "Buttman" Stagliano che è considerato il creatore del genere con i film della serie "Buttman" (o come, a seguire, il nostrano Rocco Siffredi che, dopo essere diventato - a detta dei critici del settore - uno dei maggiori attori del porno sulla scena internazionale, si è dato alla regia e alla produzione autonoma)  sostengono che nelle trame del gonzo c'è anche una storia da narrare e che è un errore presumere che in questo tipo di film manchi del tutto l'intreccio narrativo.


A causa della sua crescita esplosiva  a partire dalla metà degni anni Novanta del secolo scorso,  il gonzo ha conquistato una popolarità "mainstream", abbassando notevolmente i costi di produzione, proponendosi come un prodotto economico e facilmente realizzabile in qualsiasi contesto, indubbiamente concorrenziale nel mercato del porno e rendendo più facile l'acquisizione di notorietà ad un vasto pubblico a figuranti provenienti dal mondo amatoriale; è stato così che prodotti cinematografici diversi nel settore della pornografia sono stati etichettati come "gonzo".

Oggi, molte compagnie producono film "gonzo" con eccellente illuminazione scenica, ottima qualità delle riprese e del suono, capi di abbbigliamento e lingerie utilizzati dalle figuranti di raffinata fattura e sovente griffati, oltre che assolutamente pregevoli per la magnificenza delle ambientazioni utilizzate (frequentemente abitazioni di lusso e ville strepitose con piscine e giardino, in altri casi superbi scenari paesaggisti nel caso di "gonzo" in the open air di produzione statunitense, come ad esempio il noto "Porno Escondido", ambientato in scenari messicani di grande bellezza).

Una caratteristica che tutti i film del genere condividono, tuttavia, è l'enfasi molto grande sull'intensità (e quasi iperattività) delle performance sessuali rappresentate e il fatto che la tipologia di gonzo più avanzata si sta evolvendo con l'inclusione di azioni sessuali estreme e di "nicchia" (rispetto ai gusti dello spettatore medio del prodotto filmografico porno), in modo molto più spinto di quanto non faccia il film porno più tradizionale.
Senza tener conto delle tecniche di ripresa e del coinvolgimento diretto del regista nelle scene di sesso, un fim gonzo ha molto più "sesso" di un tradizionale film per adulti con contenuti sessualmente espliciti: le scene di sesso del gonzo durano molto più a lungo (meno preamboli, più interazioni, con riprese che hanno durate esasperanti, e che si protraggono ben oltre il momento della eiaculazione dei partner maschili che nel porno classico rappresenta il punto di stop di una singola interazione e ne rappresenta - per così dire - la "prova della verità") sino a - a volte - oltre i 30-40 minuti.

 

Le differenze tra il gonzo porn e il genere porno "feature". Nel gonzo-porn la videocamera viene collocata nel bel mezzo dell'azione, dal momento che uno o più dei partecipanti sono impegnati in contemporanea a riprendere e a compiere azioni sessuali, rifuggendo dal mettere in atto la usuale separazione tra troupe e figuranti/attori, come caratteristica del porno e, più in generale, del cinema convenziali. Il gonzo porn è stato influenzato nelle sue origini dalla pornografia amatoriale e tende a fare un uso molto limitato delle riprese a pieno campo e del corpo intero e, in misura più massiccia, di quelle a distanza ravvicinata (si veda a questo riguardo il coosiddetto "reality porno" che predilegae, nelle sue riprese, il dettaglio anatomico scorporato da tutto il resto). Il lavoro diretto ed immediato della videocamera "libera" include sovente riprese a breve distanza dei genitali (con una predilezione per il membro maschile quasi ripreso in macro, a differenza del porno pù tradizionale, in cui non mancano delle scene d'insieme e degli stacchi tra una scena e l'altra. Nel gonzo porn sovente vengono eliminati anche i preamboli.

I film "gonzo sono uno dei maggiori filoni della pornografia contemporanea: l'altro può essere definito come il tipo "feature" le cui produzioni si propongono - anche attraverso l'utilizzo di un copione-canovaccio, di dare rilevanza a porno-attrici molto richieste e trattate come star, mentre gli uomini il più delle volte sono ridotti al semplice rango di figuranti.
Alcuni dei film "feature" possono essere clasificati come soft porn (essendo realizzati in modo tale che espungendo le scene più spinte, rimane comunque un film erotico da immettere nella grande distribuzione e da destinare ad un pubblico fatto di coppie desideroso di fruire di pellicole erotiche appena un po' più spinte), a differenza del gonzo che è sempre appartenente allo stile "hard".
I feature - secondo la definizione di un produttore specializzato in questa tipologia di porno - "...non mostrano agli spettatori soltanto uomini e donne che scopano, ma si preoccupano di di mostrare perchè lo fanno".

Il perchè delle azioni sessuali nel gonzo scompare definitivamente, sacrificato sull'altare della rappresentazione iper-realistica dell'eccesso che è poi la stessa molla che spinge alcuni individui ad immergersi voluttuosamente  nell'orgia e nel partouze.



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11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 16:35

la-migliore-offerta locandina film(Maurizio Crispi) La migliore offerta (un film di Giuseppe Tornatore, 2012) nasce da un vero e proprio "soggettone" scritto dallo stesso Tornatore e pubblicato come romanzo breve da Sellerio alla fine del 2012.
Dai due personaggi chiave del romanzo, Virgil Oldman e Claire, intuiti da Tornatore già da parecchio tempo (quasi come due icone) è nato, prima, il romanzo e solo successivamente il film, l'uno intimamente vincolato all'altro.
Il romanzo, nato cronologicamente prima, è stato pubblicato quando il film era stato ultimato e messo in distribuzione nelle maggiori librerie, poco dopo l'uscita del film nelle sale cinematografiche.
Per questo stretto e singolare gemellaggio, le vicende narrate nell'uno e nell'altro sono praticamente coincidenti e sovrapponibili.
La lettura del romanzo dopo la visione del film consente al lettore una chiarificazione maggiore di alcuni temi, come anche - viceversa - vedere il film dopo avere letto il romanzo non toglie nulla al piacere della visione, se non la sorpresa e il disvelamento del gioco ad incastro di una trama abile e perfetta (il lettore conosce già gli esiti della vicenda).
Detto questo, il film rappresenta indubbiamente un momento alto nella poetica cinematografica di Tornatore, avvcinandola di molto a temi quasi hitchkochiani.
Ovviamente, non si può dire molto delle evoluzioni della trama, perchè altrimenti si correrebbe il rischio di rovinare il piacere della sorpresa e dei punti di svolta.
Virgil è un sessantenne rigido, prigioniero delle sue abitudini rigide ed inderogabili: svolge un lavoro come abile battitore d'aste ed è considerato un fine intenditore di oggetti d'antiquairato e di opere d'arte, motivo per cui viene frequentemente consultato per fare delle valutazioni.
La fredda compostezza di cui è intessuta la sua esistenza cede soltanto davanti alla sua sconfinata ammirazione per il sorriso e lo sguardo femminile, così come vengono ritratti in modo multiforme nelle opere pittoriche di obni epoca e di ogni stile, di cui è collezionista a tema.
Nella sua abitazione, fredda e silenziosa come un eremo a cui a nessuno è consentito l'accesso se non al personale della servitù, Virgil di tanto in tanto si ritira in un Sancta snactorum, un'enorme stanza sicura come una cassaforte dove custodisce un'inestimabile collezione di ritratti pittorici femminili, a cui ogni tanto aggiunge un pezzo: lì si ritira in contemplazione solitaria, lasciando scorrere lo sguardo su volti, occhi, labbra, inccarnati. E' il suo modo di amare le donne: in modo virtuale.
Virgil é a suo modo un fobico del contatto diretto con chicchesia e con qualsiasi cosa: indossa sempre dei guanti di cui ha una sconfinata collezione, un piao per ogni stagione, per circostanza, per ogni abbinamento.
La sua vita ordinata e ipercontrollata riceve una scossa quando viene contattato telefonicamente dalla misteriosa Claire che lo convoca nella sua dimora per dare avvio ad una valutazione degli oggetti e delle opere d'arte contenute nella dimora.
Dopo i primi approcci telefonici e dopo le prime baruffe scaturenti dal conflitto tra due esistenze ipercontrollanti e ipercontrollate, Virgil scopre che Claire, agorafobica, da molti anni non esce più da un appartamento in cui vive pressocché blindata, all'interno della grande dimora gentilizia dei suoi genitori.
Lo stesso anziano portiere che ha in custodia la casa dichiara di non averla mai vista di presenza.
Per Virgil, insidiosamente, cambia tutto: in qualche misura le sue fobie si incontrano con l'agorafobia di Claire.
Scattano dei meccanismi che, da un lato, fanno pensare al tema di "Io ti salverò" (1945) o anche a quello più tardo di "Qualcosa è cambiato" (1997).
Si seguono gli sviluppi di una vicenda che parrebbe una storia d'amore salvifica per entrambi i personaggi, verso quello che pare una soluzione a lieto fine, scontata e banale e, forse, per alcuni versi, deludente.
Ma di più, a questo punto, non si può dire, se non che la vicenda asssune di colpo delle inaspettate connotazioni noir che spiazzano lo spettatore, mettendo tutto in discussione.
E, in questo doppio registro, Tornatore mostra di essere un grande regista, capace di manovrare con abilità un eccellente cast di attori tutti americani.
L'ambientazione, come quella del romanzo, è in un'imprecisata città mitttelweuropea tra Trieste e Vienna, come tiene a precisare lo stesso Tornatore: e molte delle location prescelte per il film sono state triestine, di una città italiana, ma profondamente mitteleuropea nelle sue atmosfere.
L'unica ambientazione certa è la Piazza dell'Orologio di Praga, dove in certo qual modo si conclude la vicenda in una dimensione onirica e surreale (se non delirante, come risultato di una mente - quella di Virgil - che ha smarrito i suoi riferimenti ordinari e che vive ormai in una dimensione allucinata).
E, ovviamente, il film come il romanzo racconta una vicenda sulla falsificazione nell'arte e sulla falsificazione nell'amore: come c'è qualche cosa di vero nell'opera d'arte abilmente falsificata, così anche nelle vicende d'amore che sembrano profondamente sincere e radicate nel cuore si cela inatteso il germe della falsificazione.




Scheda film
Regia: Giuseppe Tornatore.

Interpretit: Geoffrey Rush, Jim Sturgess,  Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jacksonn Dermot Crowley, Liya Kebede, Maximilian Dirr, Miles Richardson, Katie McGovern, Gerry Shanahan, Sean Buchanan, Lynn Swanson, Kiruna Stamell, Brigitte Christensen, Anton Alexander, Sylvia De Fanti, Jay Natelle, Laurence Belgrave, Rajeev Badhan, Patricia Meglio
Titolo originale The Best Offer
Genere drammatico
Durata: 124 minuti
Italia 2012. - Warner Bros Italia
Uscita martedì 1 gennaio 2013


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La migliore offerta. Copertina del volume edito da SellerioGiuseppe Tornatore, La migliore offerta, Sellerio 2012.
(Dal risguardo di copertina). In una imprecisata città del centro Europa Virgil Oldman, eccezionale intenditore d’arte, battitore d’aste con una passione per i dipinti femminili e l’ossessione del collezionismo, conduce una esistenza agiata e tranquilla. L’ingranaggio perfetto di una vita monotona viene messo in subbuglio dall’incontro con una ragazza. Da questo momento la vita di Virgil muterà.
Questo racconto che combina una storia d’amore con un’atmosfera da thriller e che ha la tessitura di un giallo classico, costituisce il soggetto del film La migliore offerta.
Un sessantenne esperto d’arte e battitore d’aste di grande fama, è un cuore gelido, l’unico affetto è quello che prova per gli sguardi scrutanti dei volti femminili della sua segreta e inestimabile raccolta di ritratti. Una giovane donna non esce di casa da anni, nessuno ha più visto il suo volto e vive circondata d’ombre, servita da un anziano portiere. L’incontro tra i due avviene in vista della vendita del patrimonio artistico contenuto nell’antico palazzo ereditato da lei. E tra di loro comincia un gioco torbido e insieme speranzoso che si potrebbe chiamare passione o liberazione.
Introducendo questo suo racconto, da cui viene il film La migliore offerta, il regista Giuseppe Tornatore racconta che nei suoi appunti riposavano da tempo «la figura di una ragazza molto introversa, che viveva reclusa in casa per paura di camminare lungo le strade e mischiarsi in mezzo agli altri» e «un uomo impegnato in un mondo che mi ha sempre attratto, quello dell’arte e dell’antiquariato, un battitore d’aste con la mania dei guanti». Due personaggi isolati che non toccavano la solidità di una storia, fin quando non accadde che, grazie al fluido misterioso della creatività, queste due figure iniziarono a interagire e «una volta innestate l’una nell’altra, la vicenda della ragazza agorafobica e quella del battitore d’aste hanno miracolosamente originato la completezza narrativa che da anni inseguivo e non trovavo».
Da cui l’impulso a scriverne una versione letteraria, prima del film e per rafforzarsene l’immagine: un «soggettone», cioè un vero e proprio racconto. E il regista premio Oscar ci guida al finale sorprendente e feroce col genio del maestro raccontatore di storie, che colora la trama di una tonalità brunastra, quasi visibile, da racconto gotico di taglio classico, inchinandosi con lo sguardo su particolari che caricano di enigma i tempi dell’attesa e la curiosità del dopo.
«Si potrebbe definire, una storia sull’arte intesa come sublimazione dell’amore, ma anche sull’amore inteso come frutto dell’arte». E va aggiunto: una storia sulla falsificazione.


tornatore1-300x217.jpgNota biografica del regista e autore. Nato a Bagheria, Giuseppe Tornatore (1956) esordisce nel cinema con Il camorrista del 1986. Il pieno riconoscimento internazionale giunge con Nuovo Cinema Paradiso, del 1988, di cui è anche soggettista e sceneggiatore, premio Oscar 1990 per il miglior film straniero. Sono seguiti altri film di successo, distribuiti a livello mondiale.
Con questa casa editrice ha pubblicato, oltre a La migliore offerta (2012), le sceneggiature di Nuovo Cinema Paradiso (1990) e Baarìa (2009)
.

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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 07:09

Amour.jpg(Maurizio Crispi) Amour (un film del tedesco Michael Haneke premiato con la Palma d'Oro a Cannes nel 2009 con "Il nastro bianco", Francia-Austria-Germania, 2012), molto intenso e triste, quasi pensoso, propone una riflessione sulla vecchiaia e sul morire, su come ci si lascia, e sul fatto che non sempre è possibile dirsi addio, ma anche sull'abnegazione dell'amore coniugale (da qui il titolo), quando l'amore non è più passione bruciante, ma quieta convivenza e condivisione, quando si sta semplicemente seduti a desinare, accompagnati soltanto dall'acciottolio delle stoglie e dal tintinnare delle posate sul piatto, senza più bisogno di molte parole. Ma quando si arriva a questo punto, senza astio e con un profondo rispetto e attacemento reciproci, nel caso del bisogno si attiva da parte di uno nei confronti dell'altro, una profonda solidarietà.
La storia è semplice ed essenziale. Anne e Georges hanno tanti anni e un pianoforte per accompagnare il loro tempo, speso in letture e concerti. Insegnanti di musica in pensione, conducono una vita serena, interrotta soltanto dalla visita di un vecchio allievo o della figlia Eva, una musicista che vive all'estero con la famiglia. Un ictus improvvisamente colpisce Anne e collassa la loro vita. Paralizzata e umiliata dall'infarto cerebrale, la donna dipende interamente dal marito, che affronta con coraggio la sua disabilità. Assistito tre volte a settimana da un'infermiera, Georges non smette di amare e di lottare, sopportando le conseguenze affettive ed esistenziali della malattia. Malattia che degenera consumando giorno dopo giorno il corpo di Anne e la sua dignità. Spetterà a Georges accompagnarla al loro 'ultimo concerto'.


In parallelo, il film propone una una triplice riflessione sulla vecchiaia, sulla malattia e sulla morte (e, in particolare, sul morire e sui possibili modi di uscire di scena). Dopo una vita attiva e laboriosa, quando sopraggiunge una malattia, si va avanti, sino a che si comprende che il corpo è diventato una prigione troppo stretta: una spoglia che non funziona più a dovere e che è soltanto di peso per sè e per gli altri. E allora l'unica risorsa che rimane, per esprimere la propria volizione, è data dalla via del rifiuto e dal lasciarsi andare.

Anche se la storia raccontata da Haneke non è del tutto sovrapponibile, ho visto in alcune sequenze del film il lasciarsi andare di mia madre che, quando si rese conto che non poteva più essere d'aiuto, lasciò che le forze restanti che le rimanevano, la abbandonassero, transitando da una condizione di torpore e di esclusione sensoriale auto-imposta al sonno e al trapasso (il tutto accaduto in pochi giorni...).
E ciò accade esattamente quando si rese conto che non poteva più contare sulle proprie forze e d essere quella che era sempre stata ed essere invece diventata (comme ci diceva ripetutamente "di peso".
 
Mia madre negli ultimi suoi giorni spesso mormorava tra sé e sé: "Viva il Polo Nord! Viva la Groenlandia!". Invocazioni che si spiegavano bene, quando ci diceva: "Perché non mi portate in un luogo freddo e mi lasciate lì, seduta nella mia poltrona e avvolta in una coperta, cosicché io possa addormentarmi piano piano nel freddo?".

Lei voleva soltanto potersi addormentare in un sonno più lungo di quello ordinario. E così ha fatto. E proprio per questo motivo aveva rifiutato sempre, anche quando nel corso del tempo si parlava di quella che pareva una remota possibilità, l'idea di dover essere ricoverato in qualche luogo della Sanità. Come sua madre, lei voleva poter morire serenamente a casa sua, tra le sue cose e vicino ai suoi figli.
E così è stato, secondi i suoi desideri.

Tanti anni fa (anzi, una vita fa), avevo fatto leggere alla mamma un romanzo di Hans Ruesch, dal titolo "Il paese dalle ombre lunghe", ambiantato tra gli Eschimesi della Groenlandia. E la mamma era rimasta molto colpita dal fatto che, come si narrava nel romanzo, l'anziano della famiglia, quando capiva di essere ormai diventato di peso per tutti, si incamminava da solo nel freddo del grande Nord e andava a sedersi in un luogo lontano dal gruppo degli igloo per lasciarsi andare nel freddo della progressiva ed inarrestabile ipotermia.
E, alla fine, come ci dice il film, non c'è niente che possa ravvivare, delle abitudini precedenti: nemmeno la musica serve più. 
Non può essere più ascoltata e persino la colonna sonora del film nel momento della dipartita e dell'inevitabile addio si spegne: e nemmeno in dissolvenza. Di colpo.
Non ci sono più né parole che si possano dire, e nemmeno musica da ascoltare.

La medicalizzazione delle malattie senili e del morire, oggi, rischia di levare ogni dignità alla morte, come anche l'insofferenza di molti nei confronti delle limitazioni scaturenti dall'evolversi di alcune malattie o sempliceemnte connesse alla senescenza. In questo senso, la pellicola del cineasta tedesco dà una profonda lezione morale a quanti vorrebbero togliersi davanti agli occhi la pena del morire e risparmiarsi scomodità, fatiche ed imbarrazzi legati di necessità all'assistenza di chi sta morendo.


Ma il film è anche di più. Amour, pur essendo un film non facile da affrontare, fa risuonare molte corde nel nostro animo, perchè ci riporta ad esperienze pregresse oppure ad esperienze ancora non vissute e che temiamo di dover affrontare prima o poi.

Quello del cineasta è uno sguardo impietoso, quasi chirurgico su alcuni momenti della malattia e del suo evolversi, eppur necessario. L'abilità del regista è stata quella che dopo la crudezza delle sequenze che raccontano delle limitazioni indotte dalle malattia della donna sino al tragico e pietoso trapasso, tutto il resto del racconto sfuma in una dimensione onirica e quasi fiabesca, senza che il regista indulga prosaicamente a illustrare una delle possibili conclusioni con oggettività realistica, ma lasciando che sia lo spettatore a comporre un'immagine della fine della storia, secondo la sua sensibilità.

Un film che lascia tanto e che apre degli interrogativi su ciò che ciascuno di noi sente nei confronti della morte e del morire. 



Scheda film
Un film di Michael Haneke.
Interpreti principali: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto, William Shimell 
Titolo originale Amour. 
Drammatico. 
Durata 105 min. 
Origine: Francia, Austria, Germania 2012 - Teodora Film 
Uscita giovedì 25 ottobre 2012.


Visto il 12.12.2012 (cinema Aurora, Palermo)
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10 dicembre 2012 1 10 /12 /dicembre /2012 09:09

Di-nuovo-in-gioco.jpg(Maurizio Crispi) In "Di nuovo in gioco" (un film di David Lorenz, USA, 2012), l'attore e regista Clint Eastwood, dopo il toccante ed intenso Million Dollar Baby (2004), ritorna a recitare la parte di un talent scout sportivo, entrando questa volta nella parte di un burbero ricercatore di talenti del Baseball, ormai apparentemente stanco e sulla via del tramonto a causa di un'incipiente cecità, destinato ad essere sacrificato dall'ambizione dei nuovi "quadri" più ambiziosi e agguerriti, ma senza nessuna esperienzasul campo (o poca).

Alla fine le cose andranno diversamente da come sembrava di dover prevedere.
La saggezza e l'esperienza l'avranno vinta sulla tecnologia.
E molte altre cose nel frattempo si ricompongono, compreso un lungo rapporto di incomprensioni tra un padre ed una figlia.
In questo film vediamo un grande Clint Eastwood che come in Gran Torino (da lui diretto ed interpretato, nel 2008) regala ancora una volta piena dignità alla vecchiaia, in modo militante dimostrando con il suo corpo, con il suo volto grinzoso e pieno di rughe e con i suoi personali acciacchi che ogni età della vita porta con sé dei doni inestimabili, anche quando tutto sembra compromesso da una malattia incombente.
Nella sua narrazione il regista spezza una lancia a favore dell'esperienza e della capacità di valutazione dell'individuo rispetto a ciò che possono dire i PC, grazie all'utilizzo di programmi sofisticati e di elaborazioni statistiche. Ciò che si apprezza con i cinque sensi e che viene incasellato alla luce dell'esperienza personale acquisita nel corso di un'intera vita possiede un valore euristico ben maggiore.



Scheda film
Un film di Robert Lorenz. 
Interpreti principali: Clint Eastwood, Chelcie Ross, Ed Lauter, Amy Adams, Raymond Anthony Thomas. «continua Clifton Guterman, Jack Gilpin, John Goodman, Robert Patrick, Bob Gunton, George Wyner, Matthew Lillard, Carla Fisher, Nathan Wright, Justin Timberlake, Matt Bush, Scott Eastwood, Chandler George Brown, Ricky Muse, Sam Collins, Tom Dreesen Titolo originale Trouble With the Curve. Genere: drammatico
Ratings: Kids+13;
Durata 111 min.
Origine: USA 2012. - Warner Bros Italia 
Uscita giovedì 29 novembre 2012



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16 novembre 2012 5 16 /11 /novembre /2012 07:51
il-rosso-e-il-blu_Piccioni.jpg(Maurizio Crispi) Una generazione degli Italiani (ma forse più di una) è cresciuta con letture di "Cuore" e del "Giornalino di Gian Burrasca" che presentavano due aspetti diversi della scuola italiana e della sua funzione nella società nel periodo post-risorgimentale.
E con quelle letture tanti di noi adulti un po' maturi siamo cresciuti, immaginando una funzione idealizzata della scuola che trasm
ette valori e che instilla anche conoscenze e cultura, formando così alla vita. 
Nelle pagine di Cuore vi è il personaggio di Franti, che è il riottoso e l'incorreggibile, anche se anche dal suo comportamento "deviante", il maestro alla guida della sua composita scolaresca riesce a trarre lezioni di vita.
Gianburrasca invece fu della scuola italiana il contraltare burlesco, quello dell'irriducibile cialtroneria dell'alunno che vuole farsi beffe della scuola e con la vocazione del ribelle, ma già con Vamba (Luigi Bertelli) eravamo andati molto più avanti di Cuore (la prima edizione del Giornalino fu nel 1907) e qualche dubbio sulla mission educativa della scuola cominciava a sorgere da qualche parte.
E adesso, giunti al passaggio tra il 20° e il 21° secolo, l'insegnante Lodoli, insegnante prima ancora che scrittore, ha affrontato la questione dello stato dell'arte della scuola italiana nel suo "Il rosso e il blu. Cuori ed errori della scuola italiana", Einaudi (e non solo in questo testo, peraltro): disperante, nella buona sostanza, il ritratto che scaturisce dalle sue pagine, quello di una scuola che non è più in grado di incidere significativamente nelle menti dei giovani che le vengono affidati; una scuola in cui la maggior parte degli insegnanti si abbandonano al cinismo, se hanno ancora un briciolo di idealismo se non sono essi stessi insipienti perché anch'essi forgiati da un sistema di istruzione stolido e poco attento ai cambiamenti epocali.
Eppure, qualche cosa di significativo ed importante ogni tanto avviene; qualche messaggio umano viene trasmesso; qualche seme attecchisce e germoglia, inaspettatamente, anche se spesso non si comprende come ciò sia potuto accadere, perchè chi l'aveva fattto prima era convinto di aver seminato nel deserto.
Ed é questo che dà adito alla speranza e che può spingere a continuare un'opera che ai più sfiduciati potrebbe apparire come una fatica di Sisifo.
Di questa scuola tratteggiata da Lodoli nel suo libro di memorie e di riflessioni sulle sue esperienze di insegnante è nato il film omonimo di Giueseppe Piccioni che ne è una credibile trasposizione: un film tenue che presenta problematici alunni, altrettanto probelematici insegnanti, ma che in definitiva non dà risposte e lascia nello spettatore soltanto dubbi ed interrogativi.
Un film da vedere, indubbiamente: un film che propone sicuramente una visione meno radicale del film sulla scuola italiana della metà degli anni Novanta (La scuola di Silvio Orlando, Italia, 1995), in cui si sottolineava il fatto che la scuola non è capace di "salvare" nessuno, poiché i dotati (per classe sociale di appartenenza, per cultura familiare) vanno avanti bene nel loro iter scolastico malgrado la scuola, mentre quelli che più avrebbero bisogno, finiscono con l'essere emarginati sempre di più, sino all'espulsione definitiva e alla libera caduta nell'anomia sociale, come insegna Ivan Illich nel suo saggio Descolarizzare la società.
Allora, la conclusione del film di Orlando fu quasi surreale, gogoliana. L'alunno più riottoso che disturba le lezioni imitando il ronzio di una mosca (una specie di Franti postmoderno), alla fine finisce con il trasformarsdi definitivamente in mosca, a sottolineare pessimisticamente in modo simbolico che l'istituzione scolastica in sé non é capace né di redimere, né di trasofrmare.
Invece, Lodoli - insegnante pensoso, con la passione della scrittura, assieme al regista del film - trasmette il messaggio più positivo che ogni tanto qualcuno si salva, malgrado tutto.
E questa constazione è sufficiente per andare avanti.

In fondo, il film trasmette la lezione che, tra le diverse generazioni, c'è un problema di linguaggi ormai profondamente diversi (con la percezione da parte degli educatori di un'irriducibile fattura) e che se la Scuola, in quanto istituzione, e se i singoli insegnanti che rappresentano l'interfaccia viva e palpitante con il mondo giovanile in fermento non si sintonizzano sui nuovi linguaggi e sulle nuove esigenze rischiano di impantanarsi contro un muro di incomprensibilità. E, il film, sotto questo profilo, nella sua seconda metà offre delle sorprese e rivela che spesso il punto di vista dell'insegnante - anche di quello che vuole essere comprensivo ed aperto - rischia di essere viziato da un pregiudizio di base...
Riccardo Scamarcio, nel ruolo dell'insegnante portatore di una visione idealizzata del suo ruolo, ma anche senza rendersene conto di forti pregiudizi sulla "credibilità" dei suoi allievi, qui se l'è cavata abbastanza bene, senza impantanrsi nel ruolo di personaggio "belloccio"...
Grande nel suo ruolo, Roberto Herlitzka che, nel suo ruolo di professore di storia dell'arte di grande cultura e di vaste conoscenze, nel corso degli anni é divenuto profondamente cinico sul suo ruolo e sulle capacità di apprendimento di alunni che nel corso del tempo si sono sempre più deteriorati, ma da un evento inaspettato costretto a ricredersi.
Un po' più scialba Margherita Buy, nel suo usuale standard di donna pensosa e un po' spaesata di fronte agli eventi in cui si trova a vivere, ma anche lei nel ruolo di Preside dell'istituo in cui si svolgono gli eventi narrati, per via delle circostanze portata ad riappropriarsi di una funzione materna che, pur inerente le sue funzione, aveva dimenticato con una rigida applicazione di norme e divieti...

Rosso-e-il-blu-Lodoli.jpg(dalla IV di copertina). Marco Lodoli non è soltanto uno scrittore, ma anche un insegnante, un professore nelle scuole superiori. Ogni giorno, in presa diretta si incontra e scontra con la scuola, con gli studenti e con il diffìcile e appassionante mestiere di insegnante. In "Il rosso e il blu" abbandona la finzione narrativa e, attraverso brevi ma folgoranti osservazioni, affronta i molti "cuori ed errori" che sono disseminati nella scuola italiana, e di cui è testimone quotidiano, esprimendo così il suo punto di vista sui tanti temi che entrano nel dibattito pubblico sull'educazione scolastica e i giovani di oggi: dal momento topico dell'esame di maturità alla piaga emergente del bullismo; dalla straniarne e defatigante esperienza delle gite di classe al problema della droga. Dall'angoscia degli studenti per il loro futuro, alla sintonia magica che talvolta si crea con il loro professore. Si delinea cosi un percorso mai scontato, dove la chiarezza espressiva è contemperata dalla profondità di giudizio. Gli errori della scuola sono solo un aspetto della questione. Non avrebbero senso e importanza, se dietro di essi non ci fosse la passione, insomma i cuori.


( Ilmessagero.it). «La scuola fa schifo, ma va difesa». Lo dice con un sorriso, Giuseppe Piccioni, e si capisce che i ricordi di gioventù e una buona dose di tenerezza hanno avuto la meglio sull’urgenza della denuncia.Il suo nuovo film Il rosso e il blu, ispirato al libro omonimo (Einaudi) dello scrittore-professore Marco Lodoli, racconta rigorosamente in chiave di commedia il sistema educativo italiano. Rappresentato da un liceo della periferia romana, dove la comune svogliatezza degli studenti e il disinteresse per l’apprendimento s’incrociano con le diverse tipologie degli insegnanti: l’anziano e cinico prof di storia dell’arte (un fulminante Roberto Herlitzka che alla proiezione per la stampa strappa applausi a scena aperta), il supplente idealista (Riccardo Scamarcio), la preside tutta d’un pezzo ma con istinto materno latente (Margherita Buy).

Il titolo del film rimane quello del romanzo, "Il rosso e il blu": un titolo che evoca l’immarcescibile matita per le correzioni, è stato prodotto da Bianca Film e RaiCinema e uscirà venerdì prossimo con Teodora e Spazio Cinema. «Anche se mostra le carenze della scuola italiana, dai muri scostati alla mancanza delle suppellettili basilari, non è un film politico», puntualizza Piccioni. «Anziché sui problemi strutturali e sociali estremi, ho preferito puntare l’attenzione sulle persone. L’idea di portare sullo schermo il libro di Lodoli è nata dal desiderio di raccontare il luogo che è un crocevia di destini, illusioni e disillusioni, dell’incontro tra adulti e ragazzi. C’è un filo di speranza, c’è leggerezza».

Le riprese sono state effettuate nella scuola Manzoni di Monteverde, mentre per scegliere gli studenti il regista ha scandagliato un po’ tutti gli istituti romani. Accanto a giovanissimi professionisti (Silvia D’Amico, Davide Giordano, Ionut Paun, Nina Torresi, Lucia Mascino) figurano dunque ragazzi che sono passati dai banchi al set per interpretare se stessi. Mentre gli attori adulti sono stati costretti a tuffarsi nei ricordi studenteschi e hanno assistito a qualche lezione, tanto per rendersi conto di quello che è diventata la scuola. «Non è molto cambiata dai miei tempi», osserva il 33enne Scamarcio, «e anche se i governanti continuano a considerarla un’istituzione irrilevante, mantiene intatta la sua funzione formativa».
Scheda film
Un film di Giuseppe Piccioni. 
Interpreti principali: Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Roberto Herlitzka, Silvia D'Amico, Davide Giordano, Nina Torresi, Ionut Paun, Lucia Mascino, Domiziana Cardinali, Gene Gnocchi, Marco Casazza, Elena Lietti, Alexandru Bindea 
Commedia 
Durata 98 min.
Italia 2012. - Teodora Film 
Uscita venerdì 21 settembre 2012


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13 novembre 2012 2 13 /11 /novembre /2012 20:45

Le-belve.jpg(Maurizio Crispi) Le belve (di Oliver Stone, USA, 2012), tratto dal romanzo omonimo di Don Winslow (Einaudi) é un film realizzato con un cast davvero stratosferico: la storia, che segue puntualmente la trama del romanzo di Winslow evoca gli scenari della “colonizzazione” degli Stati Uniti da parte delle feroci narcomafie messicane (soprattutto degli States confinanti, come California, New Mexico etc.).
E’ un film crudo e violento che non aggiunge nulla allo splendido romanzo di Don Winslow, inserito in una sorta di saga (di cui fanno anche parte "Il potere del Cane" e “La lingua del fuoco”) che racconta il processo di progressiva penetrazione delle narcomafie messicane nel territorio USA, mostrando anche le "contaminazioni” tra le narcomafie, i servizi segreti e le agenzie antidroga.
Chi ha letto il romanzo sarà già preparato a vedere le scene più cruente che offre il film, a partire dalle immagini choc iniziali.
Oliver Stone, da quel grande regista che è, ha saputo tradurre esattamente con pochi ed incisivi stilemi i cupi scenari introdotti dalle prosa fortemente sincretica e fortemente evocativa di Winslow, che ha molto dello stile asciutto ed incisivo di James Ellroy, maestro del noir metropolitano degli anni Novanta.
Il film, d’altra parte non è solo concentrato sulla violenza e sulla crudeltà, perché se così fosse, potrebbe riportare il fruitore agli scenari pulp così cari a Quentin Tarantino: la particolarità della vicenda – come del resto nel romanzo – sta nel fatto che vi si narra il modo in cui due mondi diversi vengono in conflitto.
Da un lato la bella e spensierata vita dei due inseparabili Ben e Chon e della loro comune fidanzata O (Ophelia), ricca ereditiera, figlia di una madre tanto riccastra quanto disattenta alle sue esigenze: un mondo fatto di amore, di eros, di grandi galoppate sulle onde con le tavole da surf, di un clima di vacanza quasi perpetuo allietato dal bel sole della California, il tutto reso possibile dal tanto denaro che i due guadagnano (illecitamente) grazie ad una loro fiorente attività di produzione di marihuana di ottima qualità (e di duro lavoro). Dall’altro lato, quello cupo e crudele delle narcomafie messicane che non tollerano l’attività indipendente di Ben e Chon (che è in fondo all'insegna della gioia del vivere e non alla concentrazione del potere nelle proprie mani o dell'accumulo di denaro fine a se stesso) e che la vogliono inglobare con la violenza e la prevaricazione nel proprio sistema, utilizzando metodi sanguinari di intimidazione.
Su questo conflitto che degenera in guerra si gioca tutta la macchina narrativa del film, con ritmo e colpi di scena, tanto da tenere in sospeso lo spettatore che, sino alla fine, si interrogherà in ansia se la sagacia e la gioia di vivere dei due simpatici vilain Ben e Chon l’avranno vinta contro la crudeltà e la violenza dei narcotrafficanti.
Di grande spessore la parte affidata a Benicio Del Toro, perfetto nel ruolo del crudele killer al servizio della “madre” Elena (la “reina”), per eredità a capo di un cartello della droga della Mexican Baja e altrettanto spietata, oppure quella affidata a John Travolta, nel ruolo del funzionario DEA corrotto e corruttibile al migliore offerente.


Tra l’altro, proprio nel 2012, è uscito per i tipi di Einaudi un nuovo romanzo di Winslow (I re del mondo, Einaudi 2012, tit. originale The Kings of Cool) che offre al lettore una sorta di “prequel” alla storia di Ben e Chon e che  racconta il perché essi siano diventati quelli che sono.

 

Scheda film

Un film di Oliver Stone.
Interpreti principali: Blake Lively, John Travolta, Aaron Johnson, Salma Hayek, Emile Hirsch, Benicio Del Toro, Taylor Kitsch, Joel David Moore, Mia Maestro, Demiàn Bichir Titolo originale: Savages.
Thriller, Ratings: Kids+16

USA 2012 - Universal Pictures



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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 07:58

Monsieur-Lahzar.jpgMonsieur Lahzar (Bashir Lahzar, di Philippe Falardeau, Canada, 2011) è un film ambientato in una scuola canadese a Montreal nello stato francofono del Québec.
Un'insegnante si suicida, impiccandosi proprio nell'aula dove insegnava durante l'intervallo, in modo tale che a trovarla sia uno degli alunni.
Alla guida del gruppo di ragazzini turbati dall'evento traumatico subentra un insegnante uomo (in una scuola in cui la prevalenza del corpo docente è femminile), che proviene da Algeri, Bashir Lahzar.
La dirigenza scolastica e Bashir si ritrovano costretti a confrontarsi con il difficile compito di accompagnare i giovani alunni nel percorso di elaborazione del lutto e nella gestione interiore del senso di perdita.
E non è una cosa facile, poiché la preside deve navigare in un territorio di non detti e di interdizioni, mentre Bashir deve confrontarsi inizialmente con l'ostilità di una parte degli allievi che di continuo confrontano il suo metodo con quelli del'insegnante che li ha abbandonati, ma contemporaneamente con un suo doloroso fardello esistenziale e, anche lui, con un irrevocabile senso di perdita che non esterna mai, tuttavia.
Il film, pur trattando di una cosa grande e difficile che è relativa a come porgere aiuto ai bambini qando devono confrontarsi con la perdita traumatica di na persona significativa nella loro vita, si muove da una sequenza all'altra con uno stile tenue e deliccato e centrato su di una vena fortemente melanconica che è lo sguardo soggettivo sdul mondo di bashir, anche se ogni tanto ci sono sprazzi che mostrano che un altro mondo di calore, di luci, di colori è possibile.
Esplorando questa situazione-limite viene mostrato allo spettatore quanto sia difficile svolgere il compito di educatori, costretti oggi a mantenere sempre una distanza "prudenziale" dai ragazzi che si devono educare e condurre, perchè in ogni situazione, anche in quella più innocente, potrebbe affacciarsi lo spettro della molestia e dell'abuso, togliendo vigore ad un'importante funzione contenitiva dell'insegnante che prima ancora di istruire deve svolgere soprattutto quando l'età dei suoi alunni è ancora tenera quella di figura genitoriale "alternativa" e a volte capace di fornire delle esperienze emozionali correttive, per le quali può essere importante un abbraccio che trasmetta una sensazione di calore edi accoglienza.
Sorvolando sugli effetti penosi che potrebbe avere il bisogno di ritrovare nelle fila degli insegnanti "pedofili" e "corruttori", il film ci dice che più che "non toccare" fisicamente il proprio alunno (cosa che in alcuni casi può essere necessaria), un buon educatore o insegnante dovrebbe essere in grado di non invadere mai la mente e le emozioni di coloro che gli sono affidati con il suoi dolori e con le sue perdite, utilizzandoli in qualche modo come contenitore e come strumento di liberazione dalle sue pene.

Ma, viceversa, dovrebbe sempre poter attingere al suo bagaglio di esperienze personali per essere empatico, per comprendere e, soprattutto, per farsi carico delle giovani vite che gli sono affidate e in qualche modo per condurle verso l'elaborazione dei problemi.
Il ruolo dell'insegnate-educatore, viceversa, si inaridisce ed è destinato al fallimento e allo scacco, se si accetta il verbo dei timorosi e dei perbenisti secondo cui deve soltanto "..insegnare, ma non educare...", come afferma una coppia di genitori, insofferente del compito che Bashir in qualche modo si è assunto.
Un bel film da vedere, che lascia dentro delle belle emozioni e che ci aiuta a riflettere su alcuni temi.

 

 

 

 

Scheda film
Monsieur Lazhar
Regia: Philippe Falardeau
Interpreti: Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Proulx, Jules Philip, Émilien Néron,Brigitte Poupart, Francine Ruel, Louis Champagne
Titolo originale Bachir Lazhar
Drammatico
Durata 94 min
Canada 2011. -
Officine Ubu
Uscita venerdì 31 agosto 2012

 

 

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1 novembre 2012 4 01 /11 /novembre /2012 11:34

Terra-matta-Rabito_Quatriglio.jpg(Maurizio Crispi) Terra Matta -  Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano (2012) è il film-documentario, realizzato per la regia di Costanza Quatriglio a partire dal testo autobiografico di Vincenzo Rabito che - ad un certo punto della sua vita - partendo da una condizione di semi-analfabeta - decise di raccontare in forma scritta la storia della sua vita. Con infinita pazienza si mise a scrivere le "storie" della sua vita, con la stessa attitudine del cantastoria, per il quale ogni singola paraola, ogni singolo verbo ha una sua pregnanza fonetica.
Vincenzo Rabito tradusse in forma scritta una narrazione tipicamente orale cn quello stile che ben conoscono coloro che si sono intrattenuti a parlare con gli anziani contadini delle nostre campagne siciliane, prima che arrivasse la televisione ad uniformare i linguaggi e ad appiattire gli stilemi narrativi di un tempo.
Dal paziente e certosino lavoro di scrittura nacque una mole impressionante di diari: ben 20 volumi, ciascuno costituito da 100 fogli, fittamente scritti sul fronte e sul retro.
Volumi che, artigianalmente vennero rilegati e che cositutirono il punto di partenza per una selezione dei brani più significativa che venne rese di pubblico dominio attraverso il volume dato alle stampe alcuni anni fa (Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi, 2007, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci).
I due curatori del volume si sono dovuti confrontare con un compito gigantesco, sia per la mole del materiale scritto, sia anche per la necessità di tradurre in testo "scritto" leggibile, la narrazione scritta, ma "orale" di Rabito.
Il volune pubblicato da Einaudi riporta in apertura la prima pagina dei diari di Vincenzo rabito, giusto per dare un'idea della grandezza e dell'importanza del lavoro svolto.
A distanza di alcuni anni è arrivato il film-documentario per la regia della siciliana Costanza Quatriglio che in corso d'opera si è avvalsa della consulenza della curatrice del volume pubblicato da Einaudi.
Il film è di grande interesse ed anche - devo dirlo - di intrattenimento, nel senso che non per un solo atimo si verifica la caduta dell'attenzione dello spettatore-ascoltatore, né si ingenera noia.

Il film è strutturato come un incontro con il cantastorie delle tradizioni siciliane che sono sopravvissute sin quasi ai giorni nostri.
Una voce fuori campo racconta - in prima persona - la vita di Vincenzo Rabito, anzi è Vincenzo Rabito in persona.
Sullo schermo si susseguono una serie di sequenze di filmati d'epoca che danno corpo alle parole del cantastorie, che - mentre "narrava"  i cunti e le storie - faceva riferimento a dei riquadri dipinti (in genere sempre con lo stesso stile mutuato dall'arte naif dei decoratori di carretti siciliani, sia che trattassero storie di Paladini, sia che facessero riferimento ad eventi della contemporaneità).

Le sequenze filmate assolvono a questo compito, assieme alla colonna sonora che dà un supporto musicale (anche questo evocativo), così come il cantastorie - spesso e volentieri - si accompagnava con la chitarra, con le cui note realizzava anche delle interpunzioni sonore che facevano da stacco tra un capitolo e quello successivo.

La regista per le immagini s'è avvalsa di documentari d'epoca (ritrovati negli archivi di cinecittà e dell'Istituto Luce), illustrando così gli eventi di cui Rabito racconta, da uomo semplice che ha vissuto la storia di un "secolo matto".
Ed è così che dal racconto siamo condotti in una fantasmagoria di sequenze tragiche che ci fanno viaggiare nel tempo dalla I guerra Mondiale, alla colonizzazione italiana in Africa, alla guerra in Etiopia, alla II guerra mondiale, alle prime lotte contadine del dopo-guerra, i brogli politici referendari e successivi, al passaggio senza comprendere i perchè da una parte politica all'altra, sempre nel tentativo di sbarcare il lunario e di sostentare moglie e figli, compreso quell'aspetto tipico di chi da una posizione umile deve barcamenarsi per sopravvivere che è il principio del "non scontentare mai nessuno"


La narrazione procede secondo un vettore lineare - ed anche questa modalità fa parte delle narrazioni orali: Vincenzo Rabito con la sua voce ruvida (bravisssimo l'attore scelto a fare da interprete) racconta la sua storia, la storia di un uomo umile del XX secolo che ha attraversato di questo secolo tutti i più importanti e tragici eventi, "salvandosene" ogni volta un po' come il Candide di Voltaire, animato nelle sue azioni e nelle sue decisioni da un'arguzia schiettamente contadina, ma anche aiutato da quella capacità di distanziarsi dagli eventi gravi, propria della povera gente che, essendo sempre preoccupata della propria sopravvivenza quotidiana, vive questi ultimi con lo stesso distacco e lo stesso atteggiamento utilitaristico con cui affronta gli accadimenti quotidiani, minuti e prosaici.
Le immagini tuttavia - mentre la voce narrante prosegue nel suo racconto - si alternano.
Una parte importante di esse è dedicata al tentativo di restituire allo spettatore-ascoltatore la fisicità del diario di Vincenzo Rabito: ce ne fa vedere le pagine, il modo in cui sono scritte fittamente, quasi per effetto di un horror vacui nella pagina bianca (non ci sono spazi di interlinea, quasi e i bordi del pari sono quasi interamente occupati dai caratteri), ci mostra il modo in cui i diari a 100 pagine per volte siano stati rilegati artigianalmente con delle costolature a spirale di metallo. Ce li fa vedere ammucchiati o singolarmente. Ci fa vedere la grafia e il modo in cui ogni singola parola sia stata scritta, staccata da tutte le altre con dei segni di interpunzione, quasi che ogni singola parte del discorso dovesse avere il peso di un colpo di schioppo, come nelle narrazioni orali. Altre immagini ci portano avanti nel tempo, alla contemporaneità: il traffico, le automobili, giovani che vanno in motoretta, gli esterni di Chiaramonte Gulfi, il paese natale di Vincenzo Rabito, la sua casa e i di lui figli: tutto ciò per dare legame e consistenza al racconto che solo assume il senso se considerato come un'eredità che Vincenzo Rabito ha voluto lasciare alla nostra contemporaneità, nel tentativo di salvaguardare i suooi personali ricordi dall'oblio e di tramandarli, riscattando al tempo stesso la sua condizione di analfabeta illetterato.
Nessuna frase è meglio descrittiva della sua storia di vita: «Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare»
.
Costanza Quatriglio alla prima proiezione di Terra Matta a Palermo (24 ottobre 2012) - Foto di Maurizio CrispiE lui ha dimostrato di averne tante di storie da raccontare, una cosa che ognuno vorrebbe poter fare ad un certo punto della propria esistenza, per cercare di dare dignità alle proprie vicissitudini

In occasione della prima proiezione a Palermo, il 24 ottobre, erano presenti in sala la regista Costanza Quatriglio che si è intrattenuta con il pubblico, ma anche Evelina Santangelo che, assieme, a Luca Ricci, ha curato il volume di Einaudi e che ha lavorato con la regista per definire meglio alcune scelte, ma anche per riportare il testo orale che era stato scritto alla sua oralità, cioè alla sua vera e profonda natura.
Il film-documentario, nel 2012 è stato presentato alla 69ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Una riduzione teatrale del testo è stata rappresentata dal siciliano Vincenzo Pirrotta (allestimento del Teatro Stabile di Catania 2009).

Vedi la scheda su Vincenzo Rabito in Wikipedia.


 

Terra-matta-Rabito.jpgPresentazione del volume edito da Einaudi. Un'esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l'improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico, e infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri quest'autobiografia. Con la sua lingua inventata giorno per giorno e il suo tragicomico, inarrestabile passo narrativo, Terra matta ci parla del carattere stesso del nostro Paese, stagliandosi, pagina dopo pagina, come una straordinaria epopea dei diseredati. Un bracciante siciliano si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l'altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua «maletratata e molto travagliata e molto desprezata» vita. 

Ne è venuta fuori un'opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, sia per la forza espressiva di questa lingua mescidata di italiano e siciliano, sia per il talento narrativo con cui Rabito è riuscito a restituire da una prospettiva assolutamente inedita più di mezzo secolo di storia d'Italia. 

Imprevedibile, umanissimo e strepitosamente vitale, Terra matta ci racconta le peripezie, le furbizie e gli esasperati sotterfugi di chi ha dovuto lottare tutta la vita per affrancarsi dalla miseria; per salvarsi la pelle, ragazzino, nel mattatoio della Prima e poi della Seconda guerra mondiale; per garantirsi un futuro inseguendo (con «quella testa di antare affare solde all'Africa») il sogno fascista del grande impero coloniale in «uno miserabile deserto»; per arrabattarsi, in mezzo a «brecante e carabiniere», tra l'ipocrisia, la confusione e la fame del secondo dopoguerra; per tentare, a suo modo («impriaco di nobilità»), la scalata sociale con un matrimonio combinato e godere, infine, del benessere degli anni Sessanta, la «bella ebica» capitata ai suoi figli... ritrovandosi poi sempre, o quasi sempre, «come la tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all'ultimo scalone cascavo».
Eccolo qui, dunque, il libro di Rabito, proposto per la prima volta al pubblico in una versione ridotta ma esattamente come lui l'ha scritto, senza cambiare neppure una parola di quelle che l'autore ha scolpito, a fatica, nell'ultima battaglia della sua guerreggiata esistenza.

 

Vincenzo Rabito è nato a Chiaramonte Gulfi (Ragusa) nel 1899. «Ragazzo del '99», è stato bracciante da bambino, è partito diciottenne per il Piave, ha fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale.
È stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia dove si è sposato e ha allevato tre figli.
È morto nel 1981. 

La sua autobiografia ha vinto il «Premio Pieve - Banca Toscana» nel 2000, ed è conservata presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

 

 

Scheda film

Un film di Costanza Quatriglio.

Con Roberto Nobile 

Documentario

Durata 75 min.

Italia 2012.
Cinecittà Luce

 

 

Il trailer ufficiale

 

 


 

 

 

 

Terra Matta - allestimento del Teatro Stabile di Catania

 

 


 
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25 ottobre 2012 4 25 /10 /ottobre /2012 14:02
Elles.jpg(Maurizio Crispi) In Elles (Francia, Polonia, 2012) Anne (Juliette Binoche) è una giornalista francese che conduce una vita serena, sia sul piano affettivo e familiare che professionale, essendo impegnata in questo ambito lavorativo in un'inchiesta sul fenomeno della prostituzione tra le studentesse. Infatti, sin dall'inizio del film la vediamo alle prese con la stesura dell'articolo e con i piccoli consueti problemi editoriali, quando il suo direttore le fa sapere che deve comprimere il testo da 18.000 a 15.000 battute.
Alla ricerca di due donne da intervistare, le capita di incontrare e confrontarsi con Alicja, una studentessa polacca problematica e seduttiva, e con Charlotte, una giovane donna francese, più riservata e convinta che il prostituirsi sia stato - e continui ad essee - un compromesso che ha dovuto accettare a suo tempo e che deve continuare ad accettare, se vuole andare avanti.
Apparentemente, ad entrambe la scelta della prosttuzione ha consentito di proseguire gli studi, ma in realtà ci sono motivazioni più profonde e più complesse Ed anche dopo aver iniziato, è molto difficile cambiare organizzazione di vita: il fascino di avere tanti soldi a disposizione, guadagnati con poche ore soltanto di applicazione, fa la sua parte.
Anne è sensibile alle realtà sociali degli studenti, ma a poco a poco, le storie delle due ragazze arriveranno a toccarla nel profondo.
Il film si muove su piani diversi che, a volte si interscambiano o collidono o si travasano uno nell'altro.
A volte, è l'attività quotidiana di Anne, sia quella casalinga sia quella professionale, a volte, sono scorci di vita delle due studentesse-prostitute ricatturati con salti all'indietro che ripresentificano la loro storia narrata, a volte sono i momenti di scambio conoscitivo ed emozionale tra Anne e le due donne, la cui vita e le cui scelte la prima sta scandagliando, alla ricerca di ragioni e di percorsi esplicativi, all'inizio spinta da interesse professionale, ma poi sempre più spronata ad indagare in certi dettagli intimi dalle sue frustrazioni di donne e dalle sue personali fantasie.
Elles Charlottte la prostituta franceseInfine, la narrazione si muove continuamente, tra normalità nella vita di una donna "arrivata" che però non ha più guizzi di vitalità e vie di possibile trasgressione, in un quadro in cui tutto è da lei sottoposto al controllo della ragione e della ragionevolezza, e l'esistenza alternativa di due giovani donne che hanno scelto di prostituirsi, avendo come motivazione consapevole quella di avere la via spianata verso buoni guadagni (scelte si sopravvivenza per Charlotte e volontà di fuga - e di cambiamento di status sociale - dalla miseria dei ghetti metropolitani o anche scelta verso il lusso e la possibilità di acquisire beni prima impensabili , in un contesto nuovo e ostile nel caso di Alicja migrante dalla Polonia e ritrovatasi senza mezzi di sussistenza.
Il film non dà delle soluzioni: pur aprendo il problema proponendo una tesi e un'antitesi, il regista rimane fermo tra i due quadri. La scelta della trasgressione utilitaristica che però non è pienamente soddisfacente, perchè costringe ad un ambito di menzogne e di travisamenti, costringendo anche ad incontri che possono essere sgradevoli, è uno.
L'altro è quella di una iper-normalità familiare (non più confortante), in cui tutto procede apparentemente bene, ma depotenziato di tutto ciò che darebbe vitalità.
Il sesso fantasticato è per sempre bandito da questo scenario: non può mai essere vissuto, essendo relegato solo alla fruizione dei film porno online da parte degli uomini (marito e figlio) e alle fantasie masturbatorie (per Anne).

Possibilità alternative rimangono inavvicinabili o pura utopia.
Viene delineata, tuttavia, una terza via che è quella della solidarietà e dell'amicizia tra donne. Una via che rimane solo abbozzata e che non dà soluzioni all'insoddisfaczione e all'incertezza del vivere di ogni giorno.
Elles la prostituta polaccaDal tempo del "classico", Bella di giorno di Luis Buñuel di acqua ne è passata sotto i ponti.
Là veniva tratteggiata la scelta tormentata di una donna sposata con un medico parigino che, oppressa dalla noia di lunghe giornate vuote, decide di prostituirsi durante le ore diurne in una casa d'appuntamenti: una scelta che sarà  vissuta conflittualmente e con sensi di colpa sino all'inevitabile "punizione". Qui, invece, abbiamo la descrizione di scelte di vita che sono rappresentate al pari di altre, pur nella loro problematicità, e che divengono - semmai - oggetto di interesse ed attrazione da parte della giornalista che, accostandosi ad esse per "studiarle" con piglio oggettivo, finisce con l'esserne in qualche modo catturata, condividendole in fantasia.
Alcuni, nel vedere il film, hannoa avuto da ridire sul fatto che alcune sequenze fossero sin troppo esplicite, senza mai giungere tuttavia agli stilemi propri del porno.
A mio avviso, questa è stata una scelta di regia funzionale all'intersecarsi dei piani narrativi.

Nel senso che le sequenze erotiche, pur riferendosi alle esperienze delle due donne intervistate da Anne, sono anche la rielaborazione in fantasia che ne fa la stessa Anne, come se i racconti di ciascuna delle due, le avessero aperto orizzonti dimenticati (o nuovi) relativamente all'eros.
Peraltro, tali scene sono una spia di quel fenomeno descritto da alcuni sociologi che, di recente, hanno preso ad occuparsi dell'evoluzione del porno nella cultura contemporanea: fenomeno descritto come "pornificazione della cultura" o anche "porno espanso".


 
Scheda film
Un film di Malgoska Szumowska
Interpreti: Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Krystyna Janda, Louis-Do de Lencquesaing, Ali Marhyar. «continua Joanna Kulig, Scali Delpeyrat, Arthur Moncla, François Civil, Pablo Beugnet
Titolo originale: Sponsoring.
Drammatico, durata 96 minuti
Francia, Polonia, Germania 2011.
Officine Ubu
Uscita venerdì 28 settembre 2012. Vietato ai minori di 14 aanni

 
Trailer ufficiale

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12 ottobre 2012 5 12 /10 /ottobre /2012 07:55

e stato il figlio(Maurizio Crispi) Daniele Ciprì in "E' stato il figlio" ha operato da solo, trasformando il romanzo omonimo di Roberto Alajmo (mondadori, 2008) in una vicenda onirica e livida.
A differenza dei film realizzati con Franco Maresco, suo "socio" della celebre coppia di cineasti della sicilianità, questo film è a colori,  ma si tratta di colori lividi e surreali, che trasformano la vicenda che, pur si snoda nella realtà, in un percorso onirico e mentale.
E così dev'essere visto che il racconto altro non è che un percorso della memoria del narratore di storie Busu, perso nelle sue storie e in fondo cieco alla realtà, perchè come un indovino sa quello che dovrà accadere, prima che accadere.
E' un narratore cieco, perchè il suo sguardo è perennemente rivolto all'interno della sua mente.

Oltre ad attori "veri" (come ad esempio Toni Servillo che qui si piega ad una recitazione tutta impastata di idiomi e mimiche tipiche della sicililianità, compaiono alcune delle stesse tipologie-icone di personaggi interpretati da attori da strada la cui sola presenza silenziosa vale una recitazione.
E' un film di cunti e storie, come è sin dall'esordio con la comparsa dell'enigmatico Busu che, in attesa del suo turno all'uffcio postale, racconta storie e storielle, che convergono su di una storia principale, una storia che - evidentemente - vede nella sua mente con vividezza, quadro dopo quadro.
I registri cromatici scelti dal regista, i colori lividi che tendono in alcuni momenti al bianconero, ma anche la scelta delle ambientazioni - architetture ad uso abitativo che si preentano vuote ed imponenti come cattedrali silenziose, oppure i paesaggi industriali di ciminiere e di tralicci - accentuano la dimensione livida e surreale del racconto che si distacca da quello originario di Alajmo che si presenta più lineare e più netto, in quanto partendo dall'effetto, poi narra le "cause".
Qua siamo alle prese con un "cunto" d'una storia del passato resa da uno che narra le storie e che per poterle narrare le ha in qualche modo vissute.
Ma perchè Busu narra questa specifica storia?
Lo si scoprirà soltanto alla fine del film in un bel gioco di incastri, in cui il racconto grottesco si trasforma in dramma profondo della miseria e dello squallore esistenziale, un po' nello stile di Eduardo de Filippo.

Nella sua ambientazione in una onirica Palermo della fine degli anni Sessanta, c'è tutta una squallida rappresentazione di vite "minime", di vite, di vite che tirano a campare con mezzi e mezzucci, assillate dai debiti e dalle necessità quotidiane, vite che a volte passando da una messa scena in scena grottesca e beffarda, scivolano in una rappresentazione drammaturgica.

 Fa da volano propulsore una Mercedes (nel romanzo, più spostato avanti negli anni, si tratta di una Volvo), acquistata con i soldi rimasti di un risarcimento otttenuto dopo molte tribolazioni dallo Stato per l'uccisione accidentale "per mafia" della figlioletta di Nicola (Toni Servillo), auto che viene vissuta come status symbol e segno di un fittizio upgrade nella scala sociale.
I personaggi sono tutti orrendi, nessuno si salva per umanità, ad eccezione di Busu, toccato profondamente da un dramma che ha contaminato tutta la sua vita.
Il vede si vede, ma non ci si diverte: lo si puà soltanto inghittire come un boccone amaro.

 

 

Scheda film

E' stato il figlio (di Daniele Ciprì, Italia, 2012)
Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Alajmo, Mondadori
Interpreti principali: Toni Servillo, Giselda Volodi, Aurora Quattrocchi, Benedetto Ranelli, Alfredo Castro., Fabrizio Falco, Pier 

Giorgio Bellocchio, Piero Misuraca, Giacomo Civiletti, Alessia Zammitti 
Genere: drammatico
Durata 90 min. 
Italia 2012. - Fandango

Uscita venerdì 14 settembre 2012

 
Trailer


 
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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