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9 ottobre 2013 3 09 /10 /ottobre /2013 07:33

In (Maurizio Crispi) Ci sono dei film che proprongono agli spettatori un'esperienza estrema. La storia che vi viene narrata non ha trama, non ha articolazioni. I personaggi che compaiono ed interagiscono sono sottoposti ad una prova difficilissima. E l astoria è tutta lì.
Se falliscono, c'è la rappresentazione del modo in cui reagiscono a quelle sollecitazioni così estreme. Se sopravvivono, saranno per sempre trasformati dall'avere vissuto quell'esperienza. Nello stesso tempo, lo spettatore viene sottoposto alla meraviglia che si alterna a seconda dei casi al brivido empatico di fornte ai pericoli che devono affrontare i personaggi, al terrore agorafobico o all'angoscia claustrofobica più estrema.
 

 

Gravity è un film di fantascienza del 2013 scritto (con il figlio Jonas come co-sceneggiatore), diretto, montato e prodotto dal messicano Alfonso Cuarón, che ha per protagonisti Sandra Bullock e George Clooney.
Il film, proiettato in anteprima mondiale il 28 agosto 2013 nella Sala Grande del Palazzo del Cinema di Venezia, ha aperto la 70^ edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Il film di Alfonso Cuaròn, si presenta con un cast di attori limitatissimo, in pratica soltanto Sandra Bullock nella parte di Ryan Stone e George Clooney, nei panni di Matt Kowalsky, comandante dello Shuttle.
George Clooney, paludato nei panni dell'astronauta è stranamente simile (con un involontario effetto umoristico) al Buzz Lightyear di Toy Story della Disney.
Il film è breve, con una lentezza che in parte sembra rimandare alla totale mancanza di gravità, con delle improvvise velocizzazione (che servono a ricordare che tutto si muove nell'orbita attorno alla Terra ad una velocità spaventosa), con un alternanza di momenti fortemente agorafobici e claustrofobici.
Secondo alcuni commentatori il film contiene numerose "bufale" ed imprecisioni che non reggono ad una serrata critica scientifica come si è preoccupato di puntualizzare Neil de Grasse Tyson, uno dei fisici e divulgatori scientifici più famosi del mondo: insomma, sembra che il regista si sia preso numerose libertà nell'infrangere i limiti della credibilità scientifica.
Sono di una bellezza ineffabile le immagini della Terra vista dallo spazio profondo.
Nulla di nuovo rispetto ad altre pellicole che hanno esplorato un tema analogo a partire da alcune immagini inquetanti proposte da Stanley Kubrick in "2001 Odissea nello Spazio", ma lì c'erano il lirismo e la licenza poetica che consentivano di non preoccuparsi affatto dell'aderenza della narrazione ai principi della scienza e della fisica.
Ma, al di là della ricerca dell'esattezza scientifica e al di là del fatto che il terrore dello spazio profondo è stato un tema da sempre preso in considerazione da cineasti e da narratori di SF, rimane quello, indiscutibile, che il film è pieno di pathos e di tensione drammatica, con una Sandra Bullock che da sola tiene banco in quasi metà del film.
Che il finale sia scontato non importa, vi è forte il messaggio che esperienze estreme come quella che Sandra Bullock si trova a vivere lasciano indelebilmente il segno e trasformano le persone che vi passano attraverso, in quanto hanno il potere vivificante della morte-rinascita, come sembrano sottolineare le immagini finali.

 

In (Sintesi) La dottoressa Ryan Stone è un'esperta ingegnere biomedico che affronta per la prima volta una missione nello spazio. Assieme a lei sullo Space Shuttle l'astronauta Matt Kowalsky, il comandante, destinato ad andare in pensione al rientro da questa che sarà la sua ultima missione. Durante una passeggiata all'esterno dello Shuttle per lavori di manutenzione sul telescopio Hubble, vengono colpiti da un'onda di detriti di un satellite che distrugge la navetta spaziale e uccide gli altri membri dell'equipaggio, lasciando i due da soli alla deriva nello spazio, senza comunicazioni con la base di Houston.
Il comandante Kowalsky è l'unico a disporre di uno zaino jet e riesce a trainare con sé la dottoressa Stone agganciandola con un cavo. Distrutto lo Shuttle, e in attesa del secondo passaggio dell'onda di detriti, la loro unica speranza è raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale, distante pochi chilometri dal punto in cui stavano operando in orbita. Con il propellente esaurito i due superstiti riescono a raggiungere la stazione, tuttavia il comandante è costretto a sacrificarsi per salvare la donna, lasciandosi andare alla deriva nello spazio.
Affranta, la dottoressa Ryan Stone, che nel frattempo aveva esaurito la propria riserva di ossigeno, riesce a penetrare nella stazione internazionale, danneggiata, disabitata e piena di oggetti in caduta libera. Entrata nel modulo di salvataggio russo Sojuz, cerca di sganciarsi dalla stazione attivando i razzi ma il paracadute, apertosi a causa dell'impatto dei detriti, si è impigliato nella stazione e le impedisce di staccarsi. Solo tornando all'esterno potrà sganciare il paracadute. Tuttavia una nuova pioggia di detriti ad altissima velocità la coglie all'esterno.
Con la navetta russa pesantemente danneggiata, peraltro senza paracadute, non può rientrare sulla Terra, pertanto come ultima speranza si dirige verso la stazione cinese Tiangong 1 in orbita, che però sta vistosamente perdendo quota. Con la navetta di salvataggio cinese Shenzhou, staccatasi dalla stazione cinese poco prima della sua distruzione, riuscirà ad affrontare la rovente discesa nell'atmosfera terrestre e infine ammarare.

 

 

Scheda film

Un film di Alfonso Cuarón.
Interpreti: Sandra Bullock, George Clooney, Ed Harris, Orto Ignatiussen, Phaldut Sharma.  Amy Warren

Genere: Fantascienza
Ratings: Kids+13
Durata 92 min.
Origine: USA, Gran Bretagna 2013.
Warner Bros Italia
Uscita nelle sale italiane giovedì 3 ottobre 2013.

 

 

Videoclip

 

 


 
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20 settembre 2013 5 20 /09 /settembre /2013 11:48

Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: la mitologia greca declinata in salsa americana(Maurizio Crispi) Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il mare dei mostri (Percy Jackson: Sea of Monsters) è un film del 2013 scritto e diretto da Thor Freudenthal e con protagonisti Logan Lerman, Brandon T. Jackson, Alexandra Daddario, Douglas Smith e Leven Rambin. È il sequel del film del 2010 Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini. E' tratto - come il precedente film - dal romanzo omonimo Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: il mare dei mostri, scritto nel 2006 da Rick Riordan1.
Il romanzo fa parte di una saga: sia del secondo romanzo della serie, sia del secondo film si attende ovviamente il sequel.
Confesso che il primo film della saga me lo ero perso, ma questa constatazione non è accompagnata da alcun rammarico.

Il film è di puro intrattenimento, condito di molti effetti speciali non malvagi, messo in distibuzione anche nella confezione in 3D.
La storia riguarda i "mezzosangue", figli degli dei maggiori che vivono in una sorta di campus (molto american style) in cui si coltivano - molto ovviamente - le outdoor activity, sotto la sorveglianza benevola di alcuni dei di seconda o terza generazione e di altri esseri mitologici, come il centauro Chirone.
In questo film, all'improvviso la protezione "magica" di cui gode il campus comincia ad avere dei cendimenti, a causa di un incantesimo malefico e soltanto l'applicazione del Vello d'Oro potrà porre rimedio all'avvelenamento che ha subito l'albero di Talìa, da cui dipende lo scudo magico.
Si profilano tempi diffcili, perchè forze ostili sono attivate contro i mezzosangue, come avvisaglia di una battaglia in più grande stile contro gli dei maggiori, come un tempo si era verificato con la ribellione dei Titani. Inoltre, una profezia oscura dice che soltanto un predestinato potra essere l'artefice della salvezza dell'Olimpo o della sua distruzione.
Così, una spedizione parte per la conquista del mitico "Vello" che si trova ubicato in un'isola, custodita da Polifemo, dove sorge un parco gioco costruito da Odisseo, dal nome "Circelandia" (!), ma ormai dismesso a causa di un "errore di progettazione".. 

L'isola si trova nel cuore del temibile Triangolo delle Bermude.
La spedizione si presenta incerta ed irta di pericoli: ma sono ben due i manipoli di eroi che partono alla ricerca del Vello.
Quello ufficiale, designato da Dioniso, e guidato dalla presuntuosa Clarisse, figlia di Marte ed uno clandestino di cui fanno parte Percy Jackson, mezzosangue figlio di Poseidon e il fratello Ciclope, gruppo che sarà efficace e salvifico.

La spedizione è contrastata dal perfido "Luca", anche lui figlio di Zeus che vuole riportare in vita Cronos e por fine così al regno degli Dei.dell'Olimpo.
Riusciranno i nostri eroi, a superare il Mare dei Mostri e le insidie di Luca, che farà di tutto per impossessarsi del Vello per riportare in vita Cronos?
La risposta è scontata, ovviamente, ma la lascio egualmente in sospeso.
Il film è godibile, specie se lo si fa a vedere con piccoli spettatori.
Molto ingenuo, tuttavia: una rivisitazione in salsa tutta americana dei miti greci antichi, della gesta degli dei e, dei semidei e degli eroi, con un condimento di citazioni che vengono invece dal Mondo di Harry Potter (lo stesso "campus" presenta delle affinità con Hogwarths, per fare un esepio; oppure nella scena del "taxi"; o ancora nel suggerire che nlla realtà degli umani si interseca il sovrannaturale che agli umani non è dato di cogliere).


 


Note

 

(1) Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo (Percy Jackson & The Olympians) è una saga letteraria del genere fantasy scritta da Rick Riordan. La serie si compone di 5 libri basati prevalentemente sulla mitologia greca pur essendo ambientati negli Stati Uniti.
Dal primo libro è stato tratto un film distribuito nelle sale il 12 marzo 2010. Il 12 settembre 2013 è stato rilasciato il sequel, tratto dal secondo libro della serie, Il mare dei mostri.
Il protagonista della saga è un ragazzo di nome Perseus Jackson (interpretato nel film da Logan Lerman), da tutti chiamato Percy, che a 12 anni scopre di essere un semidio (o mezzosangue) figlio del dio del mare Poseidone. Infatti gli antichi dei sono vivi e il Monte Olimpo, dove essi dimorano, si trova a New York, ancorato al seicentesimo piano dell'Empire State Building. Nel corso della serie Percy, assieme agli amici Annabeth e Grover e al fratellastro Tyson e Talia (figlia di Zeus resuscitata grazie al Vello), si troverà a combattere contro i Titani, per impedire che essi spodestino gli dei e conquistino il mondo.

 

 

 

 

 


 
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6 giugno 2013 4 06 /06 /giugno /2013 18:40

Con L'ipnotista (un film di Lasse Hallstrom, 2013) è un film crepuscolare in una Stoccolma pre-natalizia, cupa e buia.
La riduzione cinematografica, benchè "lunga", due ore e dieci minuti di proiezione, è in verità "corta" e non riesce a dare ragione alla complessità del romanzo best-seller di Lars Kepler (in realtà una coppia di scrittori, Alexander e Alexandra Ahndoril, nella vita marito e moglie) in cui gran parte dell'indagine e della risoluzione con cui si confronta l'ispettore di polizia, il caparbio Joona Linna e lo psicologo-ipnotista Erik Maria Bark, si perde in gran parte a favore delle sequenze di azione.
Nel romanzo, infatti, Erik Maria Bark alla ricerca della verità deve scandagliare il suo passato di ipnotista, coinvolto in un'attività di applicazione clinica sperimentale dell'ipnosi ad un gruppo di pazienti con un grave passato traumatico alle spalle (vittime di violenze), sino al fallimento di quel lavoro a causa di uno scandalo "pilotato".
Nel romanzo l'indagine che, ad un certo punto, si fa sul filo del rasoio, perchè bisogna salvare la vita di Benjamin, figlio dello stesso Erik, rapito misteriosamente e bisognoso di continue cure [per una grave forma di emofilia, si precisa nel romanzo, metre nel film il dettaglio viene omesso] dipenderà in gran parte dai ricordi di Erik relativi a quel passato che egli stesso ha rimosso, perché estremamente doloroso, anche con l'aiuto determinante di un abuso di farmaci ipnoinducenti sfociato in una vera e propria dipendenza e dalla identificazione della persona che, con una mente perversa, ha ideato un mostruoso complotto per trarne la sua vendetta e, a suo modo, un folle "risarcimento" del presunto danno subito.

E, mentre si snoda la vicenda dell'investigazione e si consuma l'angoscia dei due genitori privati del loro piccolo, si sviluppa su di un altro piano (che accresce la complessità della vicenda) la scaramuccia tra Erik e la moglie, insicura e convinta che il marito continui a tradirla.

 
E, quindi, nel romanzo, i passi avanti dell'indagine, sono intercalati a lunghe parentesi - a mo' di flashback - nelle quali Bark si immerge nel suo passato, alla ricerca delle cause del suo fallimento.
Con Proprio quella che è, a mio avviso, la parte più intrigante del romanzo, nel film si perde del tutto e della quale lo spettatore accorto e conoscitore del romanzo può riconoscere solo attraverso lievi tracce.
Il film, come il romanzo, servono a rinforzare ulteriormente un'immagine allucinata e crepuscolare, affollata di delitti immaginari e truci e scaturita dall'immaginario del sempre più nutrito gruppo dei "giallisti" svedesi.

 

(www.mymovies.it) [...] Si sente già dalle scelte di ripresa l'influsso di quel filone letterario che ha in Stieg Larsson e in Henning Mankell gli autori di punta e che il cinema e la televisione hanno cominciato ad avvicinare allontanandosi in qualche misura dagli stereotipi narrativi che spesso il cinema made in Usa tende a replicare.
L'ipnosi non diventa qui occasione per sfruttare una situazione liminare al paranormale ma per intrecciare i fili di una trama che si colloca nell'ambito della razionalità e si sviluppa su una dimensione parallela. Da un lato l'indagine del funzionario dell'Unità Anticrimine (finlandese e qui le sottigliezze che sottendono le dinamiche tra Finlandia e Svezia possono sfuggire a un pubblico mediterraneo) e dall'altro, in continua alternanza, la situazione al limite della rottura del rapporto tra Erik Maria e sua moglie Simone che viene poi messa a confronto con un evento che rischia di infrangere definitivamente l'ormai fragilissimo rapporto. [...] (Gianfranco Zappoli).

 

 

Scheda film
Un film di Lasse Hallström.

Interpreti principali: Tobias Zilliacus, Mikael Persbrandt, Lena Olin, Helena af Sandeberg, Jonatan Bökman, Oscar Pettersson, Eva Melander, Anna Azcárate, Johan Hallström, Göran Thorell, Jan Waldekranz, Emma Mehonic, Tomas Magnusson, Nadja Josephson

Titolo originale Hypnotisören.

Genere: thriller
Durata: 122 minuti
Svezia 2013. - Bim
Uscita giovedì 11 aprile 2013

 

 

Trailer ufficiale

 

 


 


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31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 20:59

La breve carriera musicale di Sixto Rodriguez e la sua riscopertaSearching for Sugar Man è un documentario del 2012 scritto, diretto e montato da Malik Bendjelloul, incentrato sulla figura del cantautore statunitense Sixto Rodriguez.

A Detroit, nei primi anni Settanta. Sixto Rodriguez fu il protagonista di una breve carriera discografica da cantautore, scoperto in un bar dove si esibiva i cui due album incisi in studio, dotati di una certa verve dylaniana (ma anche con una forte impronta di originalità), furono ben accolti ma privi di un grande appeal commerciale. Il mercato non era pronto ad accogliere una star latino-americana.
Dopo un tour straordinariamente promettente, Rodriguez scomparve dalla scena senza lasciare traccia.
Diverse furono le voci che si rincorserro (rumours) nel tentativo di trovare una spiegazione plausibile alla scomparsa del cantautore: tra queste quella che si fosse suicidato nel corso di un'esibizione dal vivo, con un colpo di pistola.
Nella Repubblica sudafricana, Sixto divenne una star (per quanto conosciuto soltanto attraverso i suoi due dischi che presto furonobanditi dal regime nazistoide dell'apartheid duro di quegli anni). Ma, per quanto bandito, con i suoi dischi sequestrati o graffiati perchè non si potessero ascoltare, Sixto rimase - ancor di più - una sorta di divo sotto traccia. Almeno fino a quando due suoi fan non cominciarono ad indagare su di lui, seguendo la traccia dei diritti commerciali dei suoi dischi, sino a scoprire con la loro caparbietà idealizzante che Sixto era vivo e che viveva ancora Detroit. Gli telefonarono e lo raggiunsero negli Stati Uniti per intervistarlo e per cercare di sciogliere una volta per tutte il mistero della sua improvvisa eclisse.

Il film racconta appunto la ricerca di "sugarman" Rodriguez da parte di questi due fan, sino al suo ritrovamento..

Accolto positivamente fin dall'anteprima al  Sundance Film Festival, dove ha vinto il Premio speciale della giuria e il Premio del pubblico per la sezione documentari internazionali, ha raccolto svariati premi in giro per il mondo, culminati nella vittoria dell'Oscar al miglior documentario.
Nella colonna sonora originale del film sono presenti quattordici delle canzoni scritte e cantate da Sixto Rodriguez che, come si è detto, nella sua breve carriera musicale incise soltanto due album.
Rimase poco conosciuto al pubblico europeo, mentre, a causa della verve dylaniana, acquisì inspiegabilmente un enorme successo in Sudafrica e furono appunto due suoi fan, nel frattempo divenuti adulti che avviarono una ricerca per rintracciare il musicista e per riportarlo al "suo" Sudafrica. Ed in effetti, dopo il film, Sixto andò veramente in Sud Africa e lì si esibì diverse in concerti che furono straripanti di pubblico.

Una bella storia, davvero.
 

 

Official UK Trailer

 

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5 aprile 2013 5 05 /04 /aprile /2013 15:44

Un giorno devi andare. Un bel film visto per caso, senza averlo sceltoCon mio figlio l'altra sera, volevamo andare al cinema, ma la realizzazione di questo nostro programma è risultata un po' indaginosa. Malgrado tutto, alla fine, siamo riusciti nel nostro intento.
In un primo tempo siamo andati al Fiamma per veder eun film (che adesso non ricordo più).  Ma all'arrivo, avevano chiuso da un mometo all'altro la sala e sospeso la proiezione per un problema tecnico...
E' seguita una veloce e febbrile consultazione attraverso una connessione estemporanea su mymovies per mezzo dell'I-phone di Franci (i mezzi della tecnica!) e abbiamo deciso di andare al Gaudium, facilmente raggiungibile a piedi e soprattutto a piedi.
Ma abbiamo dovuto fare egualmente una bella corsa per arrivare in tempo...
Ci siamo presentati alla biglietteria e qui ci hanno detto che lo spettacolo delle 10.30 non avrebbe avuto luogo per mancanza di pubblico (quando la sfiga ci mette il suo zampino...)...
Ma ci hanno invitato ad entrare nella sala accanto (Gaudium Iulii) dove il fim in programmazione è iniziato da poco più di 5 minuti.
"Andate, andate, visto che il film è appena inziato e questo non lo proiettiamo più, entrate senza pagare il biglietto" - ci hanno esortato (bontà loro).
E ci siamo accomodati dentro, senza nemmeno sapere il titolo del film, non parliamo del contenuto.
La storia è ambientata tra l'Italia e il Brasile con una certa verve documentaristica e didascalica sul contrasto e la differenza tra la vita in Occidente e la vita nelle Favelas brasiliane e lungo i piccoli villaggi sparsi lungo il Rio delle Amazzoni.
E' la storia di una giovane donna alla ricerca di se stessa e di un modo diverso di vivere, in contrasto alla sua famiglia benestante, ma fondalmente sfasciata.
C'è una presa di posizione sulla semplicità della vita nelle Favelas, che secondo i criteri occidentali non offrono comodità e modernità, ma che si fondano sulle relazioni interpersonali, sulla reciproca solidarietà e sul senso forte della comunità e del reciproco aiuto.
Augusta (Jasmine Trinca), allontanandosi dalla sua famiglia in Italia, si accosta ad un gruppo di "volontari" che svolgono attività missionarie e che si pongono, in un certo modo, come "colonizzatori" insensibili però alla cultura e ai valori della gente del posto (e che quindi dietro la maschera della bontà nascondono una forma di violenza).
Augusta finisce con il distaccarsi anche da loro, iniziando una sua peregrinazione autonoma (una forma di erranza, si potrebbe dire) e un suo personale percorso di conoscenza che è felice sino ad un certo punto (perché le offre la scoperta dell'autenticità nei rapporti tra le persone), ma che viene bruscamente interrotto da un evento doloroso che la spinge ad allontanarsi in una sorta di eremitaggio, come se questa scelta, quella di essere un po' fuori da tutti gli schemi, sia l'unica possibile, forte e di chiusura nei confronti del mondo degli altri e, nello stesso tempo, di apertura e permeabilizzazione alla natura maestosa della grande foresta amazzonica e del paesaggio fluviale, con qualche incursione nel mondo dell'infanzia e nella spensieratezza dei giochi.

Il film che offre delle maestose visioni del Rio delle Amazzoni e, prima, delle popolose Favelas di Manaus è un po' lento a tratti: ed io mi sono addormentato, per una decina di minuti, senza tuttavia perdere il controllo e senza perdere scene davvero essenziali...
Ah, il titolo! E' "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti (2012).
Poi, nel bel mezzo della proiezione qualcosa nel proiettore si è inceppato, e il fotogramma bloccato ha cominciato a deteriorarsi rapidamente: sembrava di vedere l'inizio della scena dell'incendio in Nuovo Cinema Paradiso.
Poi, hanno rimediato: comunque, per 10 minuti buoni abbiamo patito una visione a scosse e a balzi.
Comunque, alla fine, la serata è andata...

Scheda film:
Regia: Giorgio Diritti. Interpreti: Jasmine Trinca (Augusta), Anne Alvaro, Pia Engleberth; Sceneggiatura: Giorgio Diritti, Fredo Valla; Fotografia: Roberto Cimatti; Musiche: Marco Biscarini, Daniele Furlati; Montaggio: Esmeralda Calabria; Scenografia: Jean-Louis Leblanc; Costumi: Hellen Crystine; Produzione: Arancia Film, Rai Cinema, Wild Bunch; Distribuzione: Bim. Italia, 2013, 110'.

 

Il trailer

 

 


 
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13 marzo 2013 3 13 /03 /marzo /2013 11:35

In (Maurizio Crispi) L'altro giorno, mentre guardavo tra i miei DVD, di imbattermi in un film che non ricordavo di aver mai comprato.
Non mi ricordavo nè quando nè dove, e nemmeno perché.
Un film che non avevo mai visto prima e che nemmeno avevo guardato in DVD dopo averlo acquistato.
Semplicemente se ne stava là, assieme agli altri, evidentemente aspettandomi.
E' ciò che accade anche con i libri.
Improvvisamente, mi accorgo di possederne uno, di cui non ricordo assolutamente i percorsi che lo hanno portato a me.
In questo caso, il ritrovamento del misterioso DVD ha avuto il caratttere di una coincidenza (o per altri versi di una particolare sincronicità, di cui però non rivelerò tutti i dettagli).
Qualcuno mi aveva parlato, proprio poco prima, del libro da cui era stato tratto e che, per alcuni lettori di lingua inglese, rappresenta un piccolo libro di culto, direi: è il volume che raccoglie uno scambio epistolare estendentesi nell'arco di quasi 20 anni (dalla fine, cioè, della II Guerra Mondiale agli anni delle rivolte studentesche) tra la scenografa e scrittirice statunitense Helen Hanff e Frank Doel, impiegato in in un nota libreria inglese: il  libro, conosciuto con lo stesso nome del film (realizzato nel 1987 e diretto da David Hugh Jones), interpretato magistralmente da Ann Bancroft (Helen Hanff) e Anthony Hopkins, con il titolo di " 84 Charing Cross", è stato pubblicato in traduzione italiana per i tipi di Archinto solo nel 1999 (ben più di dieci anni dopo il successo ottenuto dal film), mentre in lingua originale il volume venne pubblicato nel 1970.

In (Dal risguardo di copertina) È Frank Doel, commesso in una vecchia libreria antiquaria londinese - "...l'unica creatura al mondo che mi capisca" - a soddisfare gli stravaganti desideri di una giovane scrittrice americana appassionata di saggi del Settecento, che con lui intreccia una fitta corrispondenza. Miss Hanff sogna per anni di sbarcare nell'"Inghilterra della letteratura", di conoscere di persona Doel e la libreria cui deve tanto. Ma Frank scompare prematuramente e la libreria chiude i battenti nel 1970. Helene Hanff approderà finalmente a Londra solo in occasione dell'uscita di queste lettere che rappresentano l'insolita parabola dal culto dei libri a quello che è diventato, grazie a una felicissima trasposizione filmica, un "libro di culto".

84 Charing Cross Road è l'indirizzo della Libreria londinese, da cui Helen Hanff, esigente lettrice, comincia a rifornirisi con intemperanze e brusche lamentele, quando le seu richeste non sono soddisfatte appieno, ma a poco a poco stemperando la rudezza (ma anche la sincerità) con delicate iniziativ, con manifestazioni di amicizia (per quanto a distanza) e gesti di solidarietà, includendo nelle sue attenzione tutte le persone che lavorano a diverso titolo nella libreria.
Il libro - dicevo - è divenuto una e propria opera "cult", tanto che in corrispondenza dell'indirizzo occupato dalla libreria di un tempo, si può notare una targa commemorativa.

Il film - a mio avviso - è riuscito particolarmente bene.
L'ho guardato sperimentando un'intensa commozione.
E' una storia che esprime in pieno l'amore per i libri, ma che racconta anche una storia di amicizia che, a partire dallo scambio puramente intellettuale, va crescendo e si fa sempre più profonda ed intensa.
In Un'amicizia che rimane "di penna", ma che finisce con il diventare è talmente intensa che sembra quasi che, attraverso le lettere i due interlocutori principali, parlino tra loro quasi fossero in presenza uno dell'altro.

Helen Hanff non riuscirà mai a visitare la L libreria di Charing Cross Road, né incontrerà mai di presenza Frank Doel.
Ogni volta che è lì lì per organizzare il suo viaggio a Londra, è distolta da cause contingente che, con suo sommo dispiacere, la distolgono.
Soltanto vent'anni dopo, l'inizio dello scambio epistolare, potrà recarsi in Inghilterra, quando ormai il discreto Frank Doel è venuto a mancare e ormai la Libreria è desolatamente chiusa, ma ancora piena dei ricordi.

E' un film straordinario e commovente - e lo sa essere senza alcuna ruffianeria nei confronti degli spettatori. Parla dei libri, dell'amore per essi, dell'amicizia e della stima reciproca, ma anche della vita.
Sì, perchè la vita è fatta così: porte che si aprono, porte che si chiudono in maniera asincrona, di desideri che rimangono sospesi e di mancati incontri.
Ma anche di scambi vivi e palpitanti, emotivamente coinvolgenti, che riguardano la cultura, ma anche i sentimenti, che possono avvenire a distanza e lasciare in ciascuno dei due "contraenti" una profonda traccia.

Ecco una delle sequenze del film

 

 

 


 
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28 febbraio 2013 4 28 /02 /febbraio /2013 23:21

The impossible. La storia vivida ed intensa di una famiglia scampata allo Tsunami del 2004

 

(Maurizio Crispi) Ricordo come fosse ieri quando arrivarono le prime notizie del terribile Tsunami che devastò le coste di tanti paesi che si affacciavano sull'Oceano Indiano il 26  dicembre 2004.
Rimasi impressionato e fortemente addolorato, sorattutto nel vedere alcune impietose foto riportate nei rotocalchi. Ero in aereo con mio figlio e stavo sfogliando il Venerdì di Repubblica sovraccarico di immagini mortuarie veramente inquitanti e, devo confessare, feci in modo che lui - ancora piccolo - non dovesse vederle. Chiusi di scatto la rivista e la riposi. Scrissi una nota di diario al riguardo (che, al momento, non riesco a ritrovare).
In quel momento, non potei non riandare con la memoria ad un racconto - letto da bambino - della scrittrice statunitense (ma di origine giapponese) Pearl S. Buck, in cui gli abitanti di un piccolo villaggio di pescatori sulla costa di una delle piccole isole del Giappone attendono con un senso di ineluttabilità l'abbattersi della grande onda su di loro e sulle proprie cose e non potei non riflettere al modo in cui gli artisti riescono a trasfigurare un'evento di per sè orribile e nefasto in una visione estetica, come protezione dall'orrore che, altrimenti, susciterebbe una rappresentazione troppo cruda della stessa cosa. E, quindi, pensai al potere rassicurante della raffigurazione che fa Hokusai della Grande Onda di Kanagawa, in cui l'evento temibile e distruttivo si trasforma in figura dinamica, estetizzante e meravigliosa, concisa come un haiku. Quel racconto della Buck era corredato di illustrazioni sobrie, indubbiamente ispirate allo stile di Hokusai e, benchè il racconto in sè, fosse angosciante, quelle illustrazioni riuscivano a renderlo leggero e più "digeribile".
Poi, a distanza di meno di un anno dal tragico evento mi capitò di leggere in un rotocalco la recensione di un libro scritto da un'italiana sopravvissuta miracolosamente - assieme ai suoi familiari - all'immane catastrofe, mentre si trovavano in vacanza in una località dello Sri Lanka. Lo comprai subito e lo lessi avidamente, non per interesse morboso, ma spinto dalla necessità interiore di condividere empaticamente, sia pure attraverso il filtro del racconto reso da una donna che c'era stato ed anche perchè sono sempre interessato a capire quali meccanismi (di resilienza) si attivino in alcuni posti di fronte a situazioni estreme tali da far che questi, a differenza di altri che si abbandonano alla disperazione, possano resistere.

 Il resconto diaristico di Pamela Vona era intitolato L'onda. Una storia vera (De Agostini, 2005)Lo lessi con grandissimo interesse e commozione. Lo trovai davvero emozionante e coinvolgente. Poi, soltanto dopo, mi è capitato di leggere il romanzo (in parte autobiografico di Emmanuele Carrère (Vite che non sono la mia, Einaudi, 2011) che, nella sua prima parte, si sofferma su questo evento e sul dramma interiore dei sopravvissuti.
The impossible. La storia vivida ed intensa di una famiglia scampata allo Tsunami del 2004Proprio in questi giorni ho visto al cinema il film "The impossibile" e, mentre lo guardavo, non ho potuto non riandare con la mente alle vivide, emozionanti e dolorose vicende che Pamela Vona ha raccontato nel suo libro. Il film non ha aggiunto nulla che già non avessi appreso attraverso la sua testimonianza. Vorrei visitare il blog appositamente creato che Pamela cita nel suo commento, ma non sono riuscito a trovarlo: mi piacerebbe conoscere la sua esatta denominazione.


The Impossible è un film del 2012 diretto da Juan Antonio Bayona, interpretato da Ewan McGregor e Naomi Watts.
Il film è una produzione spagnola girata in lingua inglese su una sceneggiatura di Sergio G. Sánchez, ispirata alla storia vera di una famiglia colpita dallo tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano.
Una famiglia americana, che vive in Giappone per motivi lavorativi, decide di trascorrere le vacanze natalizie del 2004 in Thailandia.
La famiglia è composta da Henry e Maria, genitori di tre figli. Passato Natale, la mattina del giorno seguente la loro vacanza idilliaca viene sconvolta dall'abbattersi di un enorme tsunami sul loro villaggio. Anche se Henry ha qualche preoccupazione relativa al futuro del suo impiego il relax è totale e l'armonia è totale.
Fino a quando, la mattina del 26 dicembre uno tsunami di enormi proporzioni travolge tutto ciò che si trova di fronte. Con l'onda e la successiva alternanza di deflussi e reflussi che hanno spazzato via tutto, Maria Naomi Watts) viene trascinata via nella stessa direzione del figlio maggiore Lucas, mentre Henry viene travolto mentre ha stretti a sé i due figli più piccoli. In quella catastrofe naturale moriranno trecentomila persone.
Quando tutto sembra perduto, si attivano in loro delle straordinarie ed inattese risorse interiore e la volontà di sopravvivenza, che alla fine - anche con un pizzico di fortuna - l'hanno vinta sull'evento naturale di così immense proprozioni


The impossible. La storia vivida ed intensa di una famiglia scampata allo Tsunami del 2004

 

 

La didascalia iniziale del film ci ricorda con enfasi che quella a cui stiamo per assistere è una storia vera: è proprio su questa segnalazione che si fonda la credibilità del film.
Quante volte, infatti, nei tanti film catastrofici "fiction" ci si ritrova ad assistere a vicende che ci costringono ad autentiche acrobazie per sospendere l'incredulità di fronte alle acrobazie rocambolesche di un manopolo di eroi che sopravvivono alla tragedia? Quante volte, cioè, ci si ritrova davanti alla rappresentazione di vicende per le quali ci viene da dubitare che chi ha scritto la sceneggiatura e poi diretto e montato il film sia dotato di un minimo senso della realtà?
Non sono poche, purtroppo, anzi rappresentano la regola in questo genere di filmografia.

The Impossible prende le mosse da questa nostra consapevolezza, guastata dai troppi film catastrofici in circolazione, e sin dal titolo ci mette in guardia: ci verrà raccontato l'impossibile.
Un impossibile che però, negli elementi essenziali che vengono proposti sullo schermo, è davvero accaduto.
Perché la realtà talvolta supera la più fervida immaginazione e ciò che nella finzione ci appare come retorico si rivela invece come dannatamente umano. Solo concentrandosi su un nucleo ristretto (una famiglia), coinvolto in un'immane tragedia, Bayona è riuscito a restituire agli spettatori il senso di un disastro che nessun telegiornale prima era riuscito a offrirci.
Solo chi ha avuto modo di leggere i pochi resoconti di alcuni sopravvissuti, potrà rendersi quanto aderente al realmente accaduto, sia l'impossibile che ci viene proposto in questo film.
C'era arrivato vicino Clint Eastwood in Hereafter, anche se lì lo Tsunami e i suoi effetti devastanti erano stati soltanto il pretesto per muoversi su altri piani di narrazione.
Bayona falsifica volutamente un solo elemento: la famiglia, nella realtà, era spagnola ed era formata da Maria, Quique, Lucas, Tomas e Simon (Mendez). La distribuzione internazionale del film e il casting richiedevano questo cambiamento.
Chi non sa nulla della loro vicenda, però, farà bene a non informarsi preventivamente perché il regista sa come toccare le corde più sensibili degli spettatori immergendo la sala quasi fisicamente in quelle acque in tumulto.
Lo fa soprattutto non tanto con le due "star" Watts e McGregor, ma con lo sguardo dolente di Tom Holland nei panni del giovane Lucas che, inghiottendo amarissime lacrime e ricacciando la paura dentro di sé, deve farsi adulto per sopravvivere. Bayona aveva già dato prova con il precedente The Orphanage di un'attenzione particolare verso i più giovani e quindi più indifesi (da quel film porta con sé per una parte cameo, quasi scaramantica, Geraldine Chaplin).
Il viaggio di Lucas nell'orrore inatteso ricorda da vicino quello di Jim 'Jamie' Graham (lo scrittore inglese James ballard adolescente e protagonista di tragiche vicende durante la 2^ guerra Mondiale) de L'impero del sole di Steven Spielberg. Entrambi vengono catapultati all'improvviso in un inferno in cui sembra contare solo la possibilità di sopravvivere (e la capacità di ingegnarsi, stringendo i denti per vincere la fatica e il dolore), assistendo nello stesso tempo all'orrore di ferite spaventose, di arte innaturalmente piegati e della morte "di massa", assieme all'improvviso sconvolgimento di un mondo rassicurante e quieto.
Entrambi i due protagonisti, Lucas e Jim, sono accomunati dal fatto che in questo loro viaggio avranno modo di scoprire che la paura della perdita e del distacco da chi ci è più caro lascia segni nel profondo, ma nello stesso tempo avranno modo di entrare in contatto con un'umanità capace, nei momenti più estremi, di ritrovare una solidarietà che - nel quotidiano - sembra sempre più spesso anestetizzata, lasciando il campo a fome di colpevole indifferenza.
Il film è una co-produzione tra le compagnie spagnole Apaches Entertainment e Telecinco Cinema.
Le riprese furono iniziate ad agosto 2010 ad Alicante, in Spagna, per poi continuare in Thailandia ad ottobre.


 

 

Scheda film
Regia di Juan Antonio Bayona.
Interpreti: Naomi Watts, Ewan McGregor, Tom Holland , Geraldine Chaplin, Marta Etura, Dominic Power, Bruce Blain, Sönke Möhring, Nicola Harrison, Natalie Lorence, Byron Gibson, Olivia Jackson, Anteo Quintavalle, Ploy Jindachote, Laura Power, Gitte Julsrud, Oaklee Pendergast, Russell Geoffrey Banks, Johan Sundberg, Samuel Joslin, Jan Roland Sundberg, Christopher Alan Byrd, Georgina L. Baert, Oli Pascoe, Lancelot Kwok, Vanesa de la Haza, George Baker, Henry Reed.

Genere: Drammatico, durata 114 min.
Origine: USA, Spagna 2012. - Eagle Pictures
Uscita giovedì 31 gennaio 2013

Trailer

 


 


 
 

 

 

 

Nell'illustrazione in alto:La grande onda di Kanagawa (letteralmente: "Sotto un'onda di Kanagawa") di Katsushika Hokusai (葛飾北斎) (1760–1849). Titolo    giapponese: 『神奈川沖浪裏』 - Kanagawa oki nami ura

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14 febbraio 2013 4 14 /02 /febbraio /2013 15:21

Flight, ovvero come la riabilitazione di un etilista quasi all'ultimo stadio cominci dal non eludere più la verità su se stesso(Maurizio Crispi) In Flight (di Robert Zemeckis, USA, 2012) un pilota aereo di linea di lungo corso (Whip Whitaker, interpretato da Denzel Washington), in una diffcile cicostanza di volo riesce a riportare a terra l'aereo di linea che sta pilotando, mettendo in atto una difficile manovra  che solo lui - per istinto - sarebbe stato capace di compiere (ciò viene stabilita con il conforto di successive prove di simulazione messe in atto dalla Compagnia aerea) e limitantdo al minimo il bilancio delle vittime (solo 6 su 102 anime a bordo). Ciò nonostante, Whip viene messo sotto inchiesta perchè delle persone sono morte: e, in questa procedura,  la sua vita viene messa al vaglio.
Whip è un bravo - anzi, eccellente -  pilota, ma è anche un ubriacone che, spesso e volentieri, dopo notti di bagordi, di droga e di sesso, si ritrova a pilotare l'aereo totalmente sbronzo, ma con il correttivo di stimolanti (cocaina).
Sino al momento dell'incidente (e dopo), non è mai stato disposto ad ammettere di essere un ubriacone arrivato all'ultima sponda e continua a mentire a tutti e a se stesso, scendendo sempre di più la china e ormai prossimo a toccare il fondo.
D'altra parte, la strategia difensiva del Sindacato dei Piloti che lo supporta lo spingerebbe a mentire anche in questa circostanza, apparentemente rinforzando la sua attitudine a mentire.
Ma, messo di fronte all'evidenza delle cose e davanti alla necessità di ammettere che, se non è stato lui a consumare delle confezioni monodse di alcool in volo, allora lo ha fatto l'unico altro membro dell'equipaggio pure deceduto nell'incidente (tra l'altro - fatto non incidentale si tratta di Katerina Marquez, una giovane hostess con la quale, sino alla notte prima del volo incriminato, ha condividiso sesso e bagordi) si arrende, smette di negare e di mentire, accettando finalmente le sue responsabilità.
C'è sicuramente in tutto questo anche la resa, nel momento in cui sta per toccare il fondo della degradazione, ad un'Entità di ordine superiore, di cui anche tanti altri parlano nel corso del film: un'Entità che ha condotto quegli uomini e quelle donne a imbarcarsi in quel volo, a far sì che proprio nel bel mezzo di un temporale si rompesse un pezzo dell'aeromobile, compromettendo la sua tenuta e rendere possibile la salvezza di tanti, consentendo la morte solo di pochi.
Whip  viene condannato per omicidio colposo, benché - quasi paradossalmente - abbia salvato molte altre vite e debba essere considerato per questa esemplare abilità un eroe: e, nella sua condanna, non ha alcun peso sul piatto della bilancia il fatto che egli sia stato nel frangente un bravissimo pilota: la sua abilità viene cancellata dal fatto che, da ubriacone, ha tradito la "fede pubblica".
Whip dunque finisce In carcere a scontare la sua pena: ma, proprio dall'ammissione dello stato delle cose e dall'assunzione delle proprie responsabilità, nasce il primo vero passo verso una possibile riabilitazione e verso un futuro da non bevitore, una volta scontata la pena che gli spetta e, certamente, non più da pilota.
Nello stesso tempo, si schiude per lui, la possibilità inaspettata di ritrovare degli affetti che erano stati gravemente compromessi dalle sue azioni da dissennato bevitore ed anche quella di essere stimato come uomo per aver accettato la pena inevitabile, mettendo a nudo se stesso.
Il personaggio interpretato da Denzel Washington, succube della sua dipendenza alcoolica, è rappresentanto magistralmente, anche soltanto guardando alla verosimiglianza degli aspetti clinici della dipendenza alcoolica e dei meccanismi delle Dipendenze patologiche in genere.
La vicenda dà voce ad uno degli assunti fondamentali di qualsiasi terapia riabilitativa dal bere compulsivo e, in primo luogo,  della filosofia e del modello di intervento portato avanti da AA (Alcolisti Anonimi), secondo i quali una delle premesse fondamentali dell'uscita dalla dipendenza alcoolica è il riconoscimento della propria condizione e il poterne raccontare, mettendosi a nudo con tutti  i propri errori e con tutti i danni e le sofferenze che si sono inflitti alle persone della propria vita (mogli, figli, amici, colleghi di lavoro).
Tra questi due estremi (la negazione e la menzogna, prima; l'ammisisone di colpa e l'assunzione delle proprie responsabilità, dopo) si dipana il dramma dell'uomo che, in alcuni momenti (così come accade nella relazione interpersonale con gli Etilisti), riesce a provocare nello spettatore un moto di stizza e di avversione per la sua arrendevolezza all'impulso del bere e per l'incapacità / non volontà di ammettere che ci sia un problema di alcool.

Zemeckis è riuscito a realizzare indubbiamente un film fuori dall'ordinario, mettendo assieme elementi che pertengono a generi cinematografici diversi e che lo rendono di difficile catalogazione, poiché - per alcuni versi - comincia come un film action spettacolare (la catastrofe aerea sventata con un abile manovra), mentre poi evolve come film drammatico e di scavo psicologico del personaggio principale.

E mi scuso qui se nel commentare questo film, contrariamente a quanto si conviene, mi sono dilungato nel raccontarne la trama.
In questo caso, non ne ho potuto fare a meno, visto che, per me almeno, il film si è dipanato come un vero e proprio caso clinico.




Flight è un film del 2012 diretto da Robert Zemeckis, con protagonista Denzel Washington. Dopo tre film d'animazione, Zemeckis torna al cinema in live action da cui mancava dal 2000, quando uscirono Cast Away e Le verità nascoste (e come non ricordare il suo Ritorno dal Futuro, con i sequel correlati?).
Interpreti: Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman, Bruce Greenwood. «continua Melissa Leo, Brian Geraghty, Tamara Tunie, Nadine Velazquez, James Badge Dale, Garcelle Beauvais, Adam Tomei, Rhoda Griffis
Titolo originale: Flight
Genere: drammatico
Durata 138 min.
USA 2012,  Universal Pictures

http://en.wikipedia.org/wiki/Flight_(2012_film)


Trailer
https://www.youtube.com/watch?v=Y8ivKl4N1w0

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30 gennaio 2013 3 30 /01 /gennaio /2013 18:34

Cinefilosofia a Palermo, con Carlo Cannella - Foto di Maurizio CrispiGiovedì 31 Gennaio 2013, alle ore 20.00,  presso lo Spazio Trentasei ArchiArte Palermo, prosegue il workshop di Cinefilosofia (avviato lo scorso novembre 2012).
Il tema della serata sarà "La Danza".

Ingresso: 6 Euro incluso aperitivo e vino biologico
Cosa è La Cinefilosofia?
Cinefilosofia è pensare attraverso i film.
Come?
Brevi spezzoni cinematografici, tratti da film più o meno famosi, permetteranno di "vedere" con una impensata concretezza i concetti di Platone, Hegel, Nietzsche, Sartre e i loro "amici".
Durante gli incontri, fra la visione di uno spezzone cinematografico e un bicchiere di vino, i partecipanti potranno liberamente dare vita al dibattito, ovvero alla "scanna cinefilosofica", mettendo le proprie idee a confronto ed esprimendo la propria Weltanschauung.
Potreste scoprire di essere pensatori, ritrovare neuroni dispersi, conoscere nuovi amici, perdere un'amicizia consolidata, litigare sull'ovvietà relativa, o semplicemnete rivedere un film da un altro punto di vista.
Interverranno Hegel, Paul Valéry, Al Pacino, Jacques Tati, Nathalie Portman.
Modererà (se possibile) Carlo Cannella.
Sdrammatizzerà (è sicuro) Pietro Romano.
Affilate le menti!
Invitate i vostri amici, e soprattuto i vostri nemici.

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22 gennaio 2013 2 22 /01 /gennaio /2013 19:06

la migliore offertaHo ricevuto e ospito volentieri qui il commento di Angela Anello sul recente film di Giuseppe Tornatore, "La Migliore Offerta" (2012).

(Angela Anello)  Il  film è stato magistralmente eseguito. E' bene sottolineare che questo film, anche se girato in lingua inglese e con attori stranieri, è stato scritto, diretto, montato, fotografato, scenografato, musicato e soprattutto prodotto da un team tutto italiano.

Ho forse qualche riserva solo sulla colonna sonora. Le note di Ennio Morricone, francamente, infatti, hanno smesso ormai di emozionarmi: sono fin troppo convenzionali e collaudate nella sequela dei film tornatoriani.  Il cast è eccezionale: Geoffrey Rush nei panni del protagonista Virgil Oldman, è superbo.
Il soggetto del film mi ha dato diversi spunti di riflessione.
Ancora una volta Giuseppe Tornatore dedica un film alla solitudine dell’uomo a contatto con l'arte. Non troviamo i baci consolatori dei film di Nuovo Cinema Paradiso, non le dolci note della musica da pianoforte della Leggenda del pianista sull'oceano, bensì dipinti d’autore.
La migliore Offerta è la storia dell'antiquario e valente battitore d'aste, Virgil Oldman, un uomo egoista, e della vendetta di Billy, che è invece un uomo svilito e umiliato.
Virgil è un uomo che si è isolato volontariamente dagli altri e che non si interessa degli altri. Sono prova di ciò la simil-amicizia con il suo complice Billy, l'ignoranza della vita privata dei suoi più vicini collaboratori, la difficoltà iniziale a comunicare con lui anche di Claire Ibbetson, la sua ultima e strana committente.
E' un uomo preso da se stesso, che teme e rifugge gli altri frapponendo fra loro e sé guanti, filtri di impiegati e casa-bunker.
L'unico essere umano con cui sembra avere un rapporto è Billy, ma di questi non ha mai voluto vedere la produzione artistica, umiliandolo e innescando in lui un desiderio di vendetta.
E' Billy sicuramente l'artefice della grande truffa, l'unico che può aver avuto i mezzi economici e culturali per costruirla, l'unico che lo conosce veramente, che conosce la sua collezione segreta e che può riescire a scardinare la sua difensiva attraverso l'amore, il solo campo in cui il super-esperto è un analfabeta.
Gli altri personaggi si rivelano - alla fine - minori e soltanto dei mezzi per attuare il piano della vendetta.
Il finale si conclude con la vittoria di Billy: l'unico ritratto di donna che resta a Virgil è opera sua.
Quella di Billy non va interpretata soltanto, a mio avviso, come una truffa, bensì vera e propria lezione di vita.
Durante quei 18 mesi d'inganno (l'arco di tempo in cui si sviluppa la vicenda) il protagonista effettivamente impara a "vivere".
Conosce il sapore dell'amicizia, dell'amore, della famiglia, della passione; dorme per la prima volta con una donna, pur non riuscendo a prender sonno.
Vive un'epifania della sua umanità recondita.
Leggendo il libretto omonimo di Giuseppe Tornatore (Sellerio Editore Palermo, 2012), ci si rende conto che il  finale è certamente amaro, triste ma non tragico: e, per comprenderlo, si potrebbe, forse,  far riferimento al dilemma di Godard in "Fino all'ultimo respiro" tra il dolore o il nulla.
Billy ha scelto per Virgil... così come Alfredo scelse per Totò, privandolo dell’amore giovanile in vista di quello talentuoso per il cinema.

Si può condividere, certamente, quanto rilascia Giuseppe Tornatore in un’intervista parlando di rinascita di un uomo, poichè indubbiamente siamo dinanzi alla costruzione di un uomo (e a ciò farebbe, non a caso, allusione il montaggio dell'automa che tuttavia rilancia a pieno il tema della contraffazione e della finzione).

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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