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29 gennaio 2014 3 29 /01 /gennaio /2014 10:56

The Last Waltz. La malinconia degli addii e la gioia di una grande festa(Maurizio Crispi) The Last Waltz - L'ultimo valzer (1978) è un film di Martin Scorsese che racconta l'ultimo grandioso del gruppo rock di origini canadesi "The Band" (con l'intercalare di una serie interviste con i diversi componenti della band) dopo 18 anni di carriera (nel 1993 The Band si riunì per un breve arco di tempo e produsse tre nuovi album).
Vidi la prima volta il film al tempo della sua uscita nelle sale cinematografiche e ne rimasi profondamente colpito, emozionato.
E fui realmente dispiaciuto quando il film finì e con esso la band di cui, attraverso le interviste, era stata tracciata la storia..
Perchè?
The Band con il suo " Music from Big Pink" (di cui nel 2000 fu prodotta una versione rimasterizzata con l'aggiunta di alcune tracce inedite) fu una delle mie prime scoperte musicali autonome, dopo gli inzi di ascolto musicale alla guida di mio padre che era un cultore della musica classica e dell'opera lirica, ma che non mancava di offrirmi stimoli nuovi, regalandomi dischi innovativi che pensava potessero interessarmi (come Joan BaezJohn MayallThe Beatles) come anche, a lui, devo la prima scoperta di Fabrizio De André.
Bob Dylan fu la mia prima scelta autonoma e subito cominciai ad ascoltare la sua musica, decifrarne i testi, amare i contenuti che trasmetteva, leggere su di lui e approfondire le tematiche che potevano essere seguite come i fili di una ragnatela che s'intersecano e ciascuno dei quali conduceva a nuove vie da percorrere.
E il mio mentore (virtuale) in quest'esplorazione fu Riccardo Bertoncelli, a partire dal suo testo avveniristico (per quei tempi) sulla musica Rock e Pop di quegli anni, Pop story. Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni di Arcana, edito per la prima volta nel 1973 (un classico nel genere
perchè nello stile della critica e della storiografia rock "ispirata" e forse oggi, purtroppo, introvabile).
The Band è inestricabilmente collegata a Bob Dylan, visto che spesso collaborarono assieme (ricordate i "Basement's Tapes"?), ma anche perchè a lui fece da spalla nelle prime tournée.

The Band, il cui leader indiscusso fu Robbie Robertson (che poi continuò ad incidere album da solo, con un nuovo ed inedito interesse per le musiche dei Nativi americani), operò, incidendo molti album (non moltissimi) e calcando le scene musicali per oltre 18 anni.
Ma per il gruppo arrivò il momento degli addii e, quindi, posero fine alla loro attività quasi ventennale con un grande concerto di commiato che venne denominato "The Last Waltz" e a cui invitarono in veste di ospiti tanti dei musicisti rappresentativi della loro epoca musicale: sicchè in quel concerto si schierò un parterre di artisti davvero grandioso, in un certo senso l'epitome di una parte della musica rock degli anni Sessanta e Settanta.

Il concerto ebbe luogo nel Winterland Concert Ballroom di San Francisco, il 25 novembre 1976 e fu evento memorabile, tanto che qualcuno disse: "Cominciò come un concerto e divenne una celebrazione"; e questa divenne la sua epitome, la frase incisiva con cui tramandarlo.
Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.

Al tempo dell'uscita del film, io - ancora agli albori della mia vita lavorativa - stavo appena cominciando a fare le mie scelte e, quindi, vedere il concerto di commiato di musiscisti che avevo seguito appassionatamente per quasi dieci anni (the Band e molti degli artisti coinvolti nel concerto, mentre altri erano per me nuovi), mosse in me delle emozioni, relativamente a qualcosa che non avevo ancora sperimentato e che, forse, avrei solo sperimentato in seguito.
Ma nel film vidi anche una metafora del commiato in genere e del passaggio da una fase della vita ad un'altra (e questo era qualcosa che allora era per me più accessibile in termini di esperienza: avevo già costruito dei possibili modelli dentro di me).
In effetti, per poter procedere nei miei studi di Medicina e arrivare alla loro conclusione, avevo dovuto rinunciare a possibili alternative e, comunque, avevo dovuto tralasciare delle "non scelte", quali potevano essere quella di rimanere in uno stato adolescenziale protratto, "non scelte" verso le quali - in un momento di diffcoltà - mi ero sentito profinadamente attratto.

Quindi la malinconia degli addii (che è anche il dispiacere susseguente ad una rinuncia, qualsivoglia essa sia, o quella sottile saudade per ciò che non si è ancora raggiunto da cui ci sente estromessi), in una certa misura, l'avevo già sperimentata dentro di me.
L'addio e il commiato sono carichi di nostalgia, ma nello stesso tempo possono diventare una grande festa e una celebrazione di ciò che siamo stati ed è quello che appunto The Band fece in occasione del suo ultimo commiato.
Uscii dall'aver visto il film commosso, quasi in lacrime, profondamente toccato nell'intimo, dispiaciuto che il film fosse finito e, con esso, The Band.
Poi continuai ad ascoltare per decine di volte l'album omonimo del concerto e OST del film di Scorsese e dalla visione di quel film, partirono per me innumerevoli altri sentieri musicali da seguire (come quello tracciato da Van Morisson o la scoperta degli album di Emmylou Harris).
A distanza di più di 40 anni, nel rivederlo in DVD, le emozioni soon state identiche, gioia, commozione, nostalgia, sconforto al pensiero di ciò che è stato e di ciò che si è perso, ma anche soddisfazione per ciò che ho fatto nella mia vita.

E, poi, aggiungerei che The Band costruì un suo repertorio di canzoni e pezzi memorabili: basti pensare a "The Weight"...  per non parlare di tutte le altre.
Un'ultima notazione: a vederli retrospettivamente, a distanza di tanti anni, dopo aver macinato l'ascolto di una quantità incredibile di musica di tutti i tipi, devo dire che tutti i musicisti di The Band sono bravissimi, capaci di trasmettere nel modo in cui suonano entusiasmo ed emozioni.
Sanno essere travolgenti e sanno adattarsi a modalità musicali diverse, come hanno fatto per ciascuno degli ospiti presenti accanto a loro in quest'ultimo concerto, con i quali imbastiscono delle cover dal clasdsico repertorio di ciascuno (come nel caso del pezzo con Muddy Waters con il suo classico "Hoochy Koochy Man" o con Bob Dylan, lanciati con lui in una rimarchevole e toccante interpretazione di "For ever Young").

 

Il film di Scorsese peraltro, come documentario rock, rimase come una pietra miliare nella cinematografia di genere sia per la qualità del suono, sia per l'innovatività delle soluzioni di ripresa adottate.

 

 

The Last Waltz. La malinconia degli addii e la gioia di una grande festa(Da Wikipedia - En) The Last Waltz was a concert by the rock group The Band, held on American Thanksgiving Day, November 25, 1976, at Winterland Ballroom in San Francisco.
The Last Waltz was advertised as The Band's "farewell concert appearance", and the concert saw The Band joined by more than a dozen special guests, including Paul Butterfield, Bob Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, Ringo Starr, Ronnie Hawkins, Dr. John, Joni Mitchell, Van Morrison, Muddy Waters, Ronnie Wood, Neil Diamond, Bobby Charles, The Staple Singers, and Eric Clapton.
The musical director for the concert was The Band's original record producer, John Simon.

 

The event was filmed by director Martin Scorsese and made into a documentary of the same name, released in 1978. Jonathan Taplin, who was The Band's tour manager from 1969-1972 and later produced Scorsese's film Mean Streets, suggested that Scorsese would be the ideal director for the project and introduced Robbie Robertson and Scorsese.
Taplin was the Executive Producer of The Last Waltz.
The film features concert performances, scenes shot on a studio soundstage and interviews by Scorsese with members of The Band.
A triple-LP soundtrack recording, produced by Simon and Rob Fraboni, was issued in 1978.
The film was released on DVD in 2002 as was a four-CD box set of the concert and related studio recordings.

 

The Last Waltz is hailed as one of the greatest concert films ever made, although it has been criticized for its focus on Robertson.

 

Da The Last Waltz, il pezzo finale "I Shall be released" con tutti gli artisti sulla scena.

 


 

 

 


 

 

 

The Last Waltz - Full album

 

 


 


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26 gennaio 2014 7 26 /01 /gennaio /2014 06:20

Cry Freedom. Nel film di Attenbourough un omaggio alla figura di Biko e a quelli che cercarono di diffondere le sue idee dopo la sua uccisione(Maurizio Crispi) Cry Freedom (Grido di Libertà) è un film del 1987, diretto dal britannico Richard Attenborough (autore, si ricorderà, anche del film su Gandhi).
Il film racconta dell'incontro tra un giornalista liberal Donald Woods e l'attivista sudafricano antiapartheid Stephen Biko, sino alla morte (l'uccisione) di quest'ultimo e oltre.
Un ancora giovanissimo Denzel Washington interpreta il ruolo di Biko, fautore, attraverso il movimento denominato "Black Consciousness Movement" (BCM), della crescita culturale dei black del Sud Africa e di un'integrazione con i bianchi
Impigrionato per le sue idee e ritenuto scomodo dal dittatoriale regime dell'Apartheid, Biko morirà di percosse in carcere (nel settembre del 1978), come tanti altri prima e dopo di lui.
La sua morte - come quella delle decine di altri dissidenti - verrà attribuita a cause accidentali.
Dopo il 1978, invece, il regime decreterà una totale segretezza delle notizie relative ai prigionieri "politici" e non si saprà più nulla, ufficialmente, di altre morti.

Il resto del film narra la storia del giornalista Donald Woods che decide di uscire dal Sud Africa per poter raccontare, pubblicandola, la storia di quello che era divenuto per lui uno stimato amico, assieme alle foto impietose che documentano lo scempio che è stato fatto del suo corpo da aguzzini che nulla ebbero di meno delle SS nei campi di concentramento nazisti: una fuga complicata, anche per non mettere a repentaglio la propria famiglia, passando dal Lesoto (e qui richiedere asilo politico agli USA), per volare quindi sino al Botswana.
Come in Gandhi, Attenborough riesce a realizzare grandi e toccanti scene corali, come quella del massacro di più di 800 studenti delle scuole che manifestavano pacificamente, dopo la morte di Biko, uscendo in corteo dalla township in cui sono relegati a vivere (Strage di Soweto, 1976), e riesce bene a dipingere il divario tra un regime ottuso che cerca di difendere in modo estremo i propri privilegi e coloro (inclusi molti dei white people anglofoni che non condividevano affatto le posizioni degli Afrikaner) che volevano (e chiedevano) una società in Sud Africa più equa e più giusta..


Il film, uscito nel 1987, venne subito considerato scomodo dal regime sudafricano e, venne di conseguenza. messo al bando e censurato (si ricorderà qui che come il regima stalinista quello sudafricano proibiva attivamente la circolazione di foto e di filmati che ritraessero i dissidenti e le foto di Biko - come quelle di Mandela - erano proibitissime).
Maureen Simpson, allora giovane studentessa, ricorda che lei e il pubblico venero fatti sgombrare dalla sala cinematografica dov'era in corso la proiezione del film.

Il film è interessante e ben costruito.
Alcuni tuttavia si sono lamentati del fatto che, più che la storia di Biko, vi era rappresentata l'odissea del giornalista per uscire dal Sudafrica e riuscire a pubblicare quello che poi diventò il volume "Biko".

Ma, sia come sia, il film riesce a dare - e in una maniera sobria, senza sbature e senza alcuna retorica - un'idea del totalitarismo del regime degli Afrikaner che, oltre ad esercitare con violenza i suoi divieti e i propri privilegi, fu soprattutto una "dittatura del pensiero", come molti altri regimi totalitari.
Una pellicola da vedere, soprattutto perchè consente, di identificare alcuni punti essenziali della storia sudafricana, prima della liberazione di Mandela dal suo imprigionamento pluridecennale nel 1998 e prima della nascita della 2nazione arcobaleno" e che, assieme a Goodbye, Bafana! (Il colore della libertà, 2007) e a Invictus (L'invincibile, 2009), cosituisce un bel trittico cinematografico che racconta del percorso verso la libertà e l'integrazione della nuova Repubblica Sudafricana.

 

 

Il trailer ufficiale



 

 

Visto in DVD per la prima volta, nel gennaio 2014 

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 08:37

4:40 - The Last Day on Earth. Una riflessione sulla apocalisse prossima ventura(Maurizio Crispi)  4.44 - The last day on Earth è un film "apocalattico" di  Abel Ferrara, realizzato con mezzi poverissimi, senza effetti speciali, eppure efficace.
Pensate che - secondo l'immagine (quasi obbligata) che ci è stata consegnata dalla cinematografia hollywoddiana la fine della Terra sarebbe preceduta da secene di panico, da radunate oceaniche di gente che prega (o che si dispera), dal Caos universale?

No, niente di tutto questo.

Quello che prospetta Abel Ferrara è una riflessione su ciò che accadrebbe nell'animo umano se ciascuno di noi fosse informato, senza alcun ragionevole dubbio, che la fine della Terra (e quindi della vita) avverrà per tutti ad una certa ora di un certo giorno.
In modo irrevocabile. Non ci sono scappatoie, non vie di salvezza possibili.
Nè sarà data ad alcuni la possibilità di mettersi in salvo, pagando qualcosa in più.
Non un destino differenziato per ricchi e per poveri.
Ma una fine eguale e indifferenziata per tutti.
La fine del mondo, la fine della vita, la fine delle nostre vite.

Angosciante... claustrofobico...
Abel Ferrara ha dato vita ad un vero e proprio laboratorio in cui egli studia cosa accadrebbe agli uomini e alle donne nel breve arco di tempo in cui gli rimane da vivere, nell'attesa.

Alcuni si suicidano, così, come se niente fosse: nient'altro che il prodotto di una lucida determinazione.

Altri manifestano la propria rabbia, sparando in aria dei colpi di fucile.

Altri si riuniscono e parlano tra loro, bevendo vino.
Altri continuano le proprie piccole abitudini, come l'uomo che nutre il suo cane, offrendogli prelibati bocconcini presi dal suo stesso piatto.

Altri fanno l'amore, ascoltano musica, litigano per piccole gelosie, come la coppia dei due protagonisti che sono esaminati nelle loro reazioni più da vicino.
In televisione, scienzati e teologi si avvicendano spiegand cuò che sta capitando e ciascuno, cercando di dar euna spiegazione metafisica, dal proprio punto di vista, sul senso delle cose ultime.
Nient'altro.
Per il resto la vita continua, come se niente fosse, la gente va al lavoro e ne ritorna. Il flusso di automobili scorre inalterato.

Poi lo strato di ozono, all'ora annunciata, si buca definitamente.
Si spengono le luci ed è la fine.

 

Credo che questo film sia decisamente efficace, anche se all'inizio uno si chiede che cosa stia guardando: dal momento che lo svolgimento sembra tradire quanto annunciato nel titolo.
E, poi, andando avanti nella visione del film, a poco a poco si comprende, il senso di ciò che Abel ferrara ha voluto dirci.
In questo senso, la storia è del tutto spogliata di quegli orpelli che, spesso, rendono i film apocalittici dei film avventurosi e di azioni, in cui il più delle volte (nel 99% dei casi) si prospetta - almeno per alcuni - una consolotaria via di sopravvivenza.
Qui, in questa pellicola, tutti si traduce ed è rappresentabile nel dramma quotidiano dei personaggi: come candele che semplicemente arrivano alla loro fine, ma che - ciò nonostante - sino alla fine continuano ad ardere.

 

 

Il Trailer.

 


 

 

Visto in DVD, gennaio 2014

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22 gennaio 2014 3 22 /01 /gennaio /2014 07:11

The Deep. Una storia islandese di sopravvivenza: un bell'esempio di cinematografia indipendente(Maurizio Crispi) The Deep è un incisivo e sobrio film islandese, di Baltasar Kormákur (2012), basato su di una storia vera che parla di una tragedia del mare e di un'incredibile vicenda di sopravvivenza..

Kormákur ha portato sullo schermo ciò che in Islanda è leggenda. Si tratta di uno strano caso realmente accaduto nel 1984, allorquando un peschereccio naufragó nelle gelide acque dell'isola di Vestman. 
Dell'equipaggio si salvò solo un uomo, che riuscì a sopravvivere in condizioni impossibili con temperature disumane: Gulli, un tipo comune che divenne senza volerlo un eroe nazionale e, allo stesso tempo, un fenomeno scientifico da studiare.
E' una storia che apre una breccia sui limiti del corpo umano.

 

 

Un peschereccio al largo delle islandesi isole Vestmann affonda. Cinque dell'equipaggio muoiono. 
Solo uno si salva dopo aver nuotato per oltre sei ore nell'acqua gelida verso la terraferma, attraversando poi a piedi scalzi una distesa di lave taglienti, per presentarsi infine barcollante alla porta d'una casa prima di collassare in preda - finalmente - alla spossatezza e alla ipotermia.
Il sopravvissuto viene guardato con diffidenza, interrogato ed esaminato, perché non ci spiega come abbia potuto sopravvivere tanto a lungo con la temperatura dell'acqua gelida: è una persona comune, fumatore e sovrappeso, senza alcuna qualità straordinaria; e non è nemmeno un provetto nuotatore, specificamente allenato.
L'atteggiamento verso di lui oscilla, un po' viene considerato un eroe nazionale, un po' una foca umana ed uno scherzo di natura verso il quale provare diffidenza, oltre alla pena soggettiva per essere sopravvissuto agli altri.
Alla fine, tutto ritorna alla normalità con la nostalgia dei compagni di pesca morti attorno a lui, ma dei cui ultimi momenti può rendere dolente testimonianza ai familiari in lutto.
Mentre scorrono i titoli di coda del film si possono vedere degli spezzoni di un'intervista rilasciata dal personaggio reale sulla cui vicenda è costruita la storia.

Il film propone una riflessione su una quasi disumana "resilienza" di fronte a condizioni ambientali propibitive.
Ma anche sui meccanismi mentali che si mettono in moto per aiutare l'individuo in condizioni estreme a resistere: per esempio, nel film è straordinariamente bello ed intenso il dialogo con il gabbiano che vola salto su di liui e la rievocazione di ricordi di infanzai e della vita quotidiana che appaiono come nel monitor di un televisore vecchio stampo, con le immagini significative dell'eruzione vulcanica del 1973 che seppellì sotto una pioggia di ceneri quasi per intero la cittadina di Vestmanneyear, il principale villaggio di pescatori delle isola Vestmann: anche lì, in nel dispiegarsi di questi ricordi, traspare una storia di coraggio, determinazione, resistenza.

Alcune delle musiche della colonna sonora riecheggiano gli stilemi dei Sigur Ross e ciò rende il film ancora più apprezzabile.
Un bell'esempio di cinematografia indipendente, fuori dal solco delle major hollywoodiane.
Non mi risulta che in Italia sia stato distribuito nelle sale cinematografiche (e, in effetti, la sua scheda non compare nemmeno sul www.mymovies.it).

 

 

Il trailer

 

 


 

 

Visto in DVD a casa...

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10 gennaio 2014 5 10 /01 /gennaio /2014 07:03

The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca. Uno spaccato di storia USA attraverso gli occhi di un Maggiordomo di otto presidenti(Maurizio Crispi) The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (The Butler) è un film drammatico-biografico del 2013 (USA), scritto e diretto da Lee Daniels con protagonista Forest Whitaker.
Il film è basato su di una storia vera. La pellicola è, infatti, l'adattamento cinematografico dell'articolo di giornale "A Butler Well Served by This Election", scritto dal giornalista Wil Haygood e pubblicato sul The Washington Post, in cui si narra la vicenda di Eugene Allen, maggiordomo della Casa Bianca per più di trent'anni (l'articolo disponibile nel web nella sua interezza è anche corredata da una bella galleria fotografica che mostra diversi momenti della vita di Eugene Allen)
Nel film il nome del protagonista è stato modificato in Cecil Gaines.
Attraverso gli occhi di Cecil Gaines, che ha vissuto gli orrori dei "campi di concentramento" degli USA (le capanne a schiera dove vivevano i neri che lavoravano nei campi di cotone) e dopo aver assistito con orrore all'uccisione barbara del padre, viene educato per compassione dalla padrona della piantagione come "negro di casa" per poi diventare cameriere in un prestigoso ristorante di Washington e, infine, "maggiordomo" alla Casa Bianca, sfilano quasi trent'anni di storia americana con i cambiamenti epocali sul fronte interno (il doloroso e non semplice processo di superamento dell'odio razziale e della discriminazione) e di politica estera americana, dall'epoca di Eisenowher al mandato di Donald Reagan (quando Cecil si ritira), per arrivare al presente (2006) quando ormai vecchio e da anni in pensione Cecil viene ricevuto alla casa Bianca dal neo-eletto Barak Obama.
In tutto, nel racconto di Cecil Gaines, sino al suo pensionamento si succedono otto mandati presidenziali.
Il regista del film si è prefisso un compito ambizioso che viene sviluppato come un grande affresco.
Secondo alcuni, nella rappresentazione dei diversi presidenti, vi è stato in alcuni casi un eccesso di superficialità (o a volte il presentarli come "macchiette", utilizzando per distinguerli alcuni di quegli stessi elementi usati dai caricaturisti), ma non bisogna dimenticare che tutto - per mantenere la narrazione coerente con il personaggio - deve essere necessariamente filtrato dagli occhi e dalle elaborazioni di Cecil Gaines che, per necessità di cose e per via del suo status, è sì un testimone di ciò che avviene nella stanza dei bottoni, ma che deve rimanere per abitudine mentale (appresa sin dai primordi del suo addestramento come "negro di casa"), sostanzialmente neutrale.
E, in tutto questo, il film è percorso dal filo rosso del conflitto intergenerazionale tra Cecil padre e i due figli maschi, di cui il maggiore prende la via della contestazione e della lotta per i diritti civili della comunità nera degli USA (passando da gandhiani Freedom Riders all'aggressivo movimento del Black Panthers Party, sino al messaggio di pace e di protesta non violenta di Martin Luther King, del quale vengono riferite alcune riflessioni sull'importanza dei camerieri e dei maggiordomi neri nel processo dell'integrazione), mentre l'altro più incline a condividere la visione "neutra" del padre e desideroso di integrazione in quella che sente la "sua nazione", va a morire in Vietnam.
Cecil Gaines, per via del suo ruolo, in manera a volte dolorosa è costretto a non esprimere mai le sue opinioni e a muoversi nel mondo (anche quello della sua vita quotidiana) privilegiando la rinuncia: e in questo veine spesso disapprovato e contestato dal figlio maggiore, qualche volta anche dalla moglie.
La vita di Cecil si consuma così tra due fronti, quello dell'accettazione non conflittuale e quello del conflitto sul fronte familiare.
Non si può non pensare, vedendo questo film al magistrale "Quel che resta del giorno" (1993, tratto dall'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro) che ci ha consegnato una delle più splendide interpretazioni cinematografiche di Anthony Hopkins nel ruolo, appunto, di un maggiordomo che spende tutta la sua vita al servizio dei suoi "signori": invisibile quasi, mai esprimente un'opinione e costretto a mantenersi distaccato anche nelle sue scelte di vita e sentimentali, dove tutto per lui rimane sospeso, sintanchè il giorno non finisce ed è ormai troppo tardi per compiere altre possibili scelte.

Il film si presenta con un casto di attori eccezionale.
Drammatica e dolente l'interpretazione di Cecil Gaines, adulto e vecchio, da parte di Forrest Whitaker.

 

 

Scheda
Titolo originale:The Butler
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 2013
Durata: 113 min
Genere biografico, drammatico, politico
Regia: Lee Daniels
Soggetto: Wil Haygood (articolo A Butler Well Served by This Election)
Sceneggiatura: Lee Daniels, Danny Strong
Produttore: Lee Daniels, Cassian Elwes, Buddy Patrick, Laura Ziskin
Produttore esecutivo Danny Strong, Michael Finley, Len Blavatnik, James T. Bruce IV, Elizabeth Destro, Aviv Giladi, Adonis Hadjiantonas, Vince Holden, Brett Johnson, Sheila Johnson, Jordan Kessler, Adam Merims, David Ranes, Matthew Salloway, Hilary Shor, Earl W. Stafford, R. Bryan Wright
Casa di produzione: Laura Ziskin Productions, Salloway Rubenstein Productions, Windy Hill Pictures
Distribuzione: (Italia) Videa CDE
Fotografia: Andrew Dunn
Montaggio: Joe Klotz
Effetti speciali: Edward Joubert
Musiche: Rodrigo Leão
Scenografia: Tim Galvin
Costumi: Ruth E. Carter
Trucco: LeDiedra Richard-Baldwin, Kellie Robinson

 

Interpreti e personaggi
Forest Whitaker: Cecil Gaines
Alex Pettyfer: Thomas Westfall
John Cusack: Richard Nixon
Robin Williams: Dwight Eisenhower
Terrence Howard: Howard
James Marsden: John F. Kennedy
Alan Rickman: Ronald Reagan
Liev Schreiber: Lyndon B. Johnson
Melissa Leo: Mamie Eisenhower
Minka Kelly: Jackie Kennedy
Jane Fonda: Nancy Reagan
Cuba Gooding Jr.: Carter Wilson
Jesse Williams: Reverendo James Lawson
Vanessa Redgrave: Annabeth Westfall
Mariah Carey: Hattie Pearl
David Oyelowo: Louis Gaines
Lenny Kravitz: James Holloway
Oprah Winfrey: Gloria Gaines
Nelsan Ellis: Martin Luther King Jr.
Dana Michelle Gourrier: Helen Holloway
James DuMont: Sherman Adams
Aml Ameen: Cecil Gaines da giovane
Colin Walker: John Ehrlichman
Adriane Lennox: Gina
Elijah Kelly: Charlie Gaines
Yaya Alafia: Carol Hammie
Michael Rainey: Cecil Gaines a 8 anni
Alex Manette: H.R. Haldeman
David Banner: Earl Gaines
Colman Domingo: Freddie Fallows
Orlando Eric Street: Presidente Barack Obama
Clarence Williams III: Maynard
Stephen Rider: Stephen W. Rochon
John P. Fertitta: Jenkins
Jim Gleason: R.D. Warner
Mo McRae: Eldridge Huggins
Nealla Gordon: Senatrice Kassebaum


Trailer


 





Visto il 4 gennaio 2014, al Cinema Lux con Salvatore fratellone

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5 gennaio 2014 7 05 /01 /gennaio /2014 12:45

Ender's Game. Come condurre alla guerra degli adolescenti addestrati ai videogioch(Maurizio Crispi) Ender's game è un film di Gavin Hood (USA, 2013), tratto dal primo romanzo della fortunata serie SF del pluri-premiato scrittore statunitense  Orson Scott Card (con titolo identico: Ender's Game, ovvero "Il Gioco di Ender"), pubblicati in Italia dalla Editrice Nord.

Il film è ambientato in una Scuola di Guerra per forgiare coloro che combatteranno un'ultima e definitiva battaglia contro i Formic, alieni insetttiformi che, molto tempo prima (80 anni per l'esattezza), avevano tentato di invadere la terra e che erano stati sconfitti grazie al sacrificio del comandante Mazer Rackham.
A questa scuola vengono ammessi soltanto giovani e giovanissimi, selezionati dopo un lungo periodo di osservazione che copre tutte le loro attività quotidiane, grazie ad una forma di monitoraggio a distanza.

Gli alieni, simili a grandi insetti, che hanno minacciato gravemente la Terra in pasato si sono ritirati nel loro pianeta d'origine, ma si ritiene che - non si quando - decideranno di riprendere le loro attività di belligeranza alla ricerca di nuove colonie e soprattutto di acqua.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque: ricerca di spazio vitale e di nuove risorse, come in tutte le guerre.
Gli uomini, ammaestrati da quella che avrebbe potuto essere una pesante disfatta e forse la fine dell'Umanità, adesso, predicano il verbo di una guerra preventiva (all'insegna del sempreverde principio sancito dal motto "Si Vis Pacem Para Bellum", ma anche del'imperativo della frontiera del West, quando vigeva il principio dello sterminio all'insegna del principio del "O noi o loro" ed anche "L'unico Pellerossa buono è un Pellerossa morto).
E gli uomini, nella necessità di mettere a punto un'avanzata guerra tecnologica, fondata oltre che sulle conosce delle tattiche e delle strategie anche dell'uso di sofisticati strumenti virtuali (per mezzo dei quali è possibile realizzare la guerra a distanza), reclutano per la prossima battaglia di sterminio soggetti sempre più giovani che sono i più idonei per la loro abitudine precoce a utilizzare i videogiochi a questo tipo di guerra: e  le giovani reclute, con un training fatto di giochi, di simulazioni tattiche e strategiche, ma anche di esercizio fisico e di allenamento a cooperare in squadra, vengono addestrate in modo sempre più sofisticato, sino ad essere condotti alla battaglia vera senza che ad essi sia concessa la consapevolezza che stanno "veramente" combattendo. Uno scenario inquietante, tanto più che, al giorno d'oggi, la guerra "non guerra", quella combattutta a distanza, usando i "droni" e stando seduti a migliaia di chilometri di distanza davanti ad una consolle, è diventata la triste realtà (come viene prospettato nel piccolo saggio Esecuzioni a distanza 1).

Nel sottofondo di questa struttura narrativa c'è anche una cogente riflessione sulla responsabilità morale di quegli adulti che educano i giovani alla violenza, alla guerra e alla sopraffazione, deformando o pervertendo la naturale ed innata tendenza dell'Homo Ludens huizinghiano.
Ender Wiggin, il giovane protagonista, è il più dotato delle reclute e farà rapidamente strada.

Non starò a raccontare la trama che si svolge su di un doppio piano del gioco virtuale e dell'addestramento vero, in presenza fisica (con una bella traduzione delle vicissitudini del romanzo che sarà sicuramente fonte di meraviglia per quanti non lo abbiano l
eEnder's Game. Come condurre alla guerra degli adolescenti addestrati ai videogiochitto prima).


Il film che racconta di una storia apparentemente guerrafondaia, alla fine, assume i contorni di una parabola contro la guerra e contro tutte le guerre, soprattutto di quelle guerre basate su di una mancanza di comunicazione e sull'impossibilità-non volontà di costruire un linguaggio comune, attraverso il quale fondare un'Ecumene (secondo la concezione di un'altra grande scrittrice di SF che è Ursula Kroeber Le Guin, i cui costrutti hanno - per illustri ascendenze familiari - una solida base antropologica).

Ender distruttore, alla fine del film (e del romanzo), diventerà Ender il Salvatore. Ed è da questa conclusione e dalla necessità di un riscatto che prenderanno le mosse le sue avventure nei successivi romanzi, fortemente connotati in senso messianico.



Ender's Game (film) su Wikipedia


Il gioco di Ender (su Wikipedia)

 

 


Trailer ufficiale




(Dal risguardo di copertina dalla riedizione Nord 2013) L'ultimo attacco alla Terra da parte degli alieni risale a ottant'anni fa, tuttavia la guerra non è finita. Per scongiurare la possibilità che, un giorno, la razza umana venga cancellata da una nuova e ancor più devastante invasione, sono state costruite armi sempre più potenti e ideati vari sistemi di difesa. Inoltre, per sfruttare le straordinarie capacità di alcuni bambini, è stata creata una Scuola di Guerra, destinata a formare un'élite di geni militari. Ed è in questo luogo altamente competitivo, in cui si simulano al computer azioni belliche di ogni tipo e si elaborano tattiche e strategie di grande complessità, che viene portato Andrew "Ender" Wiggin: ha soltanto sei anni e lo aspetta un addestramento feroce in un ambiente spietato, ma lui è un genio tra i geni, nato con le doti di un superbo comandante. Ed è l'unico in grado di vincere tutte le "partite" combattute nella Sala di Battaglia. Ma qual è il prezzo da pagare per essere davvero il migliore? E dove finisce il gioco e comincia la realtà?

 

 

 

Note

Ender's Game. Come condurre alla guerra degli adolescenti addestrati ai videogiochi(1) Esecuzioni a distanza (William Langewiesche, Adelphi, 2011) nella traduzione di Matteo Codignola.
In questo piccolo volume, inserito nella Biblioteca Minima di Adelphi si parla degli "omicidi" e della solitudine di un tiratore scelto dell’esercito americano, e delle giornate iperreali dei piloti che da un hangar vicino a Las Vegas guidano i droni sui loro bersagli nelle montagne afghane. Due volti gelidi e feroci di una guerra futura che si combatte già, e che nessuno prima di Langewiesche aveva raccontato.
E' la "guerra a distanza", in cui non vi è più nessun contatto fisico e visuale con l'avversario, caratterizzata soprattutto dall'abolizione del cosiddetto "contatto oculare" che consente di attuare un riconoscimento dell'Altro come simile a noi e che muove l'empatia.
Questi scenari escludono radicalmente le incertezze e le esitazioni, così magistralmente rappresentate nella canzone di De André "La guerra di Piero", ad esempio.
Il secondo capitolo apre una prospettiva inquietante su ipotetici scenari futuri in cui si possono ipotizzate armi miniaturizzate "intelligenti", capaci di selezionare i bersargli e di eliminarli in modo autonomo.
Questo secondo capitolo sembrerebbe essere il preambolo del famoso romanzo breve di P. K. Dick e del film che ne è stato trato "Screamers".
L'autore. William Langewiesche è corrispondente dell’edizione americana di «Vanity Fair». I suoi libri raccolgono inchieste e reportage dedicati a temi e luoghi diversi, dal Sahara alla storia del volo, dalla vita sul confine fra Messico e Stati Uniti alle macerie di Ground Zero.

 

 

 

 

 

 

Visto con Tatarone fratellone, il 9 novembre 2013

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11 novembre 2013 1 11 /11 /novembre /2013 06:55

Oscure presenze. Un bel film sobrio e senza sbavature nella traccia degli X-Files(Maurizio Crispi) Oscure presenze (Dark Skies, in lingua originale) è un film del 2013 (USA) scritto e diretto da Scott Stewart, sotto l'egida dello produttore di  Insidious e Sinister.

La tesi di questo film, come quella dei due citati sopra è ampiamente sviluppata nell'interminabile e popolare serie di X-files. Ed è la stessa in definitiva di "Incontri ravvicinati del terzo tipo", ma senza gli elementi favolistici e meravigliosi che solo la fresca fantasia di Spielberg poteva mettere in scena.


Il tema è quello degli extra-terrestri e della loro presenza tra noi.

Ma in "Oscure Presenze", come negli altri due film citati, nessuno si preoccupa di svelare l'arcano che viene accettato come un dato di fatto, anche se con l'inconveniente che questi extraterrestri, in foma di oscure presenze sempre presenti tra noi a volte si manifestano in una maniera perniciosa.

Come epigrafe al film campeggia una famosa frase di Arthur C. Clarke, uno dei maestri della fantascienza "scientifica" che così recita: "Si possono fare due ipotesi soltanto: o siamo soli nell'Universo o non lo siamo. Ma entrambi le ipotesi sono terrificanti".

 

In altri termini, il dilemma propone due possibilità altrettanto sconvolgenti: quella che gli uomini siano gli unici abitatori dell'Universo oppure quella che lo debbano condividere con altri inquilini di cui non possiamo sapere nulla e che, proprio per questa impossibilità epistemologica, non possono che terrorizzarci, con una loro presenza incombente, ma sempre sfuggente e, dunque, di per sé perturbante.

 

La storia narra le vicende di una famiglia che vive in una confortevole casa nella periferia urbana di una grande città statunitense. Daniel e Lacy Barrett, padre e madre di Jesse e Sammy, diventano testimoni di una serie di eventi molto strani e inquietanti fino a diventare il bersaglio di una forza terrificante e mortale: scoprono con orrore che il loro bambino di sei anni è stato posseduto da degli alieni. Decidono quindi di trovare il modo per risolvere il mistero, e quindi, salvare la famiglia in pericolo.


Quale è il rimedio? Non ve ne è alcuno - come dice loro un "esperto" che, dopo molte reticenze i due genitori si recano a consultare - Soltanto cercando di proteggersi all'estremo e tenendo unita la famiglia si potrà evitare il peggio.

Il film alimenta preoccupazioni paranoidi circa il mondo e la realtà, supponendo che non c'è da aspettarsi un'invasione aliena che possa verificarsi in un ipotetico futuro sia essa nella forma minacciosa ventilata da La Guerra dei Mondi di H.G: Wells o quella ben più angosciante che viene rappresentata in L'invasione degli Ultracorpi nei suoi diversi remake (a partire dal romanzo SF "Gli Invasati" - tit. originale "The Body Snatchers" - di Jack Finney), sia essa quella benevola e rassicurante (anche se nel suo manifestarsi ominosa) di "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo".

Essa c'è già stata e gli alieni sono tra noi, ci osservano e ci studiano e ogni tanto ci prelevano per dei loro fini che rimangono misteriosi (forse esperimenti: ma non si potrà mai sapere esattamente).

Per alcuni versi, la tesi sviluppata dal film è più vicina a quella di Essi vivono di John Carpenter (1988), anche se in questa pellicola - realizzata, come molti film altri di Carpenter a basso costo - prevale un'interpretazione di una presenza aliena fondata sul tema della sopraffazione e del dominio (e dunque con il prevalere d'una chiave di lettura metaforica sconfinante nel sociologico, secondo un'ermeneutica cara a Carpenter).

 

Dunque, Dark Skies è una pellicola che tratta di fenomeni paranormali (che all'inizio appaiono come un banale fenomeno di poltergeist) dietro i quali si nascondono degli alieni, con qualche risvolto horror, ma il tutto giostrato con parsimonia di effetti speciali ed anche senza eccessi di pathos nella colonna sonora. 
Nel complesso, la vicenda si dipana in modo sobrio ed incisivo, con qualche effetto speciale che mai diventa "effettaccio", tuttavia.
Mi sentirei di consigliarne la visione a tuttii cultori degli X-files e del paranormale.
Vi viene proposta anche, definitiva, una riflessione metafisica sul fatto che non siamo noi ad essere - come vorremmo credere - al centro del creato/universo e che sono molte di più le cose che non sappiamo, rispetto a quelle che crediamo di sapere.
Ed anche sul fatto che ad alcune cose "bisogna credere" anche in assenza di inconfutabili evidenze, vincendo ogni scetticismo e la voce della razionalità: adottando quell'atteggiamento mentale che sintetizzato dal famoso motto "I wanto to believe," messo a coronamento di tutti gli episodi di X-Files.

Godibile - con la pioggia degli uccelli migratori che si abbatte sulla casa dove vive la famiglia Barrett - la citazione de "Gli Uccelli" di Hitchkoch ad anche, in contemporanea, il riferimento ad un romanzo di Stephen King (La Zona Morta), nel quale vengono descritti analoghi fenomeni.

 

 

Scheda del film
Titolo originale: Dark Skies

Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 2013
Durata: 97 min
Genere horror, fantascienza, thriller
Regia: Scott Stewart
Sceneggiatura: Scott Stewart
Produttore: Jason Blum
Produttore esecutivo: Charles Layton, Jeff Okin, Bob Weinstein, Harvey Weinstein
Casa di produzione: Alliance Films, Blumhouse Productions
Distribuzione: (Italia) Koch Media
Fotografia: David Boyd
Montaggio: Peter Gvozdas
Musiche: Joseph Bishara
Scenografia: Jeff Higinbotham
Costumi: Kelle Kutsugeras
Trucco: Jed Dornoff, Brian Kinney
 

 

 

Interpreti e personaggi principali
Keri Russell: Lacy Barrett
Josh Hamilton: Daniel Barrett
Dakota Goyo: Jesse Barrett
Kadan Rockett: Sam Barrett
J.K. Simmons: Edwin Pollard
L.J. Benet: Kevin Ratner

 

 

Dark Skies locandina

 

Il film in USA venne vietato ai minori di 13 anni per la presenza di violenza, terrore, materiale sessuale, farmaci e linguaggio non adatto

 

 

Il Trailer ufficiale

 

 

 


 
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31 ottobre 2013 4 31 /10 /ottobre /2013 08:26

Cose nostre - Malavita. Luc besson trasforma un mafioso pentito e sotto protezione in un simpatico cialtrone. Operazione discutibile, ma dall'effetto garantito(Maurizio Crispi) Cose nostre - Malavita (The Family) è un film del 2013 scritto, diretto e prodotto da Luc Besson, con protagonisti Robert De Niro, Michelle Pfeiffer e Tommy Lee Jones.
Le riprese del film, iniziate l'8 agosto 2012 e concluse il 27 ottobre dello stesso anno, si sono svolte tra Francia e Stati Uniti d'America, nelle città di Le Sap, Saint-Denis, Gacé, L'Aigle e New York.
È stato uno dei primi film girati negli studios di Cité du Cinéma in Francia, complesso costruito da Luc Besson nel settembre 2012.
La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Malavita di Tonino Benacquista (Ponte alle Grazie, 2006).
Questa la trama del libro che, peraltro è assolutamente sovrapponibile a quella proposta dalla pellicola di Besson.
In una tranquilla e un po' sperduta cittadina della Normandia arriva la famiglia Blake (alias Manzoni): scrittore lui, dedita alla beneficenza lei, bellissima la figlia, simpatico il figlio. Peccato che siano effettivamente un po' strani: la signora dà fuoco al supermercato, la signorina spacca la faccia ai corteggiatori, il signorino studia da capobanda e il signore fa saltare in aria una fabbrica chimica. Quale segreto si cela dietro tanta eccentricità? E perché i Blake sono costantemente sorvegliati?

Parlando sia del romanzo sia del film ci sarebbe molto da dire su questa rappresentazione d'una simpatica famigliola newyorkese sotto protezione che, con molta scioltezza, si spende in esercizi di una violenza "normalizzata" giustificabile perché messa in atto "per una giusta causa" (che sarebbe poi l'obiettivo di avere una vita "normale" senza l'assillo di vendicatori e killer prezzolati alle costole)1.
Il film é accativante (vi si sente il peso della regia e della sceneggiatura di Luc Besson) e molto "americanofilo" nel rispetto di una cifra tipica del cineasta francese che - pur in un quadro di riferimenti europei - ha avuto sempre un culto per la cinematografia d'oltreoceano, tanto che - a tratti - si ha la sensazione di stare a guardare un seguito di "Terapia e pallottole"), ma dove si fa l'occhiolino anche a Martin Scorsese e al suo "Quei bravi ragazzi Goodfellas" (in cui Robert De Niro interpreta uno dei protagonisti). Pur accativante e vedibile con piacere, rimane pur sempre un film diseducativo, perchè vi sta una rappresentazione della violenza normalizzata, praticata da individui che sembrano essere soltanto eccentrici e pronti a risolvere le cose da sè e in modi "piuttosto" incisivi.

  

Diciamo pure che in ciò si intravede un'evoluzione recente (proprio di questi ultimi anni) della cinematografia consumistica, in cui - pur di fare cassetta - qualsiasi personaggio deve essere preentato in modi accattivanti tali da consentire allo spettatore di mettere in atto meccanismi di identificazione.

 

Come classificarlo? Probabilmente, lo si potrebbe definire una "black comedy" o come un "noir farsesco", in cui la figura del "mafioso" viene convertita e trasformata in quella di "simpatico cialtrone".


Quali le scene più comiche/grottesche?

Sicuramente, quella dell'incontro scontro/scontro di Giovanni Manzoni con l'idraulico, ma anche la "piccola" rivendicazione vandalica messa in atto dalla mogle ai danni del supermercato di provincia dove avventori e commessi, ritenendo di non essere capiti si erano lanciati in un'invettiva contro i "soliti" turisti americani, eccentrici e dalle strane abitudini, dei veri e propri "barbari".
Ma anche quella in cui il nostro Giovanni Manzoni viene chiamato a disquisire in qualità di "scrittore" competente ed informato del film di Scorsese "Quei bravi ragazzi".

 

 

Interpreti e personaggi
Robert De Niro: Fred Blake / Giovanni Manzoni
Michelle Pfeiffer: Maggie Blake
Tommy Lee Jones: Agente CIA Stansfield
Dianna Agron: Belle Blake
John D'Leo: Warren Blake
Jon Freda: Rocco
Dominic Chianese: Don Mimino
Vincent Pastore: Fat willy
Joseph Perrino: Joey
David Belle: Mezzo

 

 

 

Trailer

 

 


 

 

 

 

 

 

 


Note (1) Per esempio "Antonio" ha postato sulla scheda del libro "Malavita" in IBS il seguente commento che non si può non codividere. (Antonio) Sarà perchè non ho mai sopportato tutti quei film in cui il gangster assume connotati umani, sarà perchè odio la mafia e i suoi metodi, ma a me questo romanzo non è proprio piaciuto. Pur essendo un divoratore di libri, ho addirittura fatto fatica a finirlo. Tutto sembra paradossale: il pentito (o se vogliamo, l'infame) spacca con un martello le braccia all'idraulico, ma sembra che compia un'azione meritoria; dieci uomini arrivano in Francia, non in Burundi, e mettono a ferro e fuoco un paesino senza alcun problema; a un certo punto la moglie sparisce dal racconto e non si sa più che fine abbia fatto, ecc. ecc. Molto discutibile l'epilogo, un po' farragginoso, in cui il pentito parlando in prima persona trova altre giustificazioni al suo operato.

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23 ottobre 2013 3 23 /10 /ottobre /2013 10:56

Dietro la Porta verde. Un classico del Porno che illustra alcuni dei rischi della pornografia e di quell'idea di liberazione sessuale che vi era sottesa(Maurizio Crispi) Gli anni Sessanta del XX secolo negli Stati Uniti furono degli anni cruciali come ben ci si può ricordare.
Furono gli anni della contestazione giovanile, dei Figli dei fiori (gli Hippie) che si inserirono sulla linea tracciata dalla Beat Generation.
Ma furono anche gli anni in cui prese vita una lotta armata semi-clandestina contro l'establishment (vedi, tanto per fare un esempio, gli Weathermen oppure il Black Panther Party).
Furono gli anni in cui si prese a lottare per una libertà di parola e di espressione fattuale e non semplicemente dichiarata in enunciati vuoti e privi di contenuto. In questo contesto, si sviluppò ad esempio il Free Speech Movement.
Furono gli anni di Lenny Bruce e della suoi spettacoli provocatori e anti-moralistici, al termine dei quali veniva sovente arrestato per avere pronunciato nel contesto delle sue battute parole che era proibito dire in luoghi pubblici e la cui enunciazione, in alcuni degli States, si configurava come reato penale perseguibile.
Furono gli anni della cosiddetta "liberazione sessuale" dei puritanissimi Stati Uniti d'America.
In quel periodo, sotto la spinta di questo movimento di affrancamento da ogni moralismo, prese l'avvio un peculiare capitolo della storia del Porno cinematografico che venne allo scoperto, uscendo dalla clandestinità squallida in cui era relegato
I film porno made in USA di quel periodo ebbero la caratteristica di passare al grande schermo e di avere una diffusione capillare: e alcuni finirono per diventare film "culto" e l'emblema stesso della contestazione e dell'affrancamento da ogni restrizione convenzionale e moralistica.
Quei film la gente li guardava volentieri perchè mettevano alla gogna il moralismo rigido che, sino a quel momento, aveva ammantato la sessualità.
Il Verbo del Porno d'autore, d'altra parte, è quello della liberazione dalla repressione, dalle inibizioni, dalle regole ottuse che vogliono ordine e disciplina e dell'evoluzione verso una società anarco-sessuale in cui tutti fanno sesso quando vogliono e come gli pare.
Ricordiamo, per inciso, che le opere del Divin Marchese vennero messe all'indice e De Sade incarcerato, non tanto per le sue evidenti blasfemie e irriverenze o per le sue sconcezze, ma piuttosto per il carattere rivoluzionario della sua opera che minava alla base la solidità delle gerarchie sociali.
L'altra caratteristica della filmografia porno di quel periodo fu che quei film, a differenza del porno-gonzo che prese il sopravvento nei tardi anni Novanta, erano dei film con una storia, con personaggi che interagivano in una trama dotata d'una sua credibilità (molti attori hollywoodyani alle prime armi si cimentarono in qualche pellicola porno, come per converso altri che non avevano successo nella cinematografia mainstream migrarono verso il porno, dove trovarono la loro realizzazione, ma anche il loro piacevole divertimento) e che, in alcuni casi, arrivavano a trasmettere dei messaggi di qualche genere.
Tra questi ebbero particolare rilevanza " Gola Profonda" ("Deep Throat" in lingua originale, che enuncia chiaramente il verbo della Liberazione Sessuale) e "Dietro la Porta Verde", ovvero "Behind the Green Door" che, invece, della Liberazione sessuale mostra i pericoli.
Entrambi i film andrebbero visti, senza pregiudizi e senza prevenzioni.
Gola Profonda è stato oggetto di approfonditi studi cinefili, tra i quali citiamo per il suo interesse e per le sue sfaccettature (compresa un'accurata analisi formale del suo testo) "Gola Profonda. La pornografia prima e dopo Linda Lovelace" di Piero Calò e Giuseppe Grosso Ciponte, edito da Lindau (2002).
Dietro la Porta Verde fu uno dei primi porno ad essere stato ampiamente distribuito nei cinema, è ormai ritenuto un classico dell'hardcore vintage, E si trattò anche del primo film porno regolarmente distribuito negli Stati Uniti. Inoltre, fu il primo lungometraggio diretto dai fratelli Mitchell, celebre coppia di registi e produttori hard, e il film di debutto di Marilyn Chambers, con il suo volto da americana pulita ed innocente.
Il soggetto della storia è un adattamento di un racconto breve opera di un Anonimo, che circolava da parecchi anni nell'ambiente in copie ciclostilate o realizzate con carta carbone.
Il titolo del film in lingua originale, Behind the Green Door, è un riferimento al brano musicale del 1956 The Green Door, composto da Bob Davie e Marvin Moore, che aveva visto un discreto successo all'epoca.
Tutto il film ruota attorno ad una misteriosa "porta verde" dalla quale ogni tanto esce un essere abbigliato come un clown che chiaramente invita a superare quella soglia.
Tutti parlano di questa porta verde e di ciò che può accadere dall'altro lato.
Marylin Chambers (nel ruolo di Gloria) è attratta dal clown e varca la soglia.
Al di là l'attendono ineffabili e trasgressivi piaceri cui le si abbandona consenziente e attiva.
La realtà è costituita dai personaggi che parlano della Porta verde, mentre quello che accade davanti ad essa e subito oltre possiede la qualità della tessitura onirica.
Qualè è il messaggio che il film vuole trasmettere?
Innanzitutto, c'è il tema della liberazione dalle restrizioni moralistiche ed educative e l'invito a vivere la sessualità, in modo libero, arcaico, promiscuo, dando libero corso ai propri desideri inconsapevoli.
Dall'altro c'è un avviso implicito nel "rischio" implicito in una liberazione di questo tipo, come a dire che potrebbe esserci il rischio di essere per sempre imprigionati "dietro" la porta verde.
Sì può andare a vedere ciò che c'è al di là di essa con giudizio e parsimonia, meglio ancora se ciò accade in sogno.

Da un lato, vi si trasmette il messaggio che solo attraverso un'immersione profonda e senza inibizioni, si potrà avere una sessualità appagante (come sembra dire il film nella sua conclusione).

Ma, nello stesso tempo, passa l'alto messaggio che, cioè, darsi a una sessualità disinibita, trasgressiva, fuori dagli schemi la preoccupazione dominante d'una vita è rischioso, perchè questo tipo di pratiche potrebbe trasformarsi in interesse monotematico e, infine, in addiction.
C'è una premonizione nell'evoluzione che si è avuta in tempi più recenti nel porno cinematografico (con la scomparsa delle trame e di qualsiasi tentativo di recitazione e in un approccio esclusivamente "gonzo" al tema della rappresentazione del sesso esplicito) e del porno in rete, con attori (ormai semplici figuranti) che sono letteralmente imprigionati nella rete con centinaia di spezzoni video che li rappresentano nelle loro performance per l'eternità: una condanna alla quale non potranno più sfuggire. E a questa moltitudine fa da corrispettivo la folla di frequentatori della rete, costantemente alla ricerca di video hard scaricabili gratuitamente.
La "Porta Verde" dei fratelli Mitchell è un po' tutto questo e dunque, per questo motivo il loro film rimane come una pietra miliare nella storia del Porno cinematografico e del costume.



Plot. Chambers plays the role of Gloria. The story begins in a cafe, where a cook asks two truck drivers to tell the story of the green door. Gloria is then shown being kidnapped and taken to a sex theater, where she is placed on a stage and forced to perform various sexual acts with multiple partners in front of a masked audience The Mitchell brothers appear in the film as her kidnappers. First she is fondled by several women wearing robes.
Her first heterosexual scene in the film is with Johnny Keyes, accompanied by a jazz soundtrack. This possibly makes Behind the Green Door the first US feature-length hardcore film to include an interracial sex scene.
Following this Gloria has sex with four other men at once. The watching audience become aroused and begin having sex with each other.
In a psychedelic key sequence, an ejaculation on Gloria's face is shown with semen flying through the air for seven minutes.
The film features several multicolored, optically printed, slow-motion close-ups of money shots.

Next the truck driver-narrator runs onto the stage and carries Gloria off through the green door.
The film ends with Gloria and him making love alone.

 

 

 

 

 


 
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18 ottobre 2013 5 18 /10 /ottobre /2013 07:37

(Maurizio Crispi) "Anni felici" è un film del 2013 diretto da Daniele Luchetti che ha come protagonisti Kim Rossi Stuart (Guido) e Micaela Ramazzotti nella parte di Serena. Il film è stato presentato in anteprima all'edizione 2013 del Toronto International Film Festival.

Il regista vi racconta la sua infanzia e gli anni cruciali della formazione e della perdita dell'innocenza, il tutto visto attraverso il filtro dell'irrequietezza dei genitori e delle loro continue liti.


Indubbiamente erano anni felici. Peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto”. Questa la frase cruciale che fa da contrappunto alla narrazione, suddivisa in due blocchi che ruotano attorno ad un'episodio cruciale nei ricordi del narratore ("Siamo nell'estate del 1974") e, che viene citato per ben tre volte. all'inizio del film, alla sua metà circa e alla fine, ogni volta con un leggero cambio di prospettiva e l'aggiunta di ulteriori elementi che sviluppano l'episodio sino al suo esito ("Fu la volta che si accorsero di me"). Solo in chiusura lo potremo ricostruire nella sua interezza.
E' una tecnica narrativa interessante che consente al regista di scegliere degli episodi cruciali senza dovere ricorrere ad una pedissequa sequenza cronologica.

Guido e Serena sono una coppia "alternativa", assai poco "genitoriale" (si fanno chiamare per nome dai due figli) e tormentata (lui perchè ama deviare con occasionali amori, lei per troppo amore nei confronti di Guido). La loro relazione si sviluppa nella Roma della metà degli anni '70. Aspirante artista d'avanguardia, Guido si sente imprigionato in una famiglia che definisce borghese, mentre la moglie Serena lo ama appassionatamente, soffocandolo in qualche misura: anche se lui - pur non riconoscendolo - non può fare  ameno di questo amore e della famiglia numerosa e avvolgente di lei.
I due figli si trovano così a fare i conti con i continui alti e bassi di una famiglia tutto sommato felice nella sua instabilità.

Stanze chiuse in cui risuonano le voci dei genitori che litigano, i ricatti emotivi, l'ossessivo desiderio di conoscere la verità su eventuali tradimenti, il tentativo di attestarsi su di un modello di totale libertà, senza essere in grado di gestirlo: questi gli elementi fondamentali che punteggiano la loro relazione e di cui i figli sono muti testimoni, a volte sgomenti, a volte accettanti, perchè - poi - entrambi i genitori, assieme o in momenti separati hanno nei loro confronti slanci di grande affetto.
In seguito all'ennesimo fallimento artistico di Guido e ad un viaggio di evasione in Francia di Serena si giunge ad un momento di rottura.

La coppia si separa e Guido sembra risentirne maggiormente.
Ma il raggiungimento, improvviso quanto inaspettato, di un successo artistico, sembra aprire Giulio verso un periodo di serenità.


I due, tuttavia, non torneranno più a stare insieme stabilmente, ma continueranno  ad vedersi e a frequentarsi, tornando sempre l'uno all'altro, pur avendo altri amori ed altre storie.

Il racconto garbato, a tratti nostalgico di Luchetti, ci mostra che anche un'infanzia travagliata - secondo un luogo comune - può contenere della felicità e può aprire gli orizzonti di un percorso personale di formazione.

Tanto si assorbe dai genitori (e anche nei momenti più difficile c'è del buono che ci arriva da loro): infatti, anche se, all'inizio così non sembra, i figli poi - attraverso inaspettati percorsi riescono a realizzare una sintesi tra un modo personale di essere e di confrontarsi con la vita e quello dei genitori, sviluppando dei propri percorsi di creatività. Come è nel caso del più grande dei due figli (che è il regista da piccolo) che, attraversando questo "felice" marasma trova la vocazione verso la sua passione di cineasta.

Non è detto che un'asettica normalità debba necessariamente produrre dei risultati altrettanto felici. Sono le tempeste emotive che forgiano, non una calma piatta in cui nulla accade e in cui i sentimenti sono soltanto finti e "recitati". E' meglio una felicità "imperfetta" che non una felicità "perfetta", ma vuota e falsa.

 

 

 

Il trailer

 

 


 

 

 

 

Scheda
Titolo originale:    Anni felici
Lingua originale    Italiano
Paese di produzione: Italia
Anno:2013
Durata    100 minuti
Genere: drammatico
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Daniele Luchetti, Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Caterina Venturini
Casa di produzione: Cattleya, Rai Cinema
Interpreti e personaggi
Kim Rossi Stuart: Guido
Micaela Ramazzotti: Serena
Martina Gedeck: Helke
Samuel Garofalo: Dario
Niccolò Calvagna: Paolo
Benedetta Buccellato: Nonna Marcella
Ivan Castiglione: Sergio
Angelique Cavallari: Michelle

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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