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9 ottobre 2015 5 09 /10 /ottobre /2015 05:58
Inside Out. Ecco ciò che accade nella mente dell’11enne Riley: una bella semplificazione del mondo interno e delle sue emozioni
Inside Out. Ecco ciò che accade nella mente dell’11enne Riley: una bella semplificazione del mondo interno e delle sue emozioni
Inside Out. Ecco ciò che accade nella mente dell’11enne Riley: una bella semplificazione del mondo interno e delle sue emozioni
Inside Out. Ecco ciò che accade nella mente dell’11enne Riley: una bella semplificazione del mondo interno e delle sue emozioni
Inside Out. Ecco ciò che accade nella mente dell’11enne Riley: una bella semplificazione del mondo interno e delle sue emozioni
Inside Out. Ecco ciò che accade nella mente dell’11enne Riley: una bella semplificazione del mondo interno e delle sue emozioni

Il lungometraggio Inside Out é una presentazione accessibile del mondo emozionale e del funzionamento mentale nella costruzione delle esperienze, sul ruolo dei ricordi, sulla memoria a breve e a lungo termine e sulle esperienze emozionali correttive, il tutto sia nel funzionamento normale sia nel corso di un evento interiore drammatico, che parrebbe sfociare in un vero e proprio breakdown (con rottura e frammentazione del mondo interno, seguita da una ricostruzione su nuove basi).
Qui, si dà la massima rilevanza alle emozioni, piuttosto che ad altre funzioni psichiche. Sono le emozioni a governare tutto ciò che accade nella nostra mente in corso di formazione e tutto ciò che accade, in termini emozionali, avrà una funzione fondamentale nel plasmare i diversi aspetti della nostra personalità adulta. Questa visione è figlia di alcune correnti di pensiero che si sono sviluppate a partire degli anni Novanta e che hanno dato il massimo rilievo al mondo emozionale, in connessione con le teorie sul “pensare positivo”.
E’ per questo momento che nella “centrale di comando” si trovano ubicate cinque personaggi che rappresentano le quattro emozioni fondamentali e che sono Joy, Sadness, Anger, Fear e Disgust: dalla loro interazione si svilupperanno le esperienze. A capo del gruppetto di personaggi sta ovviamente Joy che cerca di fare in modo che le esperienze che vengono catalogate nella memoria a breve e a lungo termine siano il più possibile positive e luminose. Solo in questo modo, nella visione di Joy, sarà possibile garantire alla piccola Riley uno sviluppo sereno ed equilibrato e la costruzione di un rapporto con il mondo sereno e fondato sulla fiducia.
La stessa Joy, tuttavia, non ha esperienza e non tiene conto del fatto che non è possibile che tutto sia rose e fiori. E Joy cerca di tenere lontana dalla consolle di comando soprattutto la sua antitesi che è Sadness, senza sapere tuttavia che proprio dal contatto con la tristezza (il dolore per i danni fatti, da cui scaturisce il desiderio di porre rimedio) alcune esperienze possono evolversi.

In altri termini, occorre uscire da una sorta di paradiso edenico in cui tutto é bello e buono, scontrarsi con le difficoltà e con le asprezze del mondo per poter “crescere”. E’ quello che Joy, dopo una lunga e complicata avventura, imparerà a sue spese, aiutando Riley un momento di difficoltà.

E’ proprio l’impasto emozionale a garantire un sano e corretto sviluppo, a creare le premesse di una base sicura dalla quale organizzare proprio contatto con il mondo e a organizzare in modo fecondo il contatto cognitivo con la realtà.

In questo senso, il film non è lieto come lo sono in genere tutti i cartoni animati, fondati il più delle volte sulla scissione e sulla idealizzazione: qui irrompe come forza plasmante la depressione (nel senzo kleiniano del termine): per star meglio e superare certi scogli dell’esistenza, passando da una condizione di onnipotenza in cui si vuole avere tutto il buono ad una posizione in cui si accettano i limiti e ci si può confrontare con il dolore, considerando questo come parte fondamentale della nostra esperienza quotidiana.

Il film si fonda ovviamente solo su una delle tante teorie della mente, quella che sviluppatasi in anni di recente dà la preminenza nello sviluppo e nella nostra vita interiore e di relazione al la cosiddetta "Intelligenza Emotiva", fondata sulle teorie (un approccio cogniitivo costruttivista, più che un insieme di teorie) sviluppate da Daniel Goleman nei suoi due volumi, Intelligenza Emotiva. Cos'è e come può renderci felici (Rizzoli, 1994) e il successivo "Intelligenza Emotiva" (Rizzoli, 1997)con "Il cervello emozionale" a cui hanno fatto seguito un'enorme quantità di saggi sulle "molecole di emozioni", sulla "chimica delle emozioni" (e così via), sul controllo emozionale e manuali di auto-apprendimento per il controllo e/o liberazione delle emozioni sepolte dentro di noi, con l'apertura di un trend che si spinge sino ai nostri giorni, sino alla divulgazione per i più piccini, come è nel caso di questo cartoon della Pixar che mostra quanto la lezione sulle emozioni e sulle rispettive "emoticone" sia stata digerita e metabolizzata. 

Ma c'è anche da dire che il pubblico anglofono è ben più assuefatto di quello nostrano ai temi relativi alle emozioni nell'infanzia: cosa di cui dà testimonianza ilprofluvio di libri per l'infanzia centrati appunto sulle dimensioni emozionali dei personaggi, sulla loro forza iconica nell'espressività emozionale, mentre da noi - forse per atavico condizionamento culturale viene tuttora dato ampio primato al controllo razionale ed intellettuale (come traspare chiaramente anche dai percorsi educativi e psico-pedagogici per i più piccini).

Nel film, tuttavia, vi è è anche spazio per altri teorie della mente che riguardano gli aspetti più meramente neuroscientifici (come, ad esempio, l'excursus sulle modalità di funzionamento della Memoria e sulla sua suddicisione in "scomparti" e più propriamente psicodinamici, come ad esempio la suddivisione del funzionamento della mente per livelli di progressiva maggiore profondità, con una dimensione inconscia della mente che si spinge sino ad avere scomparti dove vanno ad accumularsi i frammenti di memoria che andrano persi per sempre, per via di successivi re-styling del contenuto conscio della mente.

Insomma, in questa carrellata, tutti gli interessi culturali e scientifici possono essere soddisfatti e nessuno potrà essere accusato di importanti omissioni, anche se il primato di tutto va alle emozioni che sono dislocati in una minima componente della mente che del funzionamento dell'intero cervello rappresentya la vera "centrale di comando".

Inside Out è un film interessante e lucido, ma anche divertente (con tristezza).

 

 

Il Trailer

La scheda del film

Regista: Pete Docter.
Interpreti (voci):Mindy Kaling, Bill Hader, Amy Poehler, Phyllis Smith, Lewis Black. «continua Kaitlyn Dias, Diane Lane, Kyle MacLachlan;
Titolo originale: Inside Out.
Genere: Animazione.
Ratings: Kids. Durata 94 min.
Origine: USA 2015. - Walt Disney/Pixar

Per un ulteriore approfondimento ecco la recensione pubblicata su www.mymovies.it/

(Marzia Gandolfi) Riley ha undici anni e una vita felice. Divisa tra l'amica del cuore e due genitori adorabili cresce insieme alle sue emozioni che, accomodate in un attrezzatissimo quartier generale, la consigliano, la incoraggiano, la contengono, la spazientiscono, la intristiscono, la infastidiscono. Dentro la sua testa e dietro ai pulsanti della console emozionale governa Joy, sempre positiva e intraprendente, si spazientisce Anger, sempre pronto alla rissa, si turba Fear, sempre impaurito e impedito, si immalinconisce Sadness, sempre triste e sfiduciata, arriccia il naso Disgust, sempre disgustata e svogliata. Trasferiti dal Minnesota a San Francisco, Riley e genitori provano ad adattarsi alla nuova vita. Il debutto a scuola e il camion del trasloco perduto nel Texas, mettono però a dura prova le loro emozioni. A peggiorare le cose ci pensano Sadness e Joy, la prima ostinata a partecipare ai cambiamenti emotivi di Riley, la seconda risoluta a garantire alla bambina un'imperturbabile felicità. Ma la vita non è mai così semplice. Il segreto della Pixar non risiede nell'abilità tecnica, sempre raggiungibile o perfezionabile, ma nella forza drammatica delle loro storie. Storie che non abdicano mai l'originalità narrativa. Prima un bel soggetto, a seguire la scelta grafica, sempre coerente con quella narrativa che tende a semplificare la superficie e mai la sostanza. La bellezza delle loro sceneggiature è costituita poi dai risvolti teorici, che dopo aver esplorato il mondo oggettuale e indagato i sogni delle cose, reificano le emozioni umane, in altre parole prendono per concreto l'astratto. Inside Out visualizza ed elegge a protagonisti della vicenda la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto, emozioni che guidano le decisioni e sono alla base dell'interazione sociale di Riley, che a undici anni deve affrontare sfide e cambiamenti. Se Up svolgeva l'avventura di fuori, Inside Out la sviluppa di dentro, attraversando in compagnia di Joy e Sadness la memoria, il subconscio, il pensiero astratto e la produzione onirica di una bambina che sta imparando a compensare la propria emotività e ad assestarsi in una città altra. Diretto da Pete Docter, Inside Out impersona le voci di dentro con un radicalismo che impressiona e commuove. Con Inside Out Docter installa di nuovo l'immaginario al comando e ingaggia cinque creature brillanti per animare un racconto di formazione che mette in relazione emozioni e coscienza. Perché senza il sentimento di un'emozione non c'è apprendimento. Dopo la senilità e l'intenso riassunto con cui apre Up, che ha la grazia e la crudeltà della vita, Docter lavora di rovescio sulla fanciullezza, tuffandosi nella testa di una bambina, organizzando la sua esperienza infantile intorno a centri di interesse (la famiglia, l'amicizia, l'hockey, etc) e accendendola con flussi di pensieri sferici che hanno tutti i colori delle emozioni. E a introdurre Riley sono proprio le sue emozioni che agitandosi tra conscio e inconscio sviluppano le sue competenze e la equipaggiano per condurla a uno stadio successivo dell'esistenza. Nel cammino alcuni ricordi resistono irriducibili, altri svaniscono risucchiati da un'aspirapolvere solerte nel fare il cambio delle stagioni della vita e spazio al nuovo. A un passo dalla pubertà e resistente dentro un'infanzia gioiosa, che Joy custodisce risolutamente e Sadness assedia timidamente, Riley passa dal semplice al complesso, dal noto all'ignoto. Nel processo 'incontra' e congeda Bing Bong, amico immaginario che piange caramelle e sogna di condurla sulla Luna. Creatura fantastica generata dalla fantasia di una bambina, Bing Bong, gatto, elefante e delfino insieme, è destinato a diventare uno dei personaggi leggendari della Pixar Animation, rivelando un'anima segreta, la traccia di un sentimento e l'irripetibilità del suo essere minacciato dalla scoperta di una data di scadenza. Rosa e soffice come zucchero filato, guiderà Joy e Sadness dentro i sogni e gli incubi di Riley, scivolando nell'oblio per 'fare grande' la sua compagna di giochi. I personaggi, realizzati con tratti essenziali che permettono di coglierne la natura profonda (rotonda, esile, spigolosa), emergono l'aspetto intangibile del processo conoscitivo dentro un film perfettamente riuscito, che ricrea la complessità e la varietà dell'animazione senza infilare scorciatoie tecniche o narrative. Dentro e fuori Riley partecipiamo alle vocalizzazioni affettive indotte da Joy e Sadness che, finalmente congiunte, la invitano a comunicare la tristezza. Perché la tristezza, quando è blu e piena come Sadness, è necessaria al superamento dell'ostacolo e alla costruzione di sé. Impossibile resistere all'espressività emozionale delle emozioni primarie di Docter che privilegia anziani e bambini, gli unici a possedere una via di fuga verso il fantastico. Gli unici a volare via coi palloncini e ad avere nella testa una macchina dei sogni.

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11 settembre 2015 5 11 /09 /settembre /2015 09:24
I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel

Il 7 settembre 2015, rimarrà per noi e per Gabriel una data storica.

Non solo perchè Gabriel ha ripreso a frequentare la nursery DOReMi (e questa volta a pieno regime), ma perchè siamo andati per la prima volta tutti assieme a vedere un film in una sala cinematografica.

Incoraggiati dal fatto che a casa eravamo riusciti a guardare un film in DVD dall'inizio alla fine diverse volte, con una sua piena attenzione e in assenza di eccessivi segni di noia, abbiamo voluto tentare la sorte.

E siao andati a vedere "The Minions", in proiezione nelle sale cinematografiche dal 27 agosto.

Dopo un inizio tentennante, a causa dell'impatto sonoro dell'inevitabile pubblicità e dei provini dei film coming soon, tra cui lo "scary" Everest, tratto dalla storia vera scritta dal giornalista Jon Kracauer ("Aria Sottile"), imagini e musica hanno captato l'attenzione di Gabriel che ha diviso il tempo del film, un po' seduto in grembo di uno di noi, a turno, un po' stando in piedi vcino alla poltrona.Ma è andata!

Certo, rispetto ai film che abbiamo visto sinora in DVD, la storia di Minions è un tantino più complessa e, ovviamente, Gabriel non ha potuto coglierla in tutta la sua interezza, ma ha sicuramente gioito di immagini, suoni, colori.

Ma chi sono i Minion?

Sono degli esseri unicellulari, che hanno una forma bananiforme o di pinolo, gialli, alcuni monocoli e con strani occhialoni da motociclista.
Sono stati creati graficamente da Ken Daurio e Cinco Paul.

Sono da sempre (dai primordi del mondo) abituati a servire degli esseri più grandi e, ilpiù delle volte, spaventosi e cattivi, ma con i loro interventi che vogliono essere cooperativi, finiscono per provocare sistematicamente, la loro estinzione.

In queste vicissitudini, si ritirano a vivere in una caverna di ghiaccio, dove però sono soli senza "cattivi" da accudire e da serivire, e qui vivono per secoli e forse per millenni, fino a che - rendendosi conto che stanno per perdere ogni energia, tre di loro più ardimentosi (Kevin, Stuart e Bob) decidono di andare ad esplorare il vasto mondo fuori dalla caverna, tentando l'avventura e con lo scopo precipuo di trovare un nuovo padrone.

Finiscono così nel bel mezzo della convention dei "cattivissimi" a Orlando (Florida) e qui si trovano ad essere eletti seguaci della super-cattiva Scarlet Overkill, che li porta con sè - come suoi "scagnozzi" - perchè l'aiutino a realizzare il suo progetto di rubare la corona della Regina Elisabetta e a far diventare la stessa Scarlet Regina d'Inghilterra.Qui, per le vie di Londra, l'azione dei tre piccoli pinoli (o banane) gialli si fa rutilante, con una fantasmagorica citazione di luoghi, di situazioni e di momenti topici di altri film d'azione. Nel frattempo, presi dalla nostalgia, tutti gli altri Minion escono dallacaverna dfi ghiaccio ed intraprendono a loro volta il viaggio per ricongiungersi ai tre intrepidi esploratori. Riusciranno nel loro intento con un'aggiunta di altre rocambelesche situazioni.

Ma c'è poco da fare, i Minion continuano a provocare la fine di coloro che hanno deciso di "servire" e proteggere: ed è la loro fine fisica (con conseguente estinzione della specie) oppure la trasformazione dei super-cattivi in bonarie macchiette, come è nel caso del super-cattivo di cui diventano seguaci alla fine del film del film e che altri non è che il personaggio principale di "Cattivissimo Me". E, appunto per questo, Minions è - per dirla nel linguaggio tecnico - uno spin-off/prequel di quel film e poi anche del suo seguito e cioé Cattivissimo Me 2

Splendide le citazioni (Lacelebre copertina dell'album Abbey Road dei Beatles, Godzilla (quando uno dei tre si ingigantisce a dismisura), ma anche i tributi musicali, di cui è infiorata - a beneficio dello spettatore che guardi in profondità - la colonna sonora sino ai titoli di coda che riservano pure delle sorprese..

Un cast d'eccezione per le voci. Rimarchevole il doppiaggio di Scarlet, affidato alla nostra Luciana Littizzetto.

I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel
I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel
I Minions: sempre alla ricerca instancabile di super-cattivi da servire. La prima volta al cinema di Gabriel

Scheda film.

Un film di Pierre Coffin e Kyle Balda.

Interpreti principali: Sandra Bullock, Jon Hamm, Michael Keaton, Allison Janney, Steve Coogan.

Titolo originale Minions.

Genere: Animazione

Ratings: Kids

Durata 91 min.

Origine:USA 2015 (Universal Pictures)

(www.mymovies.it) I Minion vengono da lontano. Non sono nati nel laboratorio sotterraneo di Gru: la loro è una popolazione antica, che ha conosciuto la preistoria e l'Egitto dei Faraoni, perennemente mossa dalla ricerca di un super cattivo da servire.

Dal T-Rex a Napoleone, da Dracula allo Yeti, i piccoletti gialli hanno visto i loro padroni ideali uscire man mano dalla Storia, al punto da ammalarsi di collettiva depressione (una scena che merita). Finché un giorno, uno di loro, il minion Kevin, ha deciso di abbandonare la grotta polare del ritiro forzato e di avventurarsi fino in Florida, dove i più cattivi di tutto il mondo si trovano riuniti in convention. Di qui, lui, Stuart e Bob, voleranno poi nella swingin' London, al seguito della terribile Scarlett Sterminator, per rubare niente meno che la corona d'Inghilterra. La squadra franco-americana che ha inaugurato con Cattivissimo Me questa fortunata serie di film ha colto nel segno nel momento in cui ha immaginato un personaggio (Gru, in quel caso, ma anche gli stessi Minion) con un'ambizione smisurata per il malaffare e un cuore limpido come quello di un bambino. In questa meravigliosa contraddizione, mai sollevata a livello esplicito ma certamente cuore della faccenda comica, c'è tutta la forza e la verità di queste fortunate animazioni. Chi, infatti, non ha mai provato maggior simpatia e interesse per i cattivi del cinema anziché per il cosiddetto eroe di turno?

I cattivi hanno sogni più colorati, (dis)avventure più rocambolesche, esistenze -insomma- molto più divertenti.

Minions , che all'anagrafe è il terzo film ma biograficamente può dirsi un prequel dell'originale, porta appunto volontariamente all'esagerazione il divertimento promesso, articolandolo in quantità e virtuosismo (il viaggio dei tre protagonisti è quasi uno spin-off nello spin-off).

Non manca per questo la qualità, a partire da quella della colonna sonora, decisamente sorprendente nel contesto cartoon (dai Doors a Jimi Hendrix, e poi Beatles, Who, Kinks, Stones, Donovan con l'azzeccatissima "Mellow yellow").

Ma nel film di Pierre Coffin e Kyle Balda, tante sono anche le citazioni cinematografiche, interne alla "trilogia" stessa (noi non riveliamo nulla, ma voi guardate in zona raggio congelante) e non solo (a Stuart è affidato il momento Ritorno al futuro, a Bob quella da Grande Dittatore e su tutta la parte britannica aleggia un'atmosfera bondiana). Ai meno esigenti sarebbe probabilmente bastato l'impatto visivo dei micropersonaggi tutta-testa e dell'ambientazione d'epoca, il loro caos slapstick, l'irresistibile fonetica, ma il fatto che il film abbia una storia che regge è cosa gradita e ne fa un terzo capitolo a tutti gli effetti, non solo una divagazione estiva.

Manca però quella tenerezza che aveva fatto tremare all'unisono gli schermi e i cuori mentre Gru dava la buonanotte a Margo, Agnes e Edith.

Per quanto in tre, nanerottoli e simpatici, Kevin, Stuart e Bob non possono competere con le sorelline adottate. Né, per dirla tutta, sembrano destinati a scalzare i colleghi e a guadagnare la prima linea com'è successo ai Pinguini di Madagascar.

Per loro fortuna sembrano non curarsene e pensare soltanto: "... banana!"

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25 luglio 2015 6 25 /07 /luglio /2015 05:16
Marcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinemaMarcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinemaMarcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinema
Marcellino Pane e Vino. Forse il mio primo film al cinema

Marcellino Pane e Vino (diretto dall'ungherese Ladislao Vajda), uscì nel 1955 nelle sale cinematografiche.

Ricordo che allora non avevamo ancora la TV (i primi apparecchi televisivi avrebbero avuto una diffusione di massa più tardi in occasione dei Giochi Olimpici di Roma nel 1960).

Di tanto in tanto la mamma o il papà ci portavano al cinema: e questo era dunque l'unico approccio possibile con la cinematografia.

Forse, considerando l'anno di uscita, Marcellino Pane e Vino fu il mio primo film: per così dire il mio battesimo del fuoco cinematografico..

Mi ci accompagnò la mamma: non ricordo se quella volta ci fosse anche mio fratello e nemmeno se ci fossero altre adulti e miei coetanei.

Dal film fui molto colpito, tanto che ancora oggi quando ne rivedo alcune scene topiche ora da adulto, piango tuttora come un vitello. 

Le emozioni di allora furono facilitate, allora, probabilmente da una totale identificazione con il protagonista della storia: pablito Calvo all'epoca in cui venne scelto come attore-protagonista, aveva 6 anni, esattamente gli anni che avevo io quando fui portato al cinema. E anche adesso, nel vedere le sequenze topiche del film, devo dire che mi sembra di vedere me stesso bambino: un film a grande impatto, dunque.

Ma non ricordo che tornati a casa dopo il film con la mamma ci siamo soffermati a parlare di emozioni o comunque di qualcosa che vi fosse in qualche misura correlato (ma quando ero piccoli, i discorsi sulle emozioni non erano quasi mai percorsi).

Le emozioni scaturiscono (a rivedere le sue scene ancora fresche a distanza di oltre 60 anni) dal fatto che la storia è raccontata in toni lievi, senza mai calcare la mano su eventi sovrannaturali, e anzi con un certo piglio realista.
Una narrazione scarna ed essenziale, arricchita (e non depauperatoa) dall'uso del bianconero che rende più profondi ed intensi gli aspetti della vicenda metaforici ed allegorici (come il numero quasi magico dei dodici fraticelli del convento che adottano il bambino esposto, cui viene dato in battesimo il nome di "Marcellino" perché è stato trovato proprio nel giorno dedicato a San Marcellino).
Dopo aver visto il film, la mamma mi regalò anche il libro da cui il film era stato tratto.

(da Wikipedia) Marcellino pane e vino (Marcelino pan y vino) è un film del 1955 diretto da Ladislao Vajda, presentato in concorso all'8º Festival di Cannes.
Il protagonista del film, Pablito Calvo, all'epoca aveva solo sei anni.
Nel 1958 il protagonista del film Pablito Calvo recitò in un film con Totò che sin dal titolo richiamava al film spagnolo (Totò e Marcellino, diretto da Antonio Musu).
Al protagonista del film è dedicata la canzone omonima che sarà interpretata negli anni della sua maggiore fama da Gigliola Cinquetti, memore, come lei stessa disse, delle emozioni che il film le procurò quando, bambina di otto, nove anni, lo vide per la prima volta.
Nel 2011, l'album che contiene tale canzone, Gigliola per i più piccini, è stato ripubblicato in formato CD da Warner Music Italia per l'etichetta Rhino Records (EAN 5052498572953).

Il film è tratto dal romanzo di José María Sánchez Silva "Marcelino Pan Y Vino".

Nel giorno di San Marcellino, in Spagna, un frate francescano si reca in paese per andare a visitare una bambina gravemente malata, mentre tutto il paese sta salendo la collina per andare al convento sulla tomba di San Marcellino; il frate inizia a raccontare la storia del convento e di Marcellino. Finita la sanguinosa guerra combattuta tra francesi e spagnoli, tre frati francescani chiedono al sindaco, Don Emilio, di poter riassestare il vecchio castello per riadattarlo a convento; il sindaco dà il consenso e tutta la popolazione aiuta i tre frati nell'intento. Dopo poco tempo il convento è costruito ed inaugurato.
Una mattina però, il frate portinaio trova alla porta un cestino con dentro un neonato che piange, poiché ha fame e sete; i frati lo battezzano e gli danno il nome di Marcellino, poiché è il giorno di San Marcellino. I frati vorrebbero affidarlo a qualche famiglia, ma nessuno è in grado di mantenere un altro figlio, viste le condizioni di miseria in cui viveva la popolazione spagnola. Marcellino diventa un bambino di cinque anni robusto e forte e tratta tutti e dodici i frati come dodici padri, ma sente molto la mancanza di una figura materna, infatti fa ai frati molte domande sulle mamme.
Portato da un fraticello alla fiera paesana, distrugge la fiera; così il nuovo sindaco, da sempre contrario all'opera di bene fatta da Don Emilio, emette uno sfratto ai danni dei frati. Un giorno Marcellino, disubbidendo a frate Tommaso (chiamato da Marcellino "Fra Pappina"), trova un crocifisso, vedendo che è molto magro immagina che abbia fame e decide di portargli da mangiare e da bere: il crocifisso si anima per ricevere il pasto offerto e gli rivolge anche la parola; avendo trovato nella fretta solo pane e vino, lo dà a Gesù, che lo soprannomina Marcellino Pane e Vino.
Pochi giorni prima dello sfratto Marcellino va a parlare con Gesù delle mamme, ed esprime il desiderio di vedere la sua mamma e dopo anche la Madonna, al che Gesù fa morire Marcellino e lo manda in cielo a conoscere i genitori. Frate Tommaso che aveva visto il miracolo chiama tutti i frati al cospetto del Signore a vedere Gesù che scende dalla croce per far morire (resuscitare) Marcellino per poi risalirvi.
Tutta la gente del paese corre a vedere il miracolo e ogni anno la popolazione si reca sulla tomba di Marcellino Pane e Vino in segno di rispetto.

Alcune sequenze tratte da "marcellino Pane e Vino", con la canzone di Gigliola Cinquetti

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5 luglio 2015 7 05 /07 /luglio /2015 21:11
Recitare il porno. Clarissa Smith spiega perchè le performanti del porno debbano considerarsi delle "attrici"

(Maurizio Crispi) Il breve saggio di Clarissa SmithRecitare il porno. Il sesso e il corpo performante (Mimesis Cinema, collana Minima, 2013) contenuto in questo volume è stato già pubblicato con il titolo "Reel Intercourse", nel volume - fondamentale - curato da da E. Biasin, G. Maina, F. Zecca, Il Porno espanso.Dal cinema ai nuovi media, Mimesis, 2011.

In questo volumetto di solo poche decine di pagine, il saggio originale vede la luce in traduzione italiana.
L'autrice si interroga su cosa significa nella cinematografia porno la "recitazione", in altri termini si chiede se soprattutto le figuranti donne vanno considerati alla stessa tregua di "attrici" impegnate in una recitazione o semplicemente delle "performanti", ciascuna delle quali presenta delle propie peculiarità ed un proprio stile inconfondibile.
Una domanda interessante e che implica, nel percorso che potrà consentire di dare una risposta, l'esame specifico delle sequenze filmiche, allo scopo di individuare categorie e caratteristiche.
Al quesito posto dall'autrice non si può dare una risposta teorica: soltanto accumulando dati ed osservazioni di tipo antropologico e comportamentale di alcune specifiche performer si potranno raccogliere delle evidenze sufficienti ad elaborare una teoria.

A questo scopo, l'autrice si è concentrate su due porno star con caratteristiche abbastanza dissimili l'una dall'altra, rispettivamente Eva Angelina e Allie Sin, sviluppando la tesi secondo cui "...la perfomance di un attore porno può essere qualcosa di più del semplice 'trovarsi lì' a fare sesso ed essere ripreso" (ib., p. 8).
In questo senso, il volumetto della Smith sfata decisamente alcuni luoghi comuni (e i relativi pregiudizi) secondo cui i corpi delle pornostar siano soltanto carne da penetrare, da categorizzare o, al limite, da salvare.
E le conclusioni della Smith sono in linea, del resto, con quelle di altri studiosi nel campo, secondo cui il porno nella sua recente evoluzione tende verso una sempre maggiore spettacolarizzazione delle perfomance sessuali (riprese dalla telecamera o dal vivo) che richiedono per essere messe in scena abilità specifica, allenamento, resistenza e presenza di scena, tutte quelle qualità che si richiedono insomma a personaggio dello spettacolo e dello sport, unitamente alla precisa consapevolezza di sè, a presenza di scena e meticoloso studio delle sequenze performative.
E, ovviamente, ne consegue che ciascun perfomante travasa nella sua presenza scenica le sue specifiche caratteristiche ed il proprio "carattere" dando vita ad una perfomance unica ed irripetibile, come appunto mostra la Smith, mettendo a confronto le due porno-attrici oggetto della sua indagine.
E ciò è in linea con quanto ha dichiarato in una delle molte interviste rese ai media la nostrana Valentina Nappi, quando ha detto che per essere una porno-attrice di buon livello e per costruire un proprio stile personale, occorre molta applicazione, molto esercizio allo scopo di essere sempre più brave nell'arte del "sesso messo in scena", rappresentato e, in definitiva, recitato.
E badiamo bene che queste due attrici-perfomanti, selzionate ai fini del suo studio dalla Smith, appartengono - come la nostra Valentina Nappi - ad una generazione di frequentatori del porno del tutto nuova: quella in cui il porno non viene più realizzato per spettatori-voyeur che occhieggiano dal buco della serratura, per così dire, ma per cultori della sessualità spinta che traggono spunto da ciò che vedono rappresentano nello schermo del propio PC o nel display di uno smart-phone e che sono pronti ad entrare in azione a loro volta, riproducendo - se possibile - ciò che hanno appena visto.
In questa recente rivisitazione del porno le categorie di esibiziosta e voyeur tendono a scomparire e a farsi labili

(Dalla quarta di copertina) Cosa s’intende con il termine “recitare” quando si parla di pornografia? Le attrici (e gli attori) porno recitano? La concezione del porno come mera documentazione del sesso ha da sempre fugato ogni possibile dubbio al riguardo. Questo volume, piuttosto che limitarsi a considerare il sesso hardcore alla stregua di una proprietà “inerte” del processo filmico (o, viceversa, condannarlo come una forma di violenza), sceglie di esaminare la scena sessuale nelle sue caratteristiche performative. Per dimostrare che, nel porno, un attore (e, a maggior ragione, un’attrice) in realtà compie un lavoro molto più complesso di quanto non siamo portati a credere.

Clarissa Smith, University of Sunderland(Nota sull'autrice) Clarissa Smith è Senior Lecturer presso il Centre for Research in Media and Cultural Studies dell’University of Sunderland. Coordinatrice del progetto Porn Research, e membro del network di ricerca Onscenity, è autrice di numerosi articoli dedicati a pornografia e sessualità in riviste e volumi collettanei. Tra le sue pubblicazioni, One for the Girls! The Pleasures and Practices of Reading Women’s Porn (Intellect, 2007).

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15 giugno 2015 1 15 /06 /giugno /2015 23:30
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza

(Maurizio Crispi) Youth. La giovinezza, ultima fatica di Paolo Sorrentino (2015, nomination "Palma d'Oro", al festival di Cannes 2015) ci trasporta nel mondo della senilità in cui tuttavia gli opposti in qualche misura collidono.
La vecchiaia porta alcune persone, particolarmente dotate a vivere vieppiù nella loro giovinezza che è fatto di ricordi apparteneti al passato ma che può anche arricchirsi di nuove esperienze nel presente.

Siamo in un lussuoso resort climatico a Davos, in Svizzera: un luogo per ricconi e per agiati pensionati che vengono qui di anno in anno per rilassarsi, per fare bagli termali, per sottoporsi a check-out clinici completi e approfonditi, per svagarsi grazie a serate in cui sono programmati spettacoli diversi ed interessanti, per godere dell'ottima e raffinata cucina.

Qui, interagiscono alcuni personaggi, l'ottantenne Fred Ballinger, musicista, direttore d'orchestra e compositore di grande valore, la cui fama "popolare" è legata soprattutto alle sue "Canzoni semplici" e oggi in pensione e deciso a rimanere in questa condizione di "pensionato dello spirito", il coetaneo Mick Boyle un regista hollywoodiano che lavora con il suo staff di creativi alla sceneggiatura di quello che sarà il suo prossimo ed ultimo film ("L'ultimo giorno della mia vita"), che per lui dovrà essere un vero e proprio canto del cigno ed un testamento spirituale, Jimmy Tree un attore quarantenne che vive un singolare ritiro per mettere a punto i dettagli di una parte che gli è stata affidata in un film di imminente realizzazione e per calarsi meglio nel personaggio che dovrà interpretare.

E, naturalmente, attorno a questi due tre personaggi-chiave ruota una miriade di altri che, in un modo o nell'altro, ai tre vengono a legarsi, a volte anche solo come oggetti della loro osservazione disincantata, ironica, a volte tragica oppure come veicoli di rappresentazione allegorica di aspetti dell'esistenza.

I due meditano sulla vecchiaia, sul senso della loro amicizia cinquantennale. E sono, tra l'altro, legati da un vincolo di parentela acquisita, visto che Julian, figlio del cineasta, ha sposato Lena, figlia del musicista, con la complicazione di una rottura del matrimonio tra i due, scoppiata all'improvviso come un temporale a ciel sereno: ma le tempeste emozionali sono terreno fertile per il cambiamento e stimolano una riflessione coraggiosa sui temi portanti della propria vita. E le loro conversazioni oscillano di continuo tra le miserie della vecchiaia (epitomizzate nelle gocce di pipì che ciascuno di loro riesce a spillare faticosamente ogni giorno) e la nobiltà dei loro creazioni artistiche del passato (Ballinger) o degli sforzi nel presente di dare vita ad una grande opera (Boyle).

Parlano, passeggiano, si confessano reciprocamente piccoli segreti e dichiarano le loro riflessioni sul mondo, dicendo dei loro sogni e dei loro turbamenti.

Il tutto avviene in un montaggio frammentario ed onirico, in cui alla lentezza infinita della vita quotidiana infarcita di momenti rituali e "curativi", di conversazioni vacue o profonde, di rievocazioni, si contrappongono improvvise velocizzazioni e caleidoscopici, rutilanti, inserti, sprazzi d'una percezione che si rifà vivace e acuta o dell'emergere di inquietudini interiori.

Il distacco dal mondo, realizzato nel lussuoso hotel, che, atratti, sembra assumere i connotati di un universo concentrazionario ed omologante (con un'apparenza di "dorata prigione"), viene turbato dal fatto che un emissario della regina d'Inghilterra, Elisabetta, raggiunge Ballinger nel suo isolamento volontario per rappresentargli la volontà della Regina che, in occasione del compleanno del consorte Filippo, Duca di Edimburgo, Ballinger torni a dirigere a Buckingham Palace un'orchestra e un famoso soprano per mettere in scena proprio il repertorio delle sue "Canzoni Semplici".

Ballinger, dopo molti ed intransigenti rifiuti, finisce per accettare, una volta che riesce a dissipare i "motivi personali" che lo spingerebbero a non tornare a dirigere, specie per mettere in scena le "canzoni semplici": e dietro di essi si nasconde una tragica verità.

Vi è una lunga - a volte estenuante - riflessione sulla vecchiaia e sui limiti che un corpo vecchio ed imbruttito impone allo spirito, nel confronto con corpi giovani e sinuosi, o conmenti flessibili e ancora non nel pieno della loro potenzialità creativa: a questo riguardo, è emblematica la condizione di quello che un tempo fu un grande sportivo, ora ospite in incognito del Centro termale, che - con grande fatica e mentre non è visto da nessuno - si lancia in una sperimentazioni di virtuosismi con una pallina da tennis, rivelando che un tempo dietro la massiccia obesità e il grottesco ventre rigonfio a dismisura, si nasconde il grande calciatore di un tempo (non saprei: ma questo personaggio mi ha fatto pensare a Diego Armando Maradona: e, in effetti, vuole essere un rimando proprio a lui, benchè si tratti solo di un sosia!).

Irriconoscibile, obeso, costretto a camminare con un bastone, compare di tanto in tanto in momenti che sono vere e proprie chicche talvolta addirittura comiche. A un certo punto si rivolge a un bambino che suona il violino con la mano sinistra dicendogli: "Anche io sono mancino".
Il commento del suo dirimpettaio è: "Ma, cavolo, tutto il mondo sa che siete mancino...!". 
Sorrentino, da sempre innamorato calcisticamente di Maradona, leader del suo Napoli che ha vinto tutto nell'era Ferlaino, dopo avergli dedicato l'Oscar, lo ha voluto omaggiare in "Youth" e non poteva perdere l'occasione per farlo esibire in un palleggio: l'ex campione, in boxer, enorme, obeso, che si regge a malapena in piedi, si esibisce con una palla da tennis.

Nell'atmosfera rarefatta che si respira nel Centro termale si intravede l'estraniamento dal mondo de "La Montagna incantata" di Thomas Mann (non è un caso che lo Schatzalp Hotel di Davos sia lo stesso citato da Mann nel suo romanzo) , in cui il rifugio di cura viene rappresentato come una sorta di limbo in cui si è confinati, rispetto al mondo e dove tutto rimane come sospeso: un isolamento che, per un tragico paradosso, è in realtà volontario e autoinflitto, in sostanza un'autoreclusione.

Ma, nella storia, c'è anche il potere vivificante della "giovinezza" come "ricordo" che si allontana nel passato sempre più distante e irraggiungibile, ma che talvolta sdi manifesta nella freschezza di una risata, in un improvviso guizzo ironico o nella battuta salace che è la giovinezza ancora presente in un corpo vecchio e stanco.

E, sopratutto, vi si ritrova il potere altrettanto rigenerante - e direi anche trasfigurante - dell'arte e della bellezza, quando si entra di nuovo nello stato d'animo in cui si può tornare a ripetere per la gioia degli altri un atto creativo che vivifica gli altri astanti, ma che, abbattendo straficazioni di cinismo, di indifferenza, di barriere contro il dolore, torna a vivificare e ad accendere l'animo dell'artista che un tempo ha creato e che adesso si è messo - per così dire - in pensione.

L'idea è che anche nel percorso di senescenza si possano attivare dei percorsi formativi e trasformativi e che la vitalità possa rimettersi in moto sulla base di riaccensioni emozionali e sanamente narcisistiche, oppure con la rimozione di blocchi che hanno portato ad una forma di auto-mortificazione dello spirito.

Il giovane attore Jimmy Tree, come anche la figlia di Ballinger Lena, sono i rappresentanti della giovinezza perduta, ma anche i testimoni della capacità creativa della generazione che li ha preceduti oltre che la ragione di essere di padri e madri che si sono impegnati, in passato, in un gesto creativo.

L'espressività artistica rimane sempre come un bagaglio universale e è un dovere morale poterla perpetuare e soprattutto rappresentare: l'artista, qualunque sia la modalità artistica che egli predilige, ha bisogno di un suo pubblico per dare vigore e vitalità alle proprie opere.

Non si possono non apprezzare un grandissimo Michael Caine nei panni di Ballinger e un altrettanto grande Harvey Keitel (Mick Boyle), ma anche l'interpretazione di Paul Dano, nei panni dell'attore "trasformista" che per interpretare un personaggio deve perdere se stesso, salvo al limite a rifiutarsi di essere altro da sé: non recitare più per tornare ad essere se stesso. Per non parlare della parte cameo di Jane Fonda nei panni dell'attrice di successo Brenda Morel.
Efficace, evocativa, pertinente, a tratti emozionante la colonna sonora, curata da David Lang, che - per tutta la durata del film accompagna lo spettatore/lettore in un'ampia gamma di cromatismi emozionali che oscillano dai tributi alla moderna musica pop alle forme eccelse, per quanto esplorative, di classicità.

 

Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza
Youth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenzaYouth. La giovinezza. Sorrentino è riuscito a costruire una rappresentazione magistrale del potere vivificante dell'arte nell'altalena tra il passato lontano e un presente di decadenza

Le riprese di Youth. La giovinezza sono avvenute nel 2014 principalmente a Flims e Davos in Svizzera, con alcune scene girate in Italia (Roma e Venezia) e Regno Unito (Londra).

A dicembre, mentre era in corso il montaggio, il teaser è stato mostrato in anteprima alle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento.

Lo Schatzalp Hotel di Davos è lo stesso citato da Thomas Mann nell'opera La montagna incantata.[4]
Il film è prodotto da Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori e co-prodotto da Indigo Film, Pathé, Bis Films, RSI, C-Film, Number 9 Films e Medusa Film.
L'uscita del film nelle sale cinematografiche è stata fissata per il 20 maggio 2015, a due anni esatti dall'uscita del precedente film di Sorrentino, La grande bellezza.
Youth. La giovinezza è il secondo film girato da Sorrentino direttamente in Inglese, dopo This must be the Place.

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10 aprile 2015 5 10 /04 /aprile /2015 17:05
Gesù é morto per i peccati degli altri. Dopo il Festival dei Popoli, in programmazione nelle sale cinematografiche: sette storie di vita e di prostituzione tra omosessualità e religione

Gesù è morto per i peccati degli altri, con il sottotitolo "Sette storie di prostituzione tra omosessualità e religione" (Italia, 2014) è un coraggioso lungometraggio (84') realizzato dalla cineasta Maria Arena che documenta un viaggio profondo nell'umanità e nella spiritualità di un gruppo di trans siciliani che vivono nell'antico quartiere catanese di San Berillo, oggi profondamente degradato, e della loro quotidiana battaglia di dignità. Un'opera coraggiosa, dura ed intensa che ha avuto un lungo periodo di gestazione, durato ben cinque anni. 
Presentato al Festival dei Popoli di Firenze lo scorso dicembre, nel concorso Panorama (3 dicembre), è in questi giorni andato in proiezione nelle sale cinematografiche.
La mia corrispondente Elena Cifali lo ha visto visto, emozionandosi, e ne ha scritto nel suo neo-nato blog.
Qui di seguito il suo commento, ed altri link utili per ulteriori approfondimenti.

Gesù è morto per i peccati degli altri: eh, sì! Sono riuscita a vederlo questo film, e ne sono entusiasta! Tornando a casa, in macchina, non ho acceso la radio e ho cenato in silenzio perché non volevo che l'eco di quelle musiche, di quelle voci, di quelle parole fosse inquinato.
È un film dai superlativi assoluti: bellissimo, intensissimo!
La regista Maria Arena, avvalendosi di uno staff competente, ha saputo cogliere una realtà difficile e tormentata e l'ha sapientemente raccontata in un film-documentario.70 ore di pellicola concentrate in 90 minuti di opera finita. Avrei voluto che mai finissero quei 90 minuti!
Sono scene di cui ci si innamora. Tanto per usare una frase di Francesco Grasso, ovvero Franchina (una delle sette protagoniste): "In ognuno di noi, in fondo, c'è un po' di San Berillo".
E come darle torto! In sala, mentre le scene scorrono sotto i miei occhi, vivo il tormento dei transessuali, degli omosessuali, costretti in un involucro che non sentono proprio, che non calza, costretti a mutarlo per piacersi e piacere.Il film commuove, ricco di sensibilità coinvolge e avvolge in maniera toccante lo spettatore.
Diventa a tratti ironico e strappa non poche risate. Un film coraggioso, che non teme d'essere anticonvenzionale.
Mi toccano i gesti, le parole e la limpidezza degli occhi dei di Wander.
L'animo generoso e gentile di Franchina e poi l'umiltà e la fede cristiana di tutti. San Berillo è lì, cuore di una città tra le più belle e amate d'Italia.
San Berillo è una realtà che noi Catanesi ci portiamo a spasso sotto le ascelle pensando che se non abbassiamo lo sguardo non siamo costretti a vederla.

San Berillo vive e, forse, è arrivato il momento di riflettere e rimboccarsi le maniche per dare un futuro a un quartiere "storico" e ai suoi ospiti.

Elena Cifali (Libera la Mente)

(mymovies.it - Emanuele Sacchi) Franchina, Meri, Alessia, Marcella e le altre sono prostitute, prostituti e trans che si prostituiscono da decenni nel quartiere San Berillo di Catania, degradato e conteso da interessi economici. Quando immaginare un futuro diverso in società diviene un obbligo, le "Belle" di San Berillo si iscrivono a un corso per badanti.

Fin dall'incipit - un'inquadratura che fluttua quasi planando sui tetti catanesi - risulta chiaro come lo sguardo di Maria Arena sia refrattario all'ovvio e quindi come siano scongiurati i peggiori stereotipi nel viaggio che ci si appresta ad affrontare. Con un'attenzione sincera e una curiosità esente da voyeurismi, la macchina da presa si avvicina al privato delle "Belle" per scoprire cosa si nasconde dietro la maschera che sono solite indossare. Il loro passato, le ragioni della loro scelta di trasformazione, la loro dimensione umana e quella spirituale, di chi si sente figlio di Dio anche quando nessuno è disposto a considerarlo tale. Figure tragiche, nel senso più vicino a Euripide, o sorprendenti, come Franchina, che sfoggia una cultura non comune senza che questa risulti incompatibile con un modus vivendi apparentemente così distante.
Uno sguardo inconsueto e privo di retorica, che studia gli eccessi delle Belle senza traccia di compiacimento né di cinismo. Fino a trasformarsi in carezza, il cui affetto cresce man mano che emergono i dettagli, in un'operazione di maieutica che permette alle Belle di rivelare qualcosa di più sulla loro personalità. La regia si fa così strada, vicolo, porta accostata, intervenendo in maniera non invasiva sull'evolversi anche drastico (una delle Belle è costretta da uno sfratto a trasferirsi sulla tangenziale) della vicenda, mentre si rafforza il senso di comunità di chi sa di rappresentare, a modo suo, un quartiere e una storia. Un lavoro emblematico del percorso di crescita che sta attraversando il documentario italiano, sempre più consapevole della propria maturità e del proprio potenziale.

 

"Le prostitute hanno perduto il senso del loro corpo, non gli danno nessun valore, gli danno solo la morte... Per questo siamo in procinto di entrare nel Regno dei Cieli": una delle protagoniste del film evoca le parole di Gesù per spiegare come si sente a essere una "buttana" di San Berillo, storico quartiere di Catania che da cinquant'anni è universo di travestiti. 

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15 marzo 2015 7 15 /03 /marzo /2015 08:01
Focus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigio

(Maurizio Crispi) Focus. Niente é come sembra (dei cineasti Glenn Ficcarra e John Requa, USA, 2015) è un bel film, divertente ed agile, sulla frode: uno squarcio sulla vita di un abilissimo truffatore Nicky Spurgeon (Will Smith) e di Jess Barrett (Margot Robbie), una bella donna, talentuosa truffatrice ma che aspira ad essere parte del big game di Nicky .

La frode e l'inganno eretti ad attività lavorativa sono parenti stretti della prestidigitazione.
Truffa (e furto con destrezza) sono delle attività illecite,mentre la prestidigitazione è una forma di spettacolo. Ma entrambe le attività sonoo basate sullo stesso principio o su alcuni principi di base).
Uno di qum/writesti è quello di costringere il tuo interlocutore, cioà colui che dovrà essere ingannato (o fuorviato) a polarizzare la sua attenzione su qualche cosa che tu stai facendo, facendo ritienere che quella sia la cosa importante da guardare, mentre intanto tu, inosservato, porti avanti il trucco principale.
Niente è come appare, dunque. Anche il fatto che ci siano dei complici segreti di cui altri complici nn sanno nulla: per essere credibile il truffatore deve ignorare alcuni pezzi di verità, per potere portare avanti indistirbuto e con efficacia la propria messinscena.

Se hai a che fare con truffatore, le cose non stanno mai nel modo in cui appaiono, ma dietro di essa c'è una verità nascosta che soltanto il truffatore (o il prestigiatore conosce): come del resto attraverso la presentazione di una nutrita serie di celebri casi di truffe e inganni ci mostra nelsuo libro, Domenico Vecchioni.

Non a caso, proprio per queste sue abilità, il celebre Houdini venne più volte chiamato a svolgere corsi di addestramento rivolti agli agenti della Polizia Metropolitana di New York e dei Corpii di Polizia di altre capitali del mondo, poichè da abilissimo prestidigitatore e da escapista egli era in grado di insegnare le tecniche base utilizzate dai truffatori e le loro abilità nascoste per metter ein atto eventuali fughe.

Il film si presenta con una serie di rocambelesche e divertenti sequenze in cui inganni e frodi vengono perpetrati in una realtàparallelaa quella in cui si muovono poliziotti e tutori della legge. Nicky e la sua banda sono abilissimi e non si fanno mai pizzicare: e poi che importa quando le frodi più succulente, quelle che si muovono negli scenari frequentati dai grandi ricconi, sono a carico di vilain i cui capitali sono stati accumulati in maniere poco ortodosse?

Il film sembra darci la lezione morale che il delitto in alcuni casi paga.

L'importante è fare in modo che assomigli sempre a qualcosa d'altro e che possa diventare - se è lecito usare questa espressione - una forma d'arte.
In fondo, è tutto qui il segreto del fascino del "ladro gentiluomo", che venne per la prima volta incarnato da Arsenio Lupin.

 

Focus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigio
Focus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigioFocus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigioFocus. Un bel film sulle truffe e sui truffatori: quando truffare é come eseguire un gioco di prestigio

Argomento correlato su questo magazine é la recensione su di un volume che racconta la storia di grandi truffatori

Scheda del film

Un film di Glenn Ficarra, John Requa.

Interpreti principali: Will Smith, Margot Robbie, Rodrigo Santoro, Gerald McRaney, B.D. Wong., Adrian Martinez, Laura Flannery, Stephanie Honore, Griff Furst, Dominic Fumusa, Candice Michele Barley, Don Yesso, Brennan Brown, Joe Chrest, Olga Wilhelmine, Han Soto, Stephanie McIntyre, Kate Adair, David Jensen

Titolo originale Focus.

Genere: Thriller,

Ratings: Kids+13

Durata 104 min. Origini:

USA 2015. - Warner Bros Italia

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11 marzo 2015 3 11 /03 /marzo /2015 08:51
Kingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy story

(Maurizio Crispi) Kingsman - Secret Service (film diretto da Matthew Vaughn, UK, 2014) è un film che si origina da una miniserie a fumetti The Secret Service, realizzata per l'etichetta Millarworld tra il 2012 e il 2013 da Mark Millar insieme al regista Matthew Vaughn, disegnata da Dave Gibbons e distribuita in Italia dalla Panini Comics in concomitanza dell'uscita del film nelle sale italiane il 25 febbraio 2015.
Si tratta del quarto lungometraggio tratto dai fumetti Millarworld, dopo Wanted, Kick-Ass e Kick-Ass 2.

Il film, ironico e dissacrante rispetto alla seriosità delle spy story (da quelle di OO7 a tutti i successivi cascami/epigoni che raccontano degli agenti undercover e delle loro imprese eroiche o, a volte, anche super-eroiche) racconta di una super-agenzia segreta "al servizio del Re" che si mette in azione ogni volta che si debbano raddrizzare dei torti e arrestare i lestofanti che con i loro piani "diabolici" minacciano l'assetto mondiale e, in generale, l'Umanità.
The Kingsmen (ricordiamo che il nome King's Men ha un suo antecedente storico nella compagnia di attori elisabettiani di cui faceva parte lo stesso William Shakespeare) non costituiscono un servizio segreto codificato - per così dire "istituzionale" - ma sono un'èòite aristocratica che seleziona i suoi adepti con tecniche di iniziazione quasi massonica. I prescelti sono solo ed escluiivament eun rincalzo di coro che sono caduti in servizio o che sono costretti a ritirarsi per raggiunti limiti di età. Ogni membro può presentare un proprio candidato e quindi il gruppo di nuovi candidati verrà sottoposto ad un difficile percorso di addestramento sino ai suoi possibili esiti: o si viene accettati o si viene scartati.

Agli adepti sono richieste le qualità di coraggio, abnegazione, spirito di iniziativa, attenzione alla salvaguardia della comunità che rimandano direttamente alle qualità morali dei Cavalieri della Tavola Rotonda e alle leggende arturiane:non a caso i membri di questa setta ristretta scelgono di portare nomi di personaggi della saga della Tavola Rotonda.
Il tutto è condito da tanta ironia, sia nell'illustrare il percorso di formazione dei nuovi adepti, sia nellanarrrazione delle imprese che sono chiamati a compiere nella lotta eterna contro il vilain di turno che si ripresenta sempre come un eroe negativo dai mille volti.

Continue le citazioni dei film di james Bond prototipo dell'agente segreto al servizio di Sua Maestà, per concludere ogni volta che qui si fa sul serio e che le cose non finiscono mai "come in quel film".

Grandi le interpretazioni di Colin Firth nei panni di Harry Hart - Galahad, ma soprattutto di Samuel L. jackson nei panni di un eccellente Richard Valentine, vilain di turno impegnato in un progetto di controllo totale dell'umanità per mezzo d'una tecnologia microchip bionica, per non parlare di un sempre più attempato Michael Caine nella veste di Artù a capo della loggia segreta, ma inaspettatamente corruttibile.

E' un film da guardare senza pregiudizi, solo per divertirsi e godere della garbata ironia che lo pervade, ricordando che, come afferma lo stesso Jackson nei panni di Valentine, sono sempre i "cattivi" i personaggi più geniali e simpatici. Senza i "cattivi" non ci sarebbero agenti segreti che abbiano come mission quella di sgominarli: e, dunque, senza cattivi fine del divertimento!

Kingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy storyKingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy story
Kingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy storyKingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy storyKingsman. The Secret Service. Un film godibile che ironizza sugli 007 e sulle spy story
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10 marzo 2015 2 10 /03 /marzo /2015 07:14
Nessuno si salva da solo. Una coppia in crisi cerca un riassetto nel nome dei figli e dell'amore che forse c'è ancora

(Maurizio Crispi) Sembra che la missione di regista di Sergio Castellitto come regista sia ormai quella di fare film dai romanzi di successo scritti dalla moglie Margaret Mazzantini. Oppure, si potrebbe pensare che la Mazzantini produca romanzi, perchèil marito possa avere materiale da cui realizzare dei film.
Nessuno si salva da solo è il nuovo e recentissimo parto della premiata ditta: sia come sia è il prodotto di una coppia. E questopotrebbe essere un dato interessante,visto che poi gran parte dei romanzi (e dei film che ne sono discesi)parlano appunto di coppie e dei loro critici equilibri, punti di arresto, evoluzioni ed involuzioni.
può immaginare che lacoppia Castellitto/Mazzantini sia una coppia affiatata e stabile e che forse proprio attraverso questaproduzione letteraria e cinematografica i due trovino il modo di elaborare i propri personali momenti critici (verrebbe di immaginare questo, poichè - altrimenti - tutto si ridurrebbe a puro mestiere che gioca con i sentimenti dei fruitori, lettori o spettatori che siano.
Nessuno si salva da solo come film rispecchia in tutto e per tutto l'omonimo romanzo e dunque parlare del film è anche un modo per parlare del romanzo: Gaetano e Delia, ancora freschi di rottura, una rottura che non è ancora spearazione definitiva, si incontrano per condividere una cena in un ristorante (territorio neutrale) e per parlarsi. Da questa cena che si protrae a lungo (con una coda dopo l'uscita dal ristorante e con l'incontro con un personaggio che avrà una funzione catalizzatrice, anzi con una coppia anziana e navigata) scaturiranno deegli esiti e delle nuove possibilità: forse non tutto è perduto, e si riapre la possibilità di ricostituire una famiglia che si è spezzata. Ma solo il tempo potrà decretare l'esito di questa storia di coppia: il film congeda gli spettatori lasciando intuire loro delle possibili soluzioni, anche se il regista propende per quella più ottimistica (pur considerando il fatto che, per ripartire, ci vorrà del tempo).

Questo per quanto concerne i contenuti.

Dal punto di vista formale, invece, il film è costruito con una tecnica di flashback che raccontano la stroia naturale della coppia Gaetano/Delia, mentre è in corso la cena che avrà un ruolo cruciale nel ristabilirsi degli equilibri matrimoniali o che decreterà una definitiva separazione.

La conversazione tra i due ha la qualità della recitazione teatrale nell'unità di tempo e spazio che è data dalla sala del ristorante, dove gli altri clienti vanno in dissolvenza, ad eccezione di qualche sprazzo di attenzione.

Attraverso i continui flashback, invece, lo spettatore può rivisitare in modo quasi cronologico l''evoluzione della coppia, dagl inizi sino alla tempestosa rottura, con tutte le vicende collegate alla crescita di un nucleo familiare, l'arrivo dei figli e dei problemi inevitabilmente connessi che, continuamente,impongono nella storia fisiologica di un matrimonio dei riaggiustamenti, dei compromessi, delle negoziazioni per andare avanti.

Tutto qui,

Potrà piacere o non piacere.

Piacerà di sicuro a coloro che amano i romanzi della Mazzantini, perchè sono facilmente preda della seduzione dell'esplicitazione di tormentati sentimenti.

Di meno, probabilmente, a quelli che non apprezzano la messa in scena del ruffianesco gioco delle emozioni che faccia leva sulla loro sensibilità di spettatori.

Come in altri film scaturiti dal tandem Mazzantini/Castellitto si nota che vi è un'infarcitura di cose e di eventi, una sorta di "prosopea", come se ci fosse la necessità di mettere dentro un po' di tutto per creare un  maggiore (come ad esempio l'accenno all'edulcorata anoressia di Delia oppure a quelli che si profilano come possibili problemi dell'identità sessuale del figlio maggiore, o ancora il cancro del padre di gaetano che influisce sul rapporto idilliaco della matura coppia di genitori, nostalgici degli hippieggianti anni Sessanta.
Ma, lo spettatore accorto, di necessità deve porsi il problema di casa sia l'amore veramente e di cosa siano fatti i rapporti di coppia, soprattutto quando si costruisce una famiglia e nascono i figli. Passata la tempesta della passione amorosa e sensuale degli inizi, quando la condizione "amorosa" è in statu nascendi (una ocndizione simile, a tutti gli effetti, ad una piccola rivoluzione), tutto si polarizza sulla routine quotidiana fatta di piccole e grandi abitudini, routine che si accentua ancora di più quando arrivano i figli: e nei due partner che siano accorti e capaci di relazionarsi con il mondo da adulti responsabili e non da bimbi richiedenti, le velleità, i sogni, le aspirazioni, a questo punto, devono in parte recedere per lasciar posto ai figli che diventano l'esigenza prioritaria, anche a costo di sacrifici e rinuncie.
E' il punto in cui il matrimonio diventa, senza ombra di dubbio, un'impresa familiare, nella quale occorre investire ogni energia: salvo a voler fare marcia indietro e ritornare allo stato adolescenziale, in cui tutto è possibile, tutto può ancora accadere.
E il punto di transizione dall'amore passionale alla condizione di impresa familiare è quello, appunto, in cui possono verificarsi le fratture e i colpi di testa, soprattutto, quando uno dei due partner rimane legato ai suoi schemi adolescenziali.
L'eventuale rottura può essere ricomposta soltanto se ciascuno dei due "contraenti" fa un passo indietro rispetto a certe proprie esigenze ed un passo verso l'altro rispetto alle esigenze implicitamente espresse dal partner. E', in altri termini, il tempo delle negoziazioni e dei compromessi, quando si riconosce che è un valore e un arricchimento per entrambi, continuare a stare assieme e ad andare avanti in due (e con i propri figli). E, in effetti, la conversazione tra Delia e Gaetano durante la loro lunga notte di chiarificazioni, prima al ristorante e poi per strada, sembra avere il carattere d'una delicata trattativa diplomatica (anche se, nella filigrana, s'intravede un'esplicitazione di sentimenti, a volte timidi e delicati, pronti ad andare in frantumi al minimo sussulto, e altre volte tempestosi e violenti).
Insomma, da questo punto di vista, il film si presenta come un piccolo manuale sulla storia naturale di un matrimonio e come un "racconto di formazione".
Ma forse da un'opera cinematografica ci si attenderebbe di più che non un semplice intento didascalico.

 

 

Il romanzo. Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Margaret Mazzantini (Mondadori, 2011), Nessuno si salva da solo, che è la storia di una crisi sentimentale di una coppia, Delia e Gaetano.

Entrambi prossimi ai “quaranta”, i due si ritrovano faccia a faccia, ancora freschi di rottura, durante una cena in un ristorante.

L’esito del loro amore, i due figli Cosmo e Nico, sono rimasti a casa con Delia: per i due la cena sarà l’occasione per confrontarsi l’uno con l’altra ripercorrendo passioni e rabbia intercorsi negli anni del loro rapporto.
Entrambi in bilico fra la voglia di pace e la seduzione dell’altrove e dell’altro.

(dal risguardo di copertina) Delia e Gaetano erano una coppia. Ora non lo sono più, e stasera devono imparare a non esserlo. Si ritrovano a cena, in un ristorante all'aperto, poco tempo dopo aver rotto quella che fu una famiglia. Lui si è trasferito in un residence, lei è rimasta nella casa con i piccoli Cosmo e Nico. La passione dell'inizio e la rabbia della fine sono ancora pericolosamente vicine. Delia e Gaetano sono ancora giovani, più di trenta, meno di quaranta, un'età in cui si può ricominciare. Sognano la pace ma sono tentati dall'altro e dall'altrove. Ma dove hanno sbagliato? Non lo sanno. Tre anni dopo "Venuto al mondo", Margaret Mazzantini torna con un romanzo che è l'autobiografia sentimentale di una generazione. La storia di cenere e fiamme di una coppia contemporanea con le sue trasgressioni ordinarie, con la sua quotidianità avventurosa. Una coppia come tante, come noi. Contemporaneamente a noi.

(Recensione IBS) «Stasera lo sa. Le persone dovrebbero lasciarsi prima di arrivare a quel punto. Dove sono arrivati loro. Perché poi ti resta addosso troppo male».
Scava nella coppia Margaret Mazzantini in questo nuovo romanzo. Scava brutalmente nel rapporto di una coppia che non vuole più essere tale, che dopo un grande amore vive una grande separazione. Una scrittura forte e intensa, come è nelle corde dell’autrice di Venuto al mondo e Non ti muovere, che scaraventa in faccia al lettore sentimenti squartati, corpi disuniti, volti stanchi, anime distrutte. Sono quelle di Delia e Gaetano, i due protagonisti ancora giovani, puri e rabbiosi, pronti a duellare sul ring dell’amore perduto, - «due ragazzi, si direbbe a vederli passare nei vetri di una macchina parcheggiata» -, da poco tempo divenuti genitori.
Chi si è separato lo sa, chi non l’ha fatto può immaginarlo. Può immaginare quanto sia doloroso, faticoso, a volte esaltante e in altri momenti terribilmente deprimente la separazione. Specie se non avviene da un momento all’altro, specie se è frutto di giorni, mesi, anni di logoramento, di disfacimento, di emotività negativa che volge al peggio. Specie se i sentimenti che restano sono incerti e se il legame mantiene una sua forza, anche incomprensibile, ma pericolosa: «è facile distrarsi, non sapere più a che punto della vita sono».
Proteggere i figli - «non voglio che somiglino a noi... voglio che siano migliori... ma ho paura che finiranno per assomigliarci» - cercare un equilibrio che permetta a tutti di vivere serenamente. Non è facile, ci saranno altre donne e altri uomini, ma non è facile. Si parlerà di soldi, mantenimento, affido, case, mobili, ma tangenzialmente rispetto ai sentimenti che restano, in modo a volte straziante, al centro della scena. Nessuno si salva da solo, appunto, nemmeno Delia e Gaetano.
Questa storia di un amore accartocciato potrebbe essere una commedia dark all’italiana, adatta alla trasposizione cinematografica. È già successo con il romanzo Non ti muovere e non è casuale: la scrittura della Mazzantini - hanno scritto i critici - «tira la lingua via dalle parole verso un altro genere di comunicazione». Anche in queste pagine la lingua del romanzo è brusca, a tratti brutale, vuole assomigliare il più possibile alla vita vera: le frasi spesso sono tagliate, i dialoghi lasciati a metà, in certi passaggi cala un velo di freddezza, in altri trasuda la rabbia.
L’autrice, in una recente intervista, ha dichiarato: «Dopo l’epopea straziante sulla guerra a Sarajevo, volevo scrivere una storia minimale: due trentenni, una cena storta malgrado il buon vino, il corpo morto del loro amore sul tavolo. L’infelicità coniugale». E come sempre, ci è riuscita al meglio.

Nessuno si salva da solo. Una coppia in crisi cerca un riassetto nel nome dei figli e dell'amore che forse c'è ancora

Scheda film

Un film di Sergio Castellitto.

Interpreti principali: Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Anna Galiena, Marina Rocco, Massimo Bonetti, Massimo Ciavarro, Renato Marchetti, Valentina Cenni, Eliana Miglio

Genere: drammatico,

Durata 100 min. -

Origine: Italia 2015. - Universal Pictures

Uscita giovedì 5 marzo 2015.

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20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 07:21

inquanta sfumature di grigio. Film cult prima ancora di uscire nelle sale cinematografiche: un'analisi di Andrea Furlanetto

 

(Maurizio Crispi) Il romanzo Cinquanta sfumature di Grigio, con il suo doppio seguito costituito da Cinquanta sfumature di Nero e da Cinquanta sfumature di Rosso, è stato il capostite di una trilogia che presto ha trovato numerosi imitatori oltre che vigorose e divertenti parodie.

Ha rappresentato un vero e proprio tormentone "lettorio" degli ultimi anni: in tanti lo hanno letto, ma molti ne sono stati annoiati.

Con questo romanzo, scritto da Erika Leonard, inizialmente conosciuta con il nom de plume di E. L. James,  la pornografia è entrata per la porta principale nelle case degli Italiani ed è diventata fenomeno di moda.
Libro-cult - da prestarsi e da regalarsi vicendevolmente -ha finalmente consentito a tutti di accedere liberamente alla pornografia (e specialmente alle sue declinazioni Bondage e SM) senza vergogna e senza dover praticare segrete acrobazie. Tutti ne hanno preso a parlare: tra l'altro, si è trattato di una pornografia declinata al femminile, cioè di una rappresentazione pornografica inserita all'interno di una storia di passione e di emozioni.
Nulla di diverso rispetto ai romanzetti della collana Harmony che per anni aveva fatto questa operazione, regalando alle donne (ma anche agli uomini) il romance in salsa porno. A titolo di pura curiosità ho letto un romanzo Harmony, trovato per caso in un catalogo remainders (Suzanne Forster, Il Lato Piccante della Seduzione, Harlequin Mondadori, 2009). Sono arrivato sino alla fine per puro dovere conoscitivo, ma mi risparmierò la lettura della trilogia (che ho in ogni caso acquistato per collocarla accanto ad altre opere dell'Eros).
La diffferenza tra i romanzi Harmony e le Cinquanta sfumature è che il lettore (o meglio la lettrice) era ancora un fruitore "sommerso", poco disposto ad apparire e a dichararsi, mentre invece quelli di Cinquanta sfumature non esitano a rivelarsi, facendosi vedere con il volume sotto il braccio, ed anche - eventualmente - a dire che fanno - o hanno fatto - le stesse cose.
inquanta sfumature di grigio. Film cult prima ancora di uscire nelle sale cinematografiche: un'analisi di Andrea FurlanettoDicono che in Italia le vendite dei gadget erotici sono aumentate a dsmisura in questi ultimi mesi, con il crescere esponenziale della vendita dei volumi della trilogia.

Potremmo dire che l'idea di base non è nuova ed ha a che vedere con una sorta di iniziazione all'Eros, attraverso una relazione amorosa: idea non dissimile da altri classici della Letteratura erotica, come il "classico" Histoire d'O oppure, spostandosi nell'ambito della cinematografia, l'altrettanto "classico" Nove settimane e mezzo (solo per citare due esempi). Matrice non dissimile, peraltro,è quella che si ritrova nei romanzi Harmony, come quello che ho letto, in cui una giovane manager di un'importante ditta pubblicitaria di moda entra in un percorso di iniziazione a forme di Eros prima sconosciute e si trova costretta a fronteggiare, in questo percorso, le sue remore educative e le sue precedenti esperienze, potendole mettere da parte alla fine, approdando ad una forma di sessualità gioiosa e senza limiti. Il Romance è ciò che piace alle fruitrici del porno: cioè la rappresentazione senza veli del sesso che sia però calata all'interno di una storia romantica, di intrighi e di passioni. La pura e sempice rappresentazione del sesso meccanico - come accede nella pronografia "gozo", inaugurata dallo statunitense John Stagliano e poi ripresa con grande successo dal nostro Rocco Siffredi - non ha i numeri per piaceread un pubblico femminile. Ed è questo un il motivo per cui di recente, un gruppo di 12 cineaste italiane ("Le ragazze del porno") di cui fa parte la regista Roberta Torre, seguendo le orme della cineasta Erika Lust ha prodotto un suo manifesto e va alla ricerca di volti nuovi per produrre del porno al femminile, tarato cioè sulla sensibilità e sull'immaginario femminile.

Dove stanno le ragioni del successo della Trilogia della Leonard, allora?
Probabilmente che nel mondo occidentale ed in Italia, i frutti sono maturi per coglierli.
Le abitudini sessuali sono profondamente mutate e il porno si è "normalizzato", entrando a far parte delle comuni esperienze di vita.
Sono sempre di più coloro che frequentano i privé alla ricerca di esperienze alternative/trasgressive, oppure quelli che si rivolgono ad altre forme di sessualità promiscua come il "car sex".
E, nello stesso tempo, sono tanti i giovani rampanti che hanno voglia di fare esibendosi, davanti ad una videocamera, per poi essere guardati da un pubblico vasto, mettendoci il proprio volto e il proprio nome: le generazioni precedenti hanno espresso, ad esempio, una Michelle Ferrarri (al secolo Cristina Ricci) che ha lanciato con successo iniziative di porno-casting per trovare volti maschili nuovi (e giovani) disponibili a farsi filmare in perfomance sessuali con la stessa Michelle e l'amica porno.attrice Giada Da Vinci o anche l'iniziativa "Il Camper dell'amore" (per filmare coppie di fare sesso esibizionistico davanti ad una telecamera) oppure, più di recente una Valentina Nappi, napoletana "porno-emigrante", scoperta da Rocco Siffredi e approdata in America, la quale nel corso di una cooversazione con la giornalista Latella su Micromega ha dichiarato senza peli sulla lingua: La masturbazione é il gesto sessuale più universale e dovrebbe essere quello più diffusoperché permette di dare piacere senza la necessità di preservativi, anticoncezionali e altre misure di protezione. Il bello della masturbazioneé che puoi masturbare chiunque senza porti alcun problema. la masturbazione reciproca dovrebbe diventare normale, come il prendere un caffé assieme. Ovviamente io non posso offrire un caffé a chiunque, non posso spendere le mie giornate offrendo caffé, però se capita lo faccio volentieri. Detto questo, è innegabile che fra uomini e donne ci sia un’asimmetria evidente, perché per le donne il sessoha uno status speciale, non è considerato un’attività come qualunque altra come dovrebbe essere.. Da questo status speciale, le donne ricavano un “potere” che é il presupposto della mercificazione. …[da una conversazione con la giornalista Maria Latella sul tema “Sesso, merce e libertà”, MicroMega, 5, 2014, p. 28].
E che i tempi sinao mutati si vede soprattutto nel rapporto con i media di Valentina Nappi delle cui comparsate in programmi televisi di successo dove viene briosamente intervistata si perde il conto (per non parlare della sua presenza nelle pagine del numero monografico di Micromega dedicato alla sessualità e della lettera aperta a Carlo Roveli, sempre pubblicata su MicroMega.
E pensiamo alla differenza di reazioni violente che suscitò una provocatoria comparsa della compianta Moana Pozzi in un palisesto televiso dei primi anni Novanta, il cui direttore fu violentemente censurato per il suo ardire.
Insomma, Cinquanta sfumature (grigio, nero e rosso) incarna perfettamente l'evoluzione culturale nel rapporto con la sessualità e i sogni sempre meno proibiti sulla sessualità trasgressiva, ma nello stesso tempo intende normarla all'interno della coppia, con un operazione analoga a quella compiuta da Stephenie Meyer con con la sua Twilights Tetralogy, in cui il Vampiro, da sempre icona del Perturbante, diventa paradossolmente icona del buono, del bello e del fascinoso e, con queste qualità, viene impiantato a forza nelle menti degli adolescenti, nascondendo o edulcorando la verità delle cose.

Il vero cambiamento epocale starebbe, invece, nel tramonto dell'amore romantico (un costrutto) e nell'esaltazione della trasgressione sessuale in cui il manifestarsi della sessualità è svincolato dal sentimento ed è solo - ed esclusivamente - performance. O al massimo - come afferma Valentina Nappi - è né piùné meno che andare al bar e bere un caffé assieme.
Nella prima accezione, l'evoluzione della declinazione della sessualità da parte di molti è indubbiamente un po' inquietante: ed è certamente ben più veritiera e non edulcorata la rappresentazione che ne da un Lars von Trier in Nimphomaniac (che però per la sua crudezza rimarrà un film di nicchia, a differenza di Fifty Shades of Grey)
Detto questo non credo che andò a vedere Fifty Shades of Grey, come non leggerò i tre romanzi della serie. Del resto si potrebbe anche argomentare che il film -come i romanzi - contrabbanda come sessualità e romance qualcosa che non è nemmeno iscritto nel codice del "porno" in senso stretto così come è stato definato dallo psichiatra americano Stoller non dovrebbe ammettere nella rappresentazione degli atti sessuali nessuna foma di deviazione,mentre qui viene dato largo spazio alBondage e al Sadomaso, creando le implicite premesse - attraverso l'enfasi sui sentimenti e sulla relazione amorosa che tutto può essere ammissibile se c'è l'amore, ma invece portando ad una sort di sdoganamento della violenza all'interno della coppia, come commenta l'articolo della pischiatra britannica Miriam Grossman, dal titolo, A Psychiatrist's Letter to Young People About 50 Shades of Grey , di impornta cattolica, ma perfettamente accettabile nell'insieme dei suoi punti di vista.

 

E qui do spazio al pensiero - al riguardo - del mio amico Andrea Furlanetto.

 

[Andrea Furlanetto] Premessa. Dopo una lunga attesa e un paio di rinvii, è uscito il film “Cinquanta sfumature di grigio”, tratto dall’omonimo romanzo. Vietato ai minori di 18 anni negli Stati Uniti e nel Regno Unito, visibile solo a chi ha compiuto 14 anni in Italia, esso ha suscitato grande attesa, generando un numero di prevendite mai toccato prima: quasi tre milioni di biglietti nel mondo e ben 180.000 nel nostro Paese. E’ lecito attendersi un grande successo di pubblico.

Prima di proseguire, chiarisco che non credo di andare a vedere il film, per motivi che appariranno chiari più avanti, anche se sono convinto che sia stato fatto con grande cura e sia immune da molti dei difetti e delle tare di tipo generale di cui tratterò. L’uscita del film è un semplice pretesto per toccare due temi generali che mi sono molto cari e che considero intimamente correlati tra loro: il primo è di natura tecnica ed è per me di più semplice trattazione, il secondo verte su un tema più sociologico e lo affronterò in modo del tutto empirico, scusandomi fin d’ora per la soggettività di certe considerazioni.

 

La confusione tra cultura e tecniche. Gli ultimi tre decenni sono stati dominati dalla confusione tra cultura e tecniche. Spesso si crede di non avere il tempo di impadronirsi della profonda natura concettuale dei fenomeni e si ripiega sull’esteriorità, sulla parte visibile dell’iceberg: simboli, oggetti, procedure. In ambito professionale, questo approccio può portare al fallimento di importanti progetti volti a ottenere un cambiamento, pure se si impiegano negli stessi ingenti capitali e numerose valide persone. Ogni processo evolutivo si fonda – infatti – non solo e non tanto sull’adozione di una serie di tecniche, ma sulla comprensione della cultura che le sostiene. Ho parlato con decine, forse centinaia, di professionisti che lamentavano la difficoltà di cambiare senza rendersi conto che non erano partiti dalla mentalità delle persone, bensì da una serie di strumenti. Qualcosa di simile accade quando si inseriscono attrezzature nuove in un parco pubblico. Se non si agisce a monte, sulla cultura dei fruitori dei servizi, panchine, giochi e fontanelle saranno presto oggetto di degrado. Allo stesso modo, far circolare un report colorato e pieno di indicatori, senza averlo prima condiviso e spiegato, porterà le persone a pensare che sia un esercizio fine a sé stesso, rendendolo presto inutilizzato e portando al suo abbandono. Contrariamente a quanto talvolta si pensa, quasi tutte le persone apprezzano di sentirsi coinvolte: un progetto ragionevole accuratamente spiegato e condiviso ha probabilità di successo estremamente alte.

Tornando al film, sono ragionevolmente certo che la regia, la sceneggiatura e la fotografia indugino molto sulla componente psicologica ed emotiva della relazione tra il Signor Gray e la sua amante/schiava la Signora Steele. Insomma, mi aspetto che ci sia molto di più che i codici di abbigliamento, le tecniche, le posture, gli strumenti, ma temo che il 90% degli spettatori porterà con sé solo questo, in un misto di imbarazzo e curiosità. La ricca collezione di oggetti posti in vendita con la medesima immagine e lo stesso nome del libro dimostra che dal pubblico ci si aspetta questo.

 

La resistenza della nicchia al mainstream. Quanto sopra introduce il secondo tema. Ogni nicchia in quanto tale è gelosa della propria esclusività e combatte per mantenerla. Certo, il reclutamento di nuovi adepti è qualcosa di desiderabile, ma c’è sempre un sottile equilibrio tra l’ambizione di crescere numericamente acquistando forza per effetto di ciò, e il timore di essere fagocitati dalla banalizzazione della propria speciale maniera di vedere la vita.

La cultura BDSM è – necessariamente – una cultura di nicchia, anzi di nicchie dal momento che essa si disperde in numerosi rivoli che corrono paralleli o che si intersecano. La sua relativa inconfessabilità è un elemento che la caratterizza da sempre. Chi abbia un interesse di natura sociologica, culturale o sessuale ha agio di trovare la strada, ma storicamente si è trattato di una strada un po’ tortuosa, in alcuni tratti aspra, non certo di una bella statale con quattro carreggiate su cui ci si immette direttamente all’uscita dall’A4. Per chi ha frequentato per decenni la scena BDSM, fosse anche solo metaforicamente, l’uscita di questo film genera un certo fastidio, perché è un tentativo di presentare al grande pubblico una serie di suggestioni in forma necessariamente edulcorata, patinata, esteticamente accettabile, anzi decisamente desiderabile.

Molti, dall’interno di quella nicchia, scrolleranno le spalle e aspetteranno con pazienza che l’ondata emotiva passi. Del resto, la pazienza è una componente fondamentale del mondo BDSM. Altri proveranno a rendere esplicito il loro fastidio in modi più o meno articolati. Il fatto è che, per quanto possa sembrare strano ai più, ogni casa è piena zeppa di sex toys la cui attivabilità dipende solo ed esclusivamente dal cervello di chi li vede. Aggiungo anche che, se trent’anni fa reperire materiale esplicitamente riferito al BDSM era relativamente complesso, oggi tutto è a portata di tastiera. Tutto, letteralmente, pure cose che possono offendere persone molto libere e serene, e le sfumature sono almeno cinquecento. Anzi, ora che ci penso, marchionne potrebbe proprio pensare a una 500 bdsm con interni in latex e catene di sicurezza...

 

Appendice: dieci cose simili a sentirsi devianti dopo avere visto un film. Io faccio - oppure ho fatto - alcune di queste cose, traendone a volte gratificazione.

  • Credersi intelligenti compilando liste di dieci punti
  • Fare i critici d’arte dopo avere seguito con attenzione una televendita di quadri
  • Definirsi atleti dopo aver comprato un paio di scarpe da ginnastica
  • Professarsi cattolici praticanti andando a messa a natale e pasqua
  • Evadere le tasse per protestare contro l’eccessiva pressione fiscale
  • Credersi tolleranti perché si fa l’elemosina al semaforo
  • Pagare una donna per discutere con lei del problema rappresentato dalla prostituzione
  • Sentirsi dei guerrieri dopo essersi fatti un tatuaggio tribale
  • Credersi alternativi perché non si guarda la televisione
  • Sentirsi di sinistra per aver votato renzi alle elezioni europee del 2014

 

Il trailer

 

 


 

 

Secondo Trailer ufficiale

 

 

 


 
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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