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20 settembre 2018 4 20 /09 /settembre /2018 08:22
Sulla mia pelle (Cremonini, Italia, 2018)

Visto su Netflix.
"Sulla mia pelle" è il coraggioso film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, morto nell'Ospedale protetto Sandro Pertini di Roma, dopo essere stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti ed essere stato "interrogato" da coloro che lo avevano tratto in arresto con brutalità sommaria. Il film è stato realizzato da Alessio Cremonini e prodotto da Andrea Occhipinti e Lucky Red.
Un film di denuncia (compressa, perché l'iter giudiziario è ancora in corso) sulle solitudini carcerarie e sul modo in cui il sistema (a partire dalla detenzione preventiva) possa di fatto sequestrare in maniera totale ed irrevocabile il corpo e la mente di coloro che vi entrano: istituzione totale e depersonalizzante, in cui anche i più elementari diritti - compresi quelli dei familiari - vengono cancellati con boria e tracotanza.
Il film termina con la morte solitaria del protagonista.
Dell'iter giudiziario nel film si parla poco, se non in poche note asciutte in sovraimpressione sullo schermo, prima che scorrano i titoli di coda.
Colpisce il dato finale della posizione che occupa Stefano Cucchi nell'elenco degli oltre 170 morti all'interno del sistema carcerario nel corso dell'anno della sua scomparsa.
E' un film duro e che fa soffrire istante per istante, ma che - malgrado questa sofferenza - tutti dovrebbero vedere per farsi delle idee e porsi degli interrogativi.
E questo è importante, a prescindere del fatto se Stefano Cucchi fosse più o meno colpevole: e, infatti. Cremonini ha scelto la strada di non cadere nella retorica buonistica, presentando Cucchi con tutte le sfaccettature della sua personalità, comprese le molte ombre.
Un film di denuncia dunque e che dovrebbe sollecitare a far sì che fatti del genere - come quello di Aldovrandi - non debbano più verificarsi: e che sopratttto si possano prevenire derive di violenza da parte delle istituzioni nei confronti di cittadini indifesi (anche nel caso che siano colpevoli di qualche reato), l'ottusità delle burocrazie e le insensibilità degli operatori della giustizia e del sistema penitenziario, combattendo anche la tendenza a far finta - per quito vivere - di non vedere ciò che è evidente.
La cosa interessante è che sulla base del passaparola si sono creati nelle piazze italiane dei momenti di aggregazione spontanea per la visione collettiva e pubblica del film che, essendo di produzione Netflix, avrebbero dovuto essere fruito solo privatamente: e questo è stato un fenomeno di grande rilevanza che ha dato la misura di quanto il ricordo delle ingiustizie subite da Stafano Cucchi sia ancora vivo e di quanto, di fronte a fatti di tale gravità, si possa sentire il bisogno di essere uniti e solidali.

Luca Moretti e Toni Bruno, Non mi uccise la morte. La storia di Stefano Cucchi assassinato due volte dallo Stato Italiano, Castelvecchi, 2014

Il film si pone al culmine di una serie di inziative, promesse prima dai familiari di Stefano Cucchi e dalla sorella Ilaria, in particolare, con grande coraggio e determinazione, poi riprese ed amplificate dall'ACAD (Associazione Contro gli Abusi in Divisa - onlus) che, con il suo attivismo, ha contribuito a varare un'importante inizativa editoriale. Si è trattato del volume a più voce, comprendente anche una graphic novel,  dal titolo "Non mi uccise la morte. La storia di Stefano Cucchi assassinato due volte dallo Stato italiano" (edito da Castelvecchi nel 2019 e rilanciato con una nuova edizione nel 2014, arricchita con lo scritto di Cristiano Armati sulle vittime della "legalità").
Il volume, curato da Luca Moretti e da Toni Bruno, ha tentato di ripercorre gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi e riporta anche gli agghiacianti documenti fotografici del post-mortem di Stefano Cucchi e quindi dopo questo "diario di bordo" doloroso, scritto da Luca Moretti) segue la graphic novel che, disegnata da Toni Bruno, che si può considerare a tutti gli effetti un "precursore" dello story telling cinematografico sul "Caso Cucchi".

(12.10.2018) E' recentissima la notizia che finalmente uno dei Carabinieri implicati avvenuti nella Stazione dei Carabinieri Casilina di Roma, Francesco Tedesco, abbia cominciato a raccontare la verità di quel pestaggio e del fatto che gli altri due colleghi presenti gli avessero chiesto di mentire e di omettere.
C'è da chiedersi quanto abbia inciso in questo ripensansamento e nell'attivazione di di un intenso conflitto morale l'ampia risonanza che ha avuto il film di Cremonini.
La sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, che di recente è stata fortemente impegnati in presentazioni della pellicola di cCremonini e in pubblici dibattiti, ha detto: "Finalmente abbiamo vinto la nostra battaglia".

 

(da www.mymovies.it) L'ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi è un'odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali, un incubo in cui un giovane uomo di 31 anni entra sulle sue gambe ed esce come uno straccio sporco abbandonato su un tavolo di marmo. Alessio Cremonini ha scelto di raccontare una delle vicende più discusse dell'Italia contemporanea come una discesa agli inferi cui lo stesso Cucchi ha partecipato con quieta rassegnazione, sapendo bene che alzare la voce e raccontare la verità, all'interno di istituzioni talvolta più concentrate sulla propria autodifesa che sulla tutela dei diritti dei cittadini, sarebbe stato inutile e forse anche pericoloso.
Cremonini sposa il racconto della famiglia Cucchi e la loro denuncia di un pestaggio delle forze dell'ordine come causa principale della morte del detenuto affidato alla loro custodia, e anche se non ci mostra direttamente la violenza ce ne illustra ampiamente le conseguenze.
La sua narrazione è imbavagliata e compressa, un po' perché l'iter legale è tuttora in corso, un po' perché questo è un modo efficace per rappresentare il tunnel in cui Cucchi è entrato, le pareti sempre più strette intorno al suo corpo martoriato, fino alla scena in cui la testa di Stefano è letteralmente incastrata fra due supporti che sembrano una morsa, uno strumento di tortura medievale. Intorno a lui si muove un universo magmatico e incolore fatto di rifiuti e ostruzionismi, di autorizzazioni non concesse e responsabilità non assunte, di ottusa burocrazia e di ipocrisia travestita da rispetto delle regole.
Cremonini sceglie di non fare di Cucchi un santino, anzi, ne illustra bene le debolezze e le discutibili abitudini di vita. Stefano acconsente alla propria odissea perché si vive come una "cosa da posare in un angolo e dimenticare": e perciò minimizza, non si fa aiutare, non cerca di rendersi simpatico, alle autorità come al pubblico. Ma è proprio sull'anello debole della catena che si misura la solidità di un sistema democratico, e giustizia, carcerazione e sanità dovrebbero comportarsi correttamente a prescindere dalla stima che nutrono per i soggetti affidati alla loro tutela.

Luca Moretti e Toni Bruno, Non mi uccise la morte, Castelvecchi, Edizione 2010

(dal risguardo di copertina del volume di Luca Moretti e Toni Bruno) La notte del 15 ottobre del 2009, il giovane geometra Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia dei Carabinieri nei pressi del Parco degli Acquedotti di Roma e trovato in possesso di una piccola quantità di hashish. I militari, dopo aver perquisito l'abitazione di Cucchi, arrestano il ragazzo e lo portano in caserma. Al momento dell'arresto - contrariamente a quanto si è sostenuto Stefano gode di ottima salute e frequenta quotidianamente un corso di prepugilistica. Il giorno dopo il suo arresto, processato per direttissima nel tribunale di piazzale Clodio, ha il volto segnato ma sta ancora bene. Quello è l'ultimo momento in cui i genitori di Stefano Cucchi hanno la possibilità di vedere loro figlio. Perché, una volta condotto nelle celle di sicurezza del tribunale e, da lì, nella sezione penale dell'ospedale Sandro Pertini, Stefano Cucchi emergerà dall'incubo in cui è precipitato soltanto grazie a una serie di immagini raccapriccianti: gli occhi incavati e la mascella rotta come uniche testimonianze di un trattamento crudele e disumano. "Decretato" morto la mattina del 22 ottobre, Stefano Cucchi da quel momento in poi diventa il simbolo dei diritti negati e dei tanti - troppi - omicidi commessi nelle carceri, sotto la tutela dello Stato. "Non mi uccise la morte" racconta con partecipata sofferenza gli ultimi giorni di vita del ragazzo e, con coraggio, squarcia il velo di omertà che è sembrato calare su un caso che ha commosso l'Italia.

 

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25 agosto 2018 6 25 /08 /agosto /2018 09:48
Fire Squad. Incubo di Fuoco (Only the Brave), USA, 2017

Nessuno come gli Americani riesce a realizzare degli ottimi film per celebrare personaggi eroici o "eroi" della vita quotidiana, cioè coloro che hanno puntato alto per realizzare il proprio sogno.
Sono ben pochi i cineasti europei che riescono a realizzare simili film, non vuotamente celebrativi, che rendono omaggio a persone che si sono distinte nel proprio campo specifico, sino al punto di dare la propria vita per una causa in cui credevano fermamente oppure per portare fino in fondo il proprio dovere oppure semplicemente colti da circostanze avverse nello svolgimento dei propri compiti.
Ovviamente questo è solo uno dei filoni del cinema USA, poichè qui i cineasti sono in genere maestri nell'affabulazione e nella trasposizione cinematografica di fatti realmente accaduti.
Gli esempi di "cinema degli eroi" nella cinematografia USA sono infiniti, basti pensare - per fare un paio di esempi - al film che racconta le vicende dei Vigili del Fuoco intrappolati tra le macerie dopo il crollo della seconda delle due Torri gemelle, oppure a quello che narra la storia vera di tre commilitoni che, congedatisi dall'esercito dopo il loro servizio in uno dei recenti scenari di guerra medio-orientali, trovandosi a compiere un viaggio di svago in Europa, si trovano a sventare un attentato terroristico su di un treno a lunga percorrenza sul quale si trovavano a viaggiare.

Questo "Fire Squad. Incubo  di Fuoco" (titolo originale: Only the Brave), uscito nel 2017 per la regia di Joseph Kosinsky, racconta la storia vera dei Granite Mountain Hotshots, la prima squadra anticendi boschivi di un corpo di Vigili del Fuoco municipali dell'omonima cittadina, promossi al rango di "hotshot", cioè di quegli addetti altamenti specializzati che vanno a lottare sul campo direttamente contro il fronte degli incendi boschivi, eventualmente con l'utilizzo della tecnica dei "controfuochi".
Il film racconta senza inutili retoriche la loro storia, dalla costituzione della squadra, attraverso la loro quotidiana attività, sino al tragico epilogo dovuto alla concomitanza di circostanze avverse, non certamente alla loro temerarietà o ad una qualche loro negligenza, nello scenario dell'incendio boschivo di Yarnell Hill. Della squadra di  20 valenti spegnitori, sopravvisse soltanto uno (per circostanze fortuite) e questo sopravvissuto, Brendan McDonough di 21 anni, diventerà l'infaticabile custode della loro memoria e di un mausoleo arboreo che diviene il luogo della rimembranza e del pellegrinaggio dei familiari.
Il film, come tutti quelli tratti da storie vere, si conclude con una rassegna fotografica dei personaggi veri: e ciò serve a radicare ancora di più il fim nella realtà e renderlo uno strumento di omaggio "alla memoria".

Un tempo, nella cinematografia, venivano celebrati con esempi di "cinema-verità" gli eroi di guerra (anche se con luci ed ombre): si veda ad esempio il problematico esempio del film di Clint Eastwood, sul vero ruolo del manipolo di soldati che piantarono la bandeira USA su di un colle di Iwo Jima.
Soprattutto, al giorno d'oggi, quando in molti luoghi (troppi) si combattono delle guerre bastarde, non possono più esserci eroi da celebrare in cui tutti si possano identificare, proprio perchè i soldati inviati a combattere in questi scenari di guerrre liquide, non combattono più per una causa giusta, per quanto insensata, come si poteva pensare al tempo della II Guerra Mondiale.
Non ci sono più eroi nelle guerre moderne, ma solo "bastardi senza gloria" che si trovano a combattere, a uccidere e ad essere uccisi, solo per futili motivi, oppure per menzogne coe sono state proprinate loro, oppure ancora per la paga che ricevono), per citare il titolo di un film di Quentin Tarantino.
Ed ecco la necessità di celebrare gli eroi della vita quotidiana, esempi di dedizione e di aderenza al proprio impegno sino alle più estreme conseguenze.

 

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22 agosto 2018 3 22 /08 /agosto /2018 11:56
Shark. Il Primo squalo /The Meg), USA, 2018 - Locandina del film

Molti ricorderanno Il Mondo Perduto (1912) di Sir Arthur Conan Doyle, romanzo che ipotizza l'esistenza di una terra sperduta tra i monti di un un luogo isolato, dove - per eccezionali condizioni climatiche e orografiche - gli animali presistorici sono sopravvissuti, tema, peraltro ripreso in King Kong (il romanzo di Delos Wheeler Lovelace -  erroneamente attribuito a Edgar Wallace - da cui sono stati tratti diversi film sino al fortunatissimo remake del regista de La compagnia dell'Anello).
Si tratta di una delle tante variazioni del tema della possibile sopravvivenza di animali di lontane ere del passato, dotati di forza e, soprattutto, di dimensioni straordinarie, che in anni recenti è tornato di moda con la fortunatissima serie di Jurassic Park, a partire dalla geniale idea inaugurata dal compianto Michael Critchon (che ha intitolato il secondo volume della saga "Il Mondo Perduto", proprio in omaggio all'opera di Doyle).
Il romanzo di Steve Alten (sua prima opera letteraria), dal titolo Meg (pubblicato in lingua originale nel 1997 e in traduzione italiana da Mondadori nel 1999, e adesso in concomitanza del film riedito nel corso del 2018) riprende e sviluppa questo tema applicandolo al Carcharodon Megalodon, superpredatore dei mari preistorici al vertice indiscusso della catena alimentare marina  dell'era giurassica e antenato del temibile Squalo Bianco (Carcharodon Carcharias) dei nostri giorni, di cui conosciamo soltanto alcuni giganteschi denti fossili, sulla base dei quali sono state effettuati delle ricostruzioni delle mandibole del Megalodon.
Il romanzo e il film danno una risposta ai molti quesiti irrisolti sull'estinzione del Megalodon ed anche a quelli relativi alla possibilità di sacche ecosistemiche in cui alcuni esemplari siano sopravvissuti sino ai nostri giorni.
Il romanzo ha una trama molto ricca e aritcolata e si legge con piacere, per via di numerosi colpi di scena, a partire dalla liberazione per cause accidentali di un esemplare di Megalodon che, per particolari condizioni ambientali vive nello strato più profondo della Fossa delle Marianne e che per circostanze fortuite riemerge sino alla superficie.
Si attiva una caccia dell'esemplare di Megalodon che si è evaso dalla sua prigione abissale, una caccia in cui convergono opzioni diversi, tra cui quella di immetterlo in un gigantesco bioparco e quella di trattarlo come rappresentante di una specie in via di estinzione e dunque da proteggere. Tutti progetti alquanto utopici e non realistici, poichè il Megalodon è una possente ed invincibile macchina da guerra da cui non c'è molta possibilità di scampo.

Il film "Shark. Il Primo Squalo (The Meg)", uscito nel 2018 (USA), si presenta come un accattivante e travolgente film d'azione, dalla trama decisamente più semplificata rispetto al romanzo di Alten, e con numerose traslocazioni dei caratteri dei personaggi, rimescolamenti vari delle loro vicende personali e dei rispettivi destini.
Il film di puro intrattenimento e con molti effetti speciali (e con, in più, la presentazione in modi interessanti della moderna tecnologia delle discese sottomarine abissali)  si vede con piacere, anche se la tensione drammatica che si crea è guastata da boutade kitsch da commedia tipicamente americane.
Il target elettivo di questo film è per la neo-categoria commerciale dei cosiddetti "young adults".

Steve Alten, Meg, Mondadori, 2018

Il romanzo del 1997 è stato tempestivamente ripubblicato da Mondadori nel 2018, con debito anticipo rispetto all'uscita del film nelle sale cinematogriche.

(dal risguardo di copertina) Il più terribile predatore di tutti i tempi è tornato dal Giurassico. E intende riconquistare il suo posto in cima alla catena alimentare.
Jonas Taylor è un pilota di sommergibili militari, il migliore nel suo campo. La sua missione è quella di immergersi nella Fossa delle Marianne, uno dei luoghi più profondi e misteriosi del Pacifico, ed esplorarla. Ed è qui, a undici chilometri di profondità, che Jonas si trova faccia a faccia con il più terribile predatore degli abissi: il Carcharodon megalodon. Un mostro lungo diciotto metri considerato il cugino preistorico del Grande Squalo Bianco. Un animale che, stando ai più rinomati studi, sarebbe scomparso dalla faccia della terra milioni di anni fa. Grazie a una manovra di emergenza estremamente rischiosa, Jonas riesce a risalire in superficie ma purtroppo due scienziati a bordo del sommergibile perdono la vita e la sua carriera è rovinata per sempre. La Marina archivia il caso sostenendo che Jonas è stato vittima di una forma di allucinazione. Sono passati sette anni da quel giorno e Jonas non ha mai smesso di cercare di dimostrare che quella creatura mostruosa non era il frutto della sua immaginazione. È diventato un paleobiologo nel frattempo ed è fermamente convinto che il megalodonte si nasconda sul fondo della fossa in una zona di corrente calda a sua volta sovrastata da undici chilometri di acqua gelida. Quando finalmente gli si presenta l'occasione di reimmergersi in quella zona dell'oceano, Jonas è certo di tornare in superficie con una prova inconfutabile dell'esistenza del mostro: uno dei giganteschi denti del megalodonte. Ma la presenza dell'uomo in quel territorio inesplorato rompe un equilibrio secolare. Uno dei megalodonti riesce a fuggire dal suo Purgatorio pronto a riconquistare il suo posto in cima alla catena alimentare. E Jonas è l'unica persona che è in grado di fermarlo

Steve Alten, Meg. Minaccia dagli Abissi, Feltrinelli, 2018

Al romanzo di Steve Alten del 1997, ha fatto seguito Meg. La minaccia degli abissi che è stato edito dal Feltrinelli nell'Agosto del 2018.
(Dal sito della Feltrinelli) Nel profondo silenzio della Fossa delle Marianne, una spedizione sottomarina sta setacciando la zona da dove era riemersa, quattro anni prima, una specie preistorica di squalo bianco gigante, il Carcharodon megalodon, un mostro ritenuto estinto che aveva seminato morte e distruzione, sconvolgendo l'intera costa californiana, ed era stato fronteggiato e ucciso da Jonas Taylor, il pilota di sommergibili militari che lo aveva avvistato per primo nell'incredulità generale. Anche questa spedizione, però, finisce nel sangue e fa sapere al mondo che altri megalodon popolano gli abissi, pronti a spargere il terrore tra gli uomini che osano sfidare il loro dominio. Terry Taylor, la moglie di Jonas, è chiamata sul posto per fare chiarezza su quanto accaduto, mentre Jonas rimane a Monterey dove è stato costruito il più spettacolare acquario del mondo appositamente per accogliere Angel, la femmina di megalodon sopravvissuta al massacro di quattro anni prima, e diventata ormai un'attrazione turistica. Jonas però è inquieto, non ha mai visto Angel così agitata. L'acquario è collegato direttamente al Pacifico tramite un enorme canale, chiuso da un gigantesco cancello d'acciaio per impedire la fuga al megalodon, e da quell'apertura Angel può sentire non solo il profumo del mare ma anche l'odore, dolce e pungente, di un branco di balene che nuotano a chilometri di distanza... 

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3 agosto 2018 5 03 /08 /agosto /2018 12:00
Io, Dio e Bin Ladem (Armi of One)

Io, Dio e Bin Laden (Army of One) è un film direct-to-video (termine usato per indicare un film non destinato alla distribuzione cinematografica, ma commercializzato esclusivamente per supporti Home video, come DVD, VHS, Blu-ray Disc) del 2016 diretto da Larry Charles (già regista di Borat) e interpretato da Nicolas Cage.
Il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane da Koch Media a partire dal 25 luglio 2018.
Il film è tratto dalla storia vera di Gary Brooks Faulkner, un cittadino statunitense che tra il 2002 e il 2010 si recò più volte (alcune fonti dicono 11, addirittura) tra le montagne del Pakistan, armato di una spada acquistata online, con l'obiettivo di localizzare e catturare Osama Bin Laden, sulla base di un "comando" divino: una missione portata avanti con tale perseveranza, magrado i veti, le barriere e le espulsioni da meritarsi l'appellativo popolare di "the Osama Bin Laden Hunter": un personaggio originale ed emblematico che ha conquistato un posto al "David Lettermann Show" per una lunga intervista. Per noi, cose mai viste e che solo in America...
La storia che la pellicola propone è interamente centrata sulla recitazione sopra le righe, esasperata e tragicomica, di un un insolito Nicolas Cage - barbuto e incanutito hippie fuori tempo - che, in una parte lontana dai ruoli che solitamente gli sono attribuiti, ha cercato (riuscendoci, se si guardano attentamente, prima dei titoli di coda i filmati che ritraggono il vero Gary Brooks Faulkner) di entrare nella parte di un personaggio fanatico con la sua ossessione di catturare personalmente Osama Bin Laden, avendone ricevuto mandato nientemeno che da Dio in persona.
Personalmente, ho fatto fatica a seguirlo; mi ha annoiato per la sua ripetitività tematica, nello sforzo di rappresentare (per quanto nello stile della commedia esasperata) una forma di follia razionale, monotematica ed egosintonica nella parodia del "buon americano" che, a tutti i costi, cerca di fare la cosa giusta per salvare il suo paese dal Male.

Comunque, chapeau all'interpretazione di Nicolas Cage.

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29 marzo 2018 4 29 /03 /marzo /2018 00:33

L'altro giorno mio figlio Francesco, in vacanza a Palermo, mi ha preceduto a casa dove avevamo appuntamento per pranzare assieme.
L'ho trovato che riprendeva dettagli della casa, con la passione del cineasta che trova dovunque nell'ambiente che lo circonda spunti da riprendere (e anche per fare esercizio).
Non si tratta soltanto di riprendere, ma anche quello di trovare lo spunto per delle narrazioni che devono essere concise e che devono dispiegarsi grazie al taglio delle riprese e alle scelte di campo.

Era profondamente intento in quest'attività ed io l''ho seguito a distanza di sicurezza, per non interferire.
Sembrava che volesse riprendere ogni cosa.
Poi, successivamente, mi ha ha inviato il piccolo video che ha realizzato.

Devo dire che mi ha emozionato e avrei voluto che si protraesse al di là della sua durata effettiva.

Sta diventando sempre più bravo e la cosa bella è questa passione pervasiva che mostra di possedere.

Sono convinto che abbia trovato la sua via e gli auguro di potercontinuare a seguirla.

Ma la cosa bella è anche che, secondo me, nel realizzare queste riprese ha mostrato amore nei confronti della casa dove sua nonna e suo zio (ma anch'io, ovviamente) hanno vissuto e che lui conosce bene dalla sua infanzia.

E questo si vede bene nell'attenzione ai piccoli dettagli, quasi che ogni cosa (ciascuna delle quali ha una storia e contiene insita in sé delle narrazioni che potrebbero essere dispiegate e tramandate, avesse per lui una profonda valenza valoriale.

E' una buon inizio e c'è da sperare bene.

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24 novembre 2017 5 24 /11 /novembre /2017 10:08

Era bianco e aveva gli occhi e la bocca di ghiaia nera, probabilemnte presa dal passo carraio e per braccia due ramoscelli di melo.
- Dio santo, - ansimò.
- E' solo un pupazzo di neve.

Dal sito Einaudi

Jo Nesbø, L'uomo di neve, Einaudi Stile Libero Big, Einaudi, 2017

L'uomo di neve del giallista scandinavo (più specificatamente norvegese) Jo Nesbø (titolo originale: Snømannen, nella traduzione di Eva Kampmann), è stato pubblicato di recente da Einaudi (Stile libero Big, 2017), in concomitanza dell'uscita nelle sale cinematografiche del film che ne è stato tratto. In realtà, la palma della prima pubblicazione in traduzione italiana di quest'opera di Nesbø, uscita in lingua originale nel 2007, è stata della casa editrice Piemme.  L'uscita del film e la sua visione sono stati per me occasione per mettere mano alla lettura del romanzo.
Il film in sé mi é piaciuto, anche se la sua trama mi é risultata un po' aggrovigliata, forse per un eccesso di compressione d'una vicenda narrata nel libro in più di 500 pagine a fitti caratteri.
La lettura, venuta dopo, non è stata dunque per me la stanca ripetizione di una vicenda già nota e privata del fondamentale elemento della suspence, ma è risultata polarizzante ed anche monopolizzante rispetto ad altri libri in cantiere.
Ho avuto modo di notare che alcuni elementi della narrativa sono stati arbitrariamente modificati (proobabilmente per accorciare) e che alcuni personaggi sono stati deliberatamente omessi (sempre per introdurre una necessaria brevità) o semplicemente accennati, ma non delineati a pieno tondo.
La storia scritta - oltre che più appassionante - è più comprensibile e lineare, per quanto complessa, anche perchè vengono esplorati in modo più esaustivo alcuni importanti antefatti.
La suddivisione per capitoli titolati (e datati, sicchè risulta più facile distinguere tra il passato remoto e il presente dell'indagine sui delitti dell'Uomo di Neve) rende molto semplice al lettore l'orientamento e il ritorno ad alcuni momenti preccedenti che possedevano un'importanza cruciale non immediatamente compresa.
Il detective Harry Hole, con un passato tormentato e sull'orlo di una ricaduta nell'etilismo, ha una funzione determinante per via delle competenze di killer profiler, da lui acquisite in USA,nel dipanarsi di una vicenda che con mille vicoli ciechi prosegue sino alla risoluzione finale e all'identificazione dello spietato killer.
La "serie Harry Hole" è la più cospicua nella multiforme ed eclettica produzione letteraria di Nesbø che è autore anche di gradevoli libri per l'infanzia.
Prima lettura di quest'autore, da me pienamente apprezzata, tanto da indurmi a desiderare di leggere anche gli altri giù presente nel "deposito" casalingo delle letture da fare e di procurarmi quelli mancanti all'appello, magari cominciando da quelli che vedono Hole come protagonista.

"Con la prima neve lui ucciderà ancora"
(soglia del testo in prima copertina).

Jo Nesbo (fonte delle foto Wikipedia)

(dal risguardo di copertina)Una notte, dopo la prima neve dell'anno, il piccolo Jonas si sveglia e scopre che sua madre è sparita. La sciarpa rosa che lui le aveva regalato per Natale è avvolta al collo del pupazzo di neve che, inspiegabilmente, quel giorno è apparso nel loro giardino. Ma quando anche una seconda donna scompare nei dintorni di Oslo, i peggiori presentimenti dell'ispettore Harry Hole sembrano prendere davvero corpo. È evidente che si trova a fronteggiare un serial killer per la prima volta in Norvegia.

Sull'Autore. Jo Nesbø (Oslo, 1960) ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista freelance, ha fatto il broker in borsa e, last but not least, è uno degli autori di crime più importanti al mondo. Della serie con protagonista l'ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete e L'uomo di neve. Presso Einaudi sono usciti anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve e Sole di mezzanotte. Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia e Il pettirosso.

Leggi l'estratto dei primi capitoli

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29 maggio 2017 1 29 /05 /maggio /2017 08:34

Sicilian Ghost Story, locandina"Sicilian Ghost Story" (per la regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza), presentato al Festival di Cannes 2017, è  un film liberamente ispirato al racconto di Marco Marcassola, "Un Cavaliere Bianco", contenuto in una raccolta di brevi racconti tutti costruiti attorno a fatti di cronaca dal titolo "Non saremo confusi per sempre" (Einaudi, Coralli, 2011).
Sia il racconto sia il film scaturiscono dalla vicenda del sequestro dell'ancora undicenne Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito di mafia, che dopo oltre 700 giorni (779, per la precisione) di cattività venne strangolato e sciolto nell'acido: un'azione atroce che ruppe un confine che sino a quel momento le cosche mafiose non avevano mai travalicato e che ebbe delle ripercussioni, nel senso di rompere degli equilibri e indurre altri alla confessione.
Il film che, come il racconto di Marcassola, ha voluto porsi come un tributo alla sua memoria, riesce a raccontare la vicenda su di un crinale in cui la dimensione onirica e fiabesca si confonde con il reale e con la terribile crudezza degli eventi, avendo come filo rosso conduttore e metronomo della narrazione una delicata storia d'amore che trasfigura il crudo e violento fatto di cronaca, riscattandone l'intrinseca e indicibile violenza e fornendo una via di uscita dalla cupa prigione del suo esercizio.
E' un film che lascia il segno, che - credo - possa essere anche un'efficace strumento di insegnamento per le giovani generazioni.
Il film - come del resto il racconto di Mancassola - rappresenta una sublimazione ed una trasfigurazione del semplice fatto di cronaca: non è rilevante aver in mente "quel" fatto per avere una piena fruizione di esso; anzi, al fatto di cronaca è bene non pensarci affatto in prima battuta. A ricordarcela sarà la dedica finale che comparirà al termine della pellicola.
L'effetto sublimazione i registi sono riusciti a realizzarlo, sia attraverso la trasposizione della vicenda in luoghi "altri", rispetto a quelli in cui ebbero luogo i fatti. E così la scelta di location - a mio avviso etnee - e le scene che hanno luogo nel cuore del bosco fitto di alberi svettanti e di esemplari vestusti hanno sullo spettatore un effetto straniante: il bosco che è, d'altronde, la culla di molte fiabe in cui hanno luogo incontri perturbanti con animali antropomorfizzari oppure fortemente simbolici, come è ad esempio l'incontro con il cane mordace proprio all'inizio del film o la comparsa ominosa della civetta in momenti topici, come frutto delle visioni di Silvia oppure come espressione di una sua concreta percezione.
Per lo spettatore, spesso, rimane tutto indecidibile se ciò che vede sia realtà, sogno o fiaba.
Anche se poi, ovviamente, dovrà ricredersi, pur rimanendo propenso il metalivello cognitivo lungo il quale tutta la narrazione  lo ha condotto a giocare, immergendosi anche lui in quel sogno che a tratti diventa incubo (come ad esempio l'indugiare su alcuni momenti della lunga prigionia).
Il racconto di Marcassola ha una struttura narrativa lievemente diversa, poichè se, da un lato, racconta le tappe della straziante agonia di Giuseppe e della vile azione della cosca che lo ha imprigionato, dall'altro, si sofferma - attraverso la storia di Silvia dilatata in più di otto anni su di un faticoso e sofferto processo di elaborazione del lutto, attraverso la creazione di un personaggio fantastico - "il cavaliere pallido, appunto - con attitudini supereroiche (e dunque consolatorie e salvifiche).
Per quanto riguarda un approfondimento dell'evento "storico", rappresenta una lettura irrinunciabile il libro che contiene le memorie del pentito di mafia Giuseppe Monticciolo (il "tedesco", fidato esecutore degli ordini di Giovanni Brussca) che racconta (con la revisione del testo operata dal giornalista Vincenzo Vitale) la storia di Giuseppe Di Matteo e i suoi retroscena (Giuseppe Monticciolo con Vincenzo Vasile, Era il figlio di un pentito, Bompiani Overlook, 2007), con una prefazione di Vasile che è una vera e propria "guida alla lettura".
Film, racconto letterario in parte fiction e testimonianza sono tutti egualmente fruibili, ma guardati assieme conferiscono spessore e profondità all'orribile fatto di cronaca. Tracce della testimonianza di Monticciolo, peraltro, si rinvengono come elementi di un mosaico o di un puzzle nel film e nel racconto letterario, con il collante dell'elemento immaginifico e poetico. In entrambi, racconto e film, vi è viva e vibrante la speranza e la ferma convinzione che l'amore puro ed incrollabile possa riscattare tutto l'orrore e le ferocia di cui alcuni uomini che hanno perso tutta la propia umanità, spinti dalla brama di potere e di controllo,possono essere capaci.

Marco Marcassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi I Coralli, 2011Marco Marcassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi (I Coralli), 2011

(dal risguardo di copertina) Nella luce di una primavera argentata, nella baia di un'isola, sbarca un regista inquieto e ossessionato dallo sparo che risuonò, sulla stessa spiaggia, in una notte lontana del 1978. E l'inizio di un intreccio che lega casi di cronaca famosi - che hanno traumatizzato e commosso la nostra coscienza e che il lettore non stenterà a riconoscere - a vicende insospettate e meravigliose. Più a nord, in una pianura immersa nell'inverno, una indimenticabile sedicenne si specchia teneramente nel destino di una donna in coma. Il piccolo caduto in un pozzo, quello per cui un intero paese di madri, padri, bambini rimane col fiato sospeso, inizia un viaggio alla scoperta di un regno sotterraneo. E ancora, il ragazzino al centro di un terrificante caso di mafia e il diciottenne vittima di un pestaggio della polizia vedono la propria storia aprirsi su scenari straordinari, che illuminano di nuova luce i fatti. In un tempo come il nostro, pare difficile superare la cronaca, la crudeltà degli eventi, venire a capo del nodo in gola e della cicatrice che certe vicende hanno lasciato.

Giuseppe Monticciolo con Vincenzo Vasile, Era il figlio di un pentito, Bompiani Overlook, 2007

(dal risguardo di copertina) Giuseppe Monticciolo, il braccio destro di Giovanni Brusca, figura eminente del clan dei Corleonesi, si racconta, dai primi passi nel paese per diventare qualcuno - lui piccolo muratore che il dna familiare spinge subito a cercare protezione nell'ambiente "giusto" - al battesimo di fuoco come killer agli ordini di Brusca, fino alla specializzazione nella costruzione di bunker e nascondigli per capi e prigionieri. Soprattutto, la storia del rapimento di Giuseppe di Matteo, tredicenne figlio di un pentito le cui rivelazioni costarono a Brusca la prima condanna all'ergastolo, della sua brutale detenzione, dello strangolamento e della dissoluzione del corpo nell'acido per far sparire ogni tracca dell'efferato delitto. La vicenda, degna di un film di Scorsese, "turba" Monticciolo che, pensando al ragazzo chiuso nel bagagliaio, avverte un moto di pietà e la tentazione di fare qualcosa, ma ne è impedito dalla certezza di quello che accadrebbe non solo a lui ma a tutta la sua famiglia se sgarrasse. E del resto, quell'azione disumana, culmine di una serie di altri delitti spietati, segnò l'inizio della fine per un'intera generazione di mafiosi, i sanguinari corleonesi: uno dopo l'altro finiscono in galera Riina, Bagarella e Brusca, uomini-simbolo di una stagione segnata dalla violenza.

 

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8 maggio 2017 1 08 /05 /maggio /2017 10:37

The Circle, il ilm del 2017, tratto dall'omonimo romanzo di Dave EggersThe Circle è un film del 2017 scritto e diretto da James Ponsoldt, interpretato da Tom Hanks, Emma Watson, John Boyega e Karen Gillan.
E' un film che denuncia un possibile totalirismo (una sorta di "dittatura della mente") realizzabile attraverso l'uso sempre più estensivo dei Social: di fatto, allo stato attuale, stando in uno qualsiasi dei social (come capita a molti, sempre di più oggi, in molti social contemporaneamente, con uno o più profili di cui uno passabilmente vero, mentre altri magari sono dei fake, giusto per l'ebbrezza di sperimentare identità differenti) si è ipercontrollati, grazie al fatto che si rinuncia volentieri alla propria privacy, in modo sempre più estensivo, per "raccontarsi" in rete, utilizzando le emoticone, postando foto, condividendo link, esprimendo le proprie opinioni.
Le nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre idiosincrasie diventano così trasparenti e pubbliche, specie quando c'è questa corsa sfrenata ad illustrare la propria vita privata, potenziata dal desiderio narcisistico di apparire e dall'ossessione di essere "wired", di essere connesso a tutto il "mondo" dei propri contatti e di patire viceversa un intollerabile isolamento.
Intanto, attraverso algoritmi sempre più potenti siamo monitorati, osservati e registrati. Riceviamo poi, attraverso il web, delle pubblicità personalizzate e onnipresenti oppure l'invito a partecipare a dei giochi (applicazioni queste che richiedono una liberatoria per condividere tutti i tuoi dati e i tuoi contatti con il gestore del social che ti popone il gioco).
E se qualcuno decidesse di accentrare tutto ai fini del controllo della società? Non arriveremmo forse ad una versione ammodernata del "Grande Fratello", con l'illusione di essere più liberi e capaci di autodeterminazione, con la conseguenza di entrare in una dittatura mascherata dietro una maschera di "democrazia e universalità delle relazioni sociali"?
Interrogativo davvero inquietante: considerando anche che tutto ciò che entra nella rete "è per sempre", considerando il caso di videoclip talvolta violenti ed espressione di prevaricazione che, entrando nella rete, diventano rapidamente "virali" oppure l'ansia e la frenesia che spingono molti a postare compulsivamente le proprie foto in una voglia di condivisione capillare di ogni momento della propria esistenza, con il volontario abbatimento delle barriere della propria privacy. E quando tutta la nostra vita viene riversata nella rete, cosa resta delle vita vera e del nostro rapporto con la realtà? Ben poco probabilmente... Ed uno dei sintomi eclatanti di ciò è dato certamente dal fatto che, spesso e volentieri, le persone preferiscono comunicare attraverso il social che non nella vita reale, quando sono faccia a faccia o seduti accanto: nella storia proposta dal film, la protagonista e tutti gli altri personaggi vivono una vita asessuata, in cui i contatti fisici sono pressocchè esclusi.
D'altra parte, le recenti dichiarazioni pubbliche di Zuckerberg, in un momento in cui Facebook sembrerebbe in dleclino, visto il "sorpasso" da parte di altri reti social maggiormente tarate per una diffusione delle immagini, utilizzando non soltanto il computer, ma anche i dispositivi di telefonia mobile di nuova generazione, con l'enfasi posta sulla nuova mission di Facebook di dare un maggiore spazio alle "relazioni sociali", sembrerebbero dare conferma a questo trend e a fare apparire quanto proprosto da questa storia non più semplicemente una fiction avveneriswitica, ma qualcosa che si sta già realizzando ora.
La storia in sintesi. Una giovane informatica viene assunta presso una potente azienda di telecomunicazioni. In breve tempo, col suo diligente lavoro, porta l'azienda a livelli altissimi per poi trovarsi in una complicata situazione di pericolo a causa delle implicazioni di privacy, sorveglianza e della libertà degli individui. La ragazza si rende presto conto che le sue decisioni e azioni saranno determinanti per il futuro dell'intera umanità.
La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo "Il cerchio" (The Circle) di Dave Eggers del 2013, con una Emma Watson ancora acerba, ma in un percorso in cui cerca di scrollarsi di dosso il personaggio di Hermyone Granger della saga di Harry Potter, nel confronto serrato con Tom Hanks che si trova ad impersonare il leader che anima The Circle, sornione, accativante e, in fondo, tremendamente plagiante.
Di seguito, qualche notizia sul volume cui il film si è ispirato (Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori, Scrittori italiani e stranieri, 2016)

 

Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori(Soglie del testo) Benvenuti al Cerchio. Tutti i tuoi amici sono qui. Il Cerchio mette tutti insieme. Le tue ricerche e i social media. I tuoi messaggi. Le notizie. Le transazioni finanziarie. Le tue foto. La tua storia clinica. I tuoi film preferiti. Con il Cerchio sono finiti i tempi degli account multipli, della serie infinita di password, app, portali e piattaforme.
«Sapere è bene. Sapere tutto è meglio
"Mio Dio, questo è un paradiso" pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web, un asteroide lanciato nel futuro e pronto a imbarcare migliaia di giovani menti. Mae adora tutto del Cerchio: gli open space avveniristici, le palestre e le piscine distribuite ai piani, la zona riposo con i materassi per chi si trovasse a passare la notte al lavoro, i tavoli da ping pong per scaricare la tensione, le feste organizzate, perfino l'acquario con rarissimi pesci tropicali. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. "Se non sei trasparente, cos'hai da nascondere?" è uno dei motti aziendali. Cioè, condividere sul web qualsiasi esperienza personale, trasmettere in streaming la propria vita. Nessun problema per Mae, tanto la vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino. Perlomeno fino a quando un ex collega non la fa riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili? Se crolla la barriera tra pubblico e privato, non crolla forse anche la barriera che ci protegge dai totalitarismi
L'autore. Dave Eggers è nato a Boston, e si è laureato in giornalismo alla University of Illinois. È autore di libri di successo come L'opera struggente di un formidabile genio (Mondadori, 2001) ed Erano solo ragazzi in cammino (Mondadori, 2008), finalista del National Book Critics Circe Award. Da quel libro, su Valentino Achak Deng, sopravvissuto alla guerra civile nel Sudan meridionale, è nata la «Valentino Achak Deng Foundation», che si dedica a costruire scuole medie nel Sudan meridionale. Eggers è il fondatore e il direttore di McSweeney's, una casa editrice indipendente di San Francisco che pubblica una rivista trimestrale, il mensile «The Believer», e «Wholphin», un DVD trimestrale di film brevi e documentari. Nel 2002, insieme a Nínive Calegari ha fondato «826 Valencia», un centro nonprofit di scrittura e tutoring per ragazzi del Mission District di San Francisco. Ha pubblicato per Mondadori: Conoscerete la nostra velocità (2003), La fame che abbiamo (2005), Le creature selvagge (2008), Zeitoun (2009), Ologramma per il re (2013) e Il cerchio (2014), I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? (2015), Eroi della frontiera (2017). Il Gruppo Editoriale L'Espresso ha pubblicato nel 2011 La storia di Capitano Nemo raccontata da Dave Eggers.

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26 dicembre 2016 1 26 /12 /dicembre /2016 06:08
Tony&Susan (Animali Notturni). Un thriller non thriller che è una profonda riflessione sulla letteratura

(Maurizio Crispi) Tony&Susan (Nocturnal Animals, nella traduzione di Laura Noulian,  Adelphi, Collana Fabula,, 2011) scritto da Austin Wright, è un pregevole esempio di meta-letteratura e di scrittura allegorica, con un'approfondita messa a nuda sul rapporto che si ingenera tra lo scrittore e il suo lettore, partendo dalla premessa che lo Scrittore scrive per mettere inscena dei suoi fantasmi personali e che, sopratutto, in funzione di ciò, scrive rivolto ad un "Lettore" in particolare, quello che si potrebbe definire l"ur-lettore" , il lettore originario per il quale la storia si dipana. C'è sempre un lettore originarioper il quale un romanzo ha ragione di essere: talvolta,l'ur-lettore è lo stesso scrittore.
E Sudsan Morrow è l'uTony&Susanr-lettore di Edward Sheffield, suo ex marito, Tony protagonista del romanzo "Animali notturni" che Edward le invia per una prima lettura e per un parere (ma non è questo il fine ultimo, non lo è mai) è il doppelganger di Edward.
Susan legge e, superato il primo scetticismo, si appassiona alla lettura: stranamente, poichè non aveva mai scommesso sul futuro letterario dell'ex marito, anzi questa sfiducia - assieme ad altre cose - era stata proprio una delle cause del fallimento delloromatrimonio. Susan vuole leggere e andare avanti e intanto interrogativi si affollano nella sua testa, come anche reminiscenze sulla storia matrimoniale passata che sembravano caduto nell'oblio.
Quindi, in parallelo alla lettura del romanzo, Susan si trova a rivivere la sua relazione con l'ex marito e si affacciano nel suo scenario mentario dubbi, interrogativi ed esami retrospettivi sulla relazione con l'attuale marito.
Si passa, instancabilmente, da una pagina all'altra di questo doppio registro, sicchè i livelli si confondono, quello della realtà e quello finzionale: ma quello finzionale non sarà poi una possibile - alternativa - realtà?
Stimolata dalla lettura del romanzo Susan vorrebbe incontrarsi con Edward, che si trova a passare dalla città in cui vive (come le ha annunciato, contestualmente all'invio del dattiloscritto), ma egli le si nega e l'incontro che sarebbe liberatorio non può avvenire, lasciando Susan frustrata e in uno stato d'inquietudine, con la consapevolezza che la sua vita non potrà più essere la stessa.
Tony &Susan è un raro esempio di scrittura in cui viene mostrato quale può essere il senso della letteratura, al di làdi una sua funzione di puro intrattenimento: la vera Letteraturaè quella che suscita nel lettore degli interrogativi, anche se questi non potrannoavere risposta e porteranno solo ad altri interrogativi.
Comprendo l'irritazione/delusione di alcuni lettori che si sono ritenuti traditi rispetto alle loro aspettative di essere davanti ad un thriller di genere: e,infatti, questo romanzo non va incasselato come trriller, anche se - apparentemente, ve n'è il frame. Ma soprattutto una meditazione sulla letteratura e sulla sua ultima funzione.
Da questo romanzo è stato tratto il film di Tom Ford, Animali notturni che, per quanto ben fatto, tradisce ilromanzo, in quantolscia da parte la complessità dei piani che interagiscono tra loro e soprattutto modifica il finale, facendolo apparire come un incontro mancato tra la lettrice e il suo scrittore, mentrele cose non sono banalizzabili in questi termini.
Ma si sa che la narrazione per immagini ha delle sue logiche differenti e non può condensare tutta la complesità di un testo letterario, ma mostrarne soltanto alcune possibili angolature.

(Dal risguardo di copertina) Confessa, lettore. Se un conoscente ti recapita un manoscritto ingiungendoti di leggerlo entro qualche giorno, quando vorrà incontrarti per un responso, cosa provi? Nervosismo? Fastidio? Imbarazzo? Bene, più o meno quello che prova Susan, anche perché il mittente non è una persona qualsiasi, ma il suo ex marito, e il romanzo che le ha spedito è quello che ha fantasticato di scrivere, senza riuscirci, per tutta la durata del loro matrimonio. Quindi mentre tu, lettore, puoi accampare un qualsiasi pretesto che ti impedisce di fare quanto più desidereresti al mondo, cioè leggere quel benedetto manoscritto, Susan deve sedersi, e cominciare da pagina uno. Dove si racconta di una famiglia che torna a casa nella notte, in aperta campagna. Di un sorpasso e di un controsorpasso con una macchina sconosciuta. Di uno scambio di insulti dai finestrini. Di un agguato, qualche chilometro dopo. Di una moglie e una figlia portate via da tre balordi. Di un uomo rimasto solo, che vaga alla loro ricerca in una notte che, come un incubo perfetto, sembra sempre ricominciare daccapo. Allora, lettore? Se alla fine hai ceduto anche tu, se ormai stai leggendo da sopra le spalle di Susan, devi fermarti, come lei. Fare una pausa. Cercare conforto nei suoi pensieri, nel suo sforzo di capire da dove tutto questo abbia avuto inizio. Prima o poi però, insieme a lei, dovrai ricominciare a leggere. Di alcuni fatti muti, semplici, atroci. E di una lenta, feroce, allucinata vendetta. Vedrai quello che vede lei, intuirai quello che lei intuisce, e soprattutto proverai quello che lei prova: una variante del terrore che fin qui non aveva conosciuto. E neanche tu.
"Un capolavoro" - Saul Bellow

Austin WrightSull'autore. Austin McGiffert Wright (Yonkers, 6 settembre 1922 – Cincinnati, 23 aprile 2003) è stato un romanziere, saggista e critico letterario americano, professore emerito di Inglese all'Università di Cincinnati.
Crebbe a Hastings-on-Hudson, un suburbio di New York, figlio del geografo John Kirtland Wright e di Katharine McGiffert. Suo zio era Austin Tappan Wright, autore del romanzo utopico Islandia.
Si laureò alla Università Harvard nel 1943 e servì nell'esercito americano durante gli anni dal 1943 al 1946.
Nel 1948 conseguì un master's degree all'Università di Chicago, e un Ph.D. nel 1959.
Sposò Sara Hull nel 1950, con cui ebbe tre figli, Joanna Wright (morta nel 2000), Katharine Wright di Berkeley (California), e Margaret Wright, e due nipoti, Madeline Giscombe ed Elizabeth Perkins.
Autore di sette romanzi di cui soltanto Toy&Susan ha ricevuto una traduzione italiana.

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22 aprile 2016 5 22 /04 /aprile /2016 00:22
Dio benedica il Capitano Vere! Un film e un romanzo che sono rimasti vividamente impressi nella mia memoria

"La Storia di Billy Budd, gabbiere di parrocchetto" (romanzo postumo di Herman Melville), nell'edizione italiana per i tipi di Bompiani, con prefazione pregevole di Eugenio Montale, autore altresì della traduzione), è per me un libro importante per me, quasi cult.
Quando ero appena decenne mio padre mi portò a vedere il film in bianco nero che ne era stato tratto (1962), con Terence Stamp nella parte di Billy Budd e Peter Ustinov (peraltro anche regista del film) nei panni del Capitano Vere.
Il poster del film (1962), Billy Budd, diretto da Peter UstinovIo, pur piccolo, rimasi molto colpito dalla scena finale con l'impiccagione di Billy Budd che a me parve vittima di un'ingiustizia e assurto al ruolo di santo..
Quando tornammo a casa, papà prese dalla libreria la copia del romanzo e mi lesse ad alta voce la parte di uno dei capitoli finali in cui si raccontava lo stesso fatto, con il suo climax emozionale quando Billy Budd, prima dell'esecuzione comminata per il suo delitto (ma impropriamente nel flusso narrativo melvilliano, poichè il capitano vere prima di decidere ciò, avrebbe dovuto consultarsi con un Ammiraglio in rispetto delle regole vigenti) grida davanti a tutto all'equipaggio e agli ufficiali e sottufficiali schierati: "Dio benedica il capitano Vere".
Billy Budd é una sorta di presenza angelicata (che secondo alcuni interpreti del testo melvilliano rappresenta la forza della natura che, in quanto tale, non può integrarsi nel mondo degli uomini), piombato nel rude mondo della marineria militare britannica, gentile e affabile con tutti, benvoluto e capace, pronto ad accollarsi qualsiasi compito gli fosse richiesto tanto che il capitano Vere pensava di promuoverlo presto ad un rango superiore per sfruttare al meglio le sue capacità.
Benvoluto da tutti, fuorché dal cupo e luttuoso Maestro d'armi di fortuna John Claggart che prende ad angariarlo e a stargli addosso (si direbbe oggi a mobbizzarlo), fintantoché all'ennesima provocazione Billy Budd reagisce e lo colpisce, uccidendolo (un omicidio preterintenzionale, si direbbe oggi secondo il linguaggio giuridico), ma siccome tra l'equipaggio della nave da guerra serpeggiavano malumori che erano giunti all'orecchio degli ufficiali, Billy Budd per via di quel gesto, psicologicamente motivato, viene accusato non solo di insubordinazione e di omicidio, ma anche di tentativo di ammutinamento, come se il suo gesto fosse stato espressione di una rivolta che covava ancora senza aver avuto ancora palesi manifestazioni.
Una storia che Melville trasse da un libello che circolava ancora ai suoi tempi e che raccontava questo episodio "vero", in cui Billy Budd diveniva una sorta di Cristo redivivo che veniva impiccato per via dei peccati commessi da altri e che, tuttavia, perdonava il suo giustiziere e lo assolveva chiedendo per lui la benedizione di Dio.
Il film e quel libro da cui papà mi lesse il punto più alto, mi rimasero impresse ed ebbero per me un potente influsso formativo.
Questo volume di cui vedete la copertina è uno dei libri che mi sono più cari e di dà i brividi pensare che papà e mamma, pur con le loro magre risorse, in tempo di guerra continuavano a comprare e a leggere romanzi che poi costituirono il nucleo iniziale della loro biblioteca di narrativa.
E, attraverso questo piccolo episodio, non possa fare altro che ribadire quanto sia stata importante l'azione continua di mio padre nell'mpliare i miei orizzonti, nelforgiarmi lasciandomi però libero di seguire i miei percorsi e di ammpliare i miei orizzonti, facendomi sempre vedere qualcosa "al di là", con la grande lezione di vita che la curiosità e la voglia di sapere devono essere alla base di tutto il nostro operare.
Ed ecco di seguito il brano topico, quello che mio padre mi lesse al nostro ritorno a casa. E ricordo quella lettura vividamente, come fosse ieri, con le inflessioni di voce opportunamente modulate da papà per rendere bene tutto il pathos della scena.

 

Una volta, in alto mare, l'impiccagione di un marinaio era fatta generalmente sul pennone di trinchetto. Nel caso presente, per particolari motivi, era stato prescelto l'albero maestro. Assistito dal cappellano il prigioniero fu condotto sotto un pennone di quest'albero. Fu osservato allora, e commentato più tardi, che l'ottimo uomo in questa scena finale non perdette tempo nelle formalità di rito. Scambiò alcune parole col condannato, ma l'autentico Vangelo era piuttosto nell'aspetto e nelle maniere che nella sua lingua. Gli ultimi preparativi furono condotti innanzi rapidamente da due nostromi e l'esecuzione stava per compiersi. Billy era in piedi col viso rivolto a poppavia. Al momento estremo le sue sole parole, pronunciate senza alcun impedimento, furono queste: "Dio benedica il capitano Vere". Tali sillabe, così inattese da parte di un uomo che aveva il vergognoso laccio attorno al collo; questa benedizione di un convinto di fellonia mandata verso i posti d’onore e detta con l’accento melodiosodi un uccello che sta per spiccarsi dal ramo, ebbe un effetto formidabile, accresciuto anche dalla rara bellezza del giovane marinaio, fatta più spirituale dalle ultime e sì cocenti esperienze.
enza volere, come se la gente della nave fosse il veicolo di una corrente elettrica, con un sola vocedall’aalto e dal basso, un grido si levò: “Dio benedica il capitano Vere”. E in quell’istante Billy dovette essere in tutti i cuori come già era in tutti gli occhi. (p.182-183)

Herman Melville, La storia di Billy Budd, Bompiani, 1942

Il testomelvilliano è stato oggetto di una trasposizione in opera lirica (arrangiamento musicale su libretto di Edward Morgan Forster e Eric Crozier) da parte di Benjamin Britten.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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