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30 settembre 2011 5 30 /09 /settembre /2011 18:13

niente-da-dichiarare.jpg

 

Niente da dicharare? del francese Dany Boon (lo stesso regista di Giù al Nord) ripropone - in modo diverso e mutati luoghi e circostanze - la fortuna della divertente commedia Giù al Nord, con eguale matrice tuttavia che è quella di indagare con toni leggeri nelle idiosincrasie, nei pregidiuzi della piccola provincia france (e, in questo caso, anche belga).
La location è appunto il confine franco-belga che divide una dall'altra due cittadine, Corquain in territorio francese e Koorkin in Belgio, al tempo dell'entrata in vigore del trattato di Maastricht (1993), con cessazione da un giorno all'altro di meticolosi controlli effettuati in nome di un mal riposto zelo patriottico e dell'abolizione delle di lunghe ed estenuanti code d'auto.
Per ordini superiori, dai due comandi doganali sino ad un momento prima contrapposti (e ormai in via di smantellamento) viene istitutita una pattuglia doganale mobile franco-belga che, a bordo di una scassatissima Renault 4L, dovrà andare in giro nelle rete di strade confinanti per prevenire illeciti, traffici di droga e attività di contrabbando, in compagnia di un simpatico cane anti-droga. Nasce così una collaborazione confronti tra i due doganieri di colore opposto Ruben Vandevoorde (Benoit Poelvoorde) e Mathias Ducatel (lo stesso Dany Boon), il primo comandato a far questo per fare ammenda delle sue intolleranze nei confronti dei vicini Francesi, il secondo cooptato per adesione volontaristica (ma animato da un suo segreto progetto che è quello di farsi amico di Ruben).

L'osso duro, tra i due è Ruben animato dai suoi pregiudizi campanilistici e pieno di invalicabili barriere mentali contro i "mangiarane" (o "mangialumache"). Mathias, pur invischiato anche lui in qualche pregiudizio (sulla piccolezza mentale dei Belgi e sui loro strani vezzi linguistici) è gentile e accomodante, ma è soprattutto desideroso di creare un bon rapporto con il collega, visto che vuole sposarne la sorella.
I due - con gag a volte esilaranti - riescono malgrado tutto ad arrestare dei contrabbandieri e a sventare un traffico di droga.
Il film, con i toni della commedia, offre una riflessione sulla stupidità dei pregiudizi e delle barriere mentali e, pur essendo ambientato in una realtà piccola con le proprie peculiarità, assume dei toni più ampi e di maggiore universalità e ha qualcosa da insegnare: attraverso la risata e l'ironia, appunto.
Divertente e godibile.

SCHEDA FILM
Regia: Dany Boon.

Interpreti: Benoît Poelvoorde, Dany Boon, Julie Bernard, Karin Viard, François Damiens, Bouli Lanners, Olivier Gourmet, Michel Vuillermoz, Christel Pedrinelli, Joachim Ledeganck, Philippe Magnan, Jean-Paul Dermont, Nadège Beausson-Diagne, Eric Godon, Zinedine Soualem, Guy Lecluyse, Laurent Gamelon, Bruno Lochet, Laurent Capelluto
Titolo originale: Rien à déclarer.
Commedia, durata 108 min.

Francia 2010.

Medusa uscita venerdì 23 settembre 2011

Trailer:


 
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20 settembre 2011 2 20 /09 /settembre /2011 19:31

Il-Debito.jpgIl debito (di John Madden, USA 2010) racconta la storia di alcuni agenti del servizio segreto israeliano, incaricati di catturare un criminale di guerra nazista, compiono la loro missione e sono riaccolti in patria come eroi. A distanza di trent'anni però, riemerge una verità diversa che li costringe a fare i conti con il passato e a fare delle scelte.
Sono andato a vedere questo film con un certo scetticismo. Come spesso accade non ne so nulla, ne ho fatto ricerche precedenti la visione, perchè non voglio subire influenzamenti di sorta.
Lo scetticismo e il rifiuto aumentano quando vedo che si parla di Mossad e di una storia di tre agenti ancora giovanissimi (David, Rachel e Stephan) che, al tempo dell'inizio della Guerra fredda, vengaono inviati a recuperare Vogel, criminale naziasta e medico-boia che aveva operato nel campo di sterminio di Birkenau, praticando sui deportati esperimenti atroci e disumani.
Non ne posso più di sentire o di vedere queste storie di operazioni segretissime per recuperare alla giustizia degli israelianii criminali nazisti sfuggiti al processo di Norimberga (di cui l'azione per prendere Eichmann fu esemplare), specie dopo quello che gli Israeliani stanno causando nel mondo.
Sembrerebbe, a giudicare dalle prime mosse, un film alla maniera di Munich, in cui si racconta degli eventi di Monaco e dell'intervento risolutivo di una task force della Mossad per liberare gli ostaggi.
Però, a poco a poco, il film ha destato il mio interesse, soprattutto per lo stile narrativo a piani temporali sfalzati e con l'utilizzo di ricostruzioni storiche dei fatti alternative.
In questo senso, è un'autentica sorpresa E, purtroppo, della trama, non si può dire nulla, pena il rischio di guastare allo spettatore il piacere della sopresa.
Basti soltanto dire che è una storia ben costruita nel montaggio e nel modo in cui lo spettatore viene ricondotto alla verità che non può più essere nascosta e che deve essere rivelata al mondo per essere in pace con la propria coscienza.
Unica traccia di questo percorso è nel titolo "Il Debito".
C'è un debito che deve essere pagato, per riscattare iprotagonisti dall'aver vissuto trent'anni dell a propia vita nella menzogna e nella falsificazione.
Più che un thriller, come con un ccesso di esemplificazione insiemistica, viene catalogato, è a tutti gli effetti un film drammatico e ne possiede tutti i crismi.
Da vedere, malgrado il giudizio severissimo che ne dà il recensore di www.mymovies.it (Marianna Cappi), il quale sottolinea una prevalenza di aspetti formali rispetti a quelli legati allo scavo psicologico dei personaggi: io invocherei più clemenza...

Scheda film
Regia: John Madden.
Interpreti principali: Helen Mirren, Jessica Chastain, Sam Worthington, Tom Wilkinson e Jesper Christensen
Genere: Thriller

Origine: USA, 2010

Dal 16 settembre 2011 al cinema.
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pages/Il-Debito/200171616661551
Twitter: http://twitter.com/#!/IlDebito

Il trailer italiano

 


 

La recensione su www.mymovies.it

Colpi di scena e punti di tensione per un racconto troppo debole (Marianna Cappi) -  1966, Berlino Est. Rachel, David e Stephan sono tre giovani agenti del Mossad, incaricati di catturare il criminale nazista Vogel, altrimenti noto come “il chirurgo di Birkenau”, e di farlo arrivare in Israele per il processo che gli spetta. Qualcosa va storto e Rachel, per impedirne la fuga, è costretta ad ucciderlo a Berlino. Giustizia è comunque fatta e per trent'anni i tre vengono celebrati in patria come eroi, chiamati a raccontare l'impresa in scuole e conferenze e, infine, a finire nero su bianco sul libro di memorie redatto dalla figlia di Rachel e Stephan. Ma hanno mentito. Il nazista è ancora vivo. Tocca alla donna rimettersi su un aereo diretto in Ucraina per saldare il debito con la propria coscienza, la propria famiglia e il proprio popolo.

Remake dell'israeliano dell'anno 2007 Ha-Hov, diretto da Assaf Bernstein, il film di John Madden punta sulla qualità degli attori, sui loro volti sofferti e perfetti e la loro capacità di mimetizzarsi, accento e camminata, con i personaggi che indossano. Missione riuscita, si direbbe: i sei interpreti principali sono credibili nelle loro identità fittizie e offrono una prova più che dignitosa. Peccato, invece, che né la scrittura -specie nell'ultima parte- né, soprattutto, la regia li servano a dovere, mettendoli talvolta in situazioni ingrate, in cui è ancora una volta solo e soltanto la loro bravura a trarli d'imbarazzo.

Abbandonata molto in fretta la speranza di trovarsi di fronte a qualcosa à la Munich, ci si rende conto man mano che la proiezione procede che, nonostante i nomi alla sceneggiatura, ciò a cui stiamo assistendo assomiglia tanto al polpettone che viene tratto di routine dai thriller best-seller, che della caccia al criminale nazista si servono come della caccia a qualsiasi altro killer, per accumulare colpi di scena e punti di tensione. Il valore della verità, il peso della colpa, il conflitto tra la ragione di stato e le ragioni del cuore sono temi affidati al massimo ad una battuta ciascuno, che il film si guarda bene dall'approfondire. È evidente che a John Madden interessano di più i colori della fotografia sui costumi d'epoca e le atmosfere spy che non un discorso psicologico e, stando alla sua filmografia, stupirebbe il contrario, eppure le incertezze nel racconto proprio in prossimità del gran finale, dove tutto si fa troppo caotico e ellittico, unite a qualche evidente disequilibrio tra le due epoche in scena, sono tali da rovinare senza appello un film che fino a quel momento aveva per lo meno saputo tenere desta l'attenzione.

 



 

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17 settembre 2011 6 17 /09 /settembre /2011 11:39

The EagleThe Eagle (USA, 2011, di Kevin Macdonald con Channing Tatum e Jamie Bell), è tratto dal romanzo di Rosemary Sutcliff, La legione scomparsa (titolo originale: The Eagle of the Ninth), Mondadori 2011 e del romanzo segue con molta fedeltà le tracce, ad eccezione di qualche piccolo dettaglio.
Trama del film e del romanzo, quindi sono pressocchè coincidenti.

Se si racconta l'uno, si racconta anche l'altro.
Nel 117 DC, quattromila legionari della Nona legione marciarono nella nebbia, addentrandosi nelle Terre Alte della Caledonia (l'attuale Scozia) per sedare una rivolta dei Britanni oltre il Vallo di Adriano e nessuno di loro fece più ritorno. Anche l'Aquila, il simbolo di quella legione, svanì nel nulla insieme ai suoi soldati: e la sua scomparsa rimase per sempre un mistero. Dopo questa disfatta (e l'onta di aver perso l'Aquila), l'Imperatore Adriano fece delimitare quei territori facendo costruire un muro fortificato che fu detto il Vallo di Adriano, che - da allora fino alla caduta dell'Impero Romano e alla sua frammentazione fece da spartiacque tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto di allora.

La legione scomparsaIl Vallo era tutti gli effetti la linea di confine, una sorta di "fine delle terre".

20 anni dopo, il giovane centurione Marco Flavio Aquila ritorna in Britannia, insignito del comando di una guarnigione di frontiera, ma il suo vero obiettivo è quello di ritrovare l'Aquila e soprattutto suo padre, il comandante della legione scomparsa, di cui si è sempre chiesto che fine abbia fatto: se sia morto, combattendo da eroe, oppure se abbia abbandonato da vigliacco il campo di battaglia.

Abbandonati gli oneri del comando a seguito delle ferite riportate in uno scontro con i selvatici Britanni (nel film), Marco si dedica del tutto al compito di riscattare il nome del padre e si addentra nei territori al di là del muro, alla ricerca dell'Aquila, di cui voci che corrono riferiscono essere in possesso di una tribù ostile.

La missione sembra impossibile, ma Marco non si dà per vinto e, fingendosi medico (ma questo solo nel romanzo, mentre nel film è solo un viandante la cui romanità  è dissimulata), setaccia insieme al fido Esca (un Britanno a cui ha salvato la vita e che è divenuto suo schiavo, vincolato a lui da un patto di fedeltà) i territori delle tribù situate oltre il vallo, alla ricerca di tracce e indizi.
Se il viaggio d'andata sarà privo di intoppi, quello di ritorno si trasformerà in un inseguimento forsennato e mozzafiato tra montagne, laghi, boschi di betulle e paludi per riuscire a salvarsi la pelle e riportare a casa un tesoro che gli Epidi non hanno nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire.
the eagle 01Come afferma la stessa autrice il romanzo, abilmente oscillante tra ricostruzione storica e Fantasy, è adatto per tutte le fasce di lettori dai 12 anni in su.
Il film, ben costruito, non è esclusivamente di azione, ma si presenta con il giusto equilibrio tra dialoghi, tentativo di dare spessore psicologico ai personaggi e scene di movimento.

In più regala allo spettatore splendide inquadrature paesaggistiche in territori che sembrano selvaggi ed inesplorati, riuscendo a dargli un'idea di quello che dovevano essere allora le "Terre Alte" della Caledonia e, aggiungendo alla ricostruzione storica, il fascino del viaggio, dell'avventura e della ricerca.

La fantasia del regista si è scatenata nella rappresentazione delle tribu britanne e soprattutto dei temibili uomini "Foca": qui la rappresentazione sconfina effettivamente nel fantasy, con guerrieri che sembrano degli ibridi, scaturiti mettendo assieme i Mohicani del romanzo di James Fenimer Cooper e i Maori, con una rievocazione delle tribù dei nativi americani (come gli Apache, in particolare) capaci di percorrere in tempi brevissimi grandi distanze (per le esigenze della guerra o della caccia) al piccolo trotto.
Il film è godibile come momento di pura evasione e lo spettatore, a fine proiezione, esce soddifatto.
La storia della Legione scomparsa e il mistero irrisolto hanno attratto molti scirttori: il romanzo della Sutcliff è uno dei tanti di un filone che si va allungando sempre di più. Citiamo: Legion from the Shadows di Karl Edward Wagner, Red Shift di Alan Garner, Engine City di Ken MacLeod, Warriors of Alavna di N. M. Browne, La IX Legione di Giorgio Cafasso, e anche il film L'Ultima Legione. Infine,il romanzo storico fantasy Ghost King di David Gemmell vede la IX Legione intrappolata per 400 anni nel Limbo prima di essere liberata da Uther Pendragon.
Questo film, pur ispirato esplicitamente al romanzo della Sutcliff, ha avuto un antecedente con Centurion del regista neil Marshall (2009).
Una parte cameo è riservata a Donald Sutherland, ormai sempre più affezionato alle parti di anziano dai capelli candidi.

Scheda film
Regia: Kevin Macdonald.
Interpreti: Channing Tatum, Jamie Bell, Donald Sutherland, Mark Strong, Tahar Rahim, Denis O'Hare, Douglas Henshall, Jon Campling, Julian Lewis Jones, Dakin Matthews, Paul Ritter, Lukács Bicskey, Jamie Beamish, Ben O'Brien, Brian Gleeson, Walter Van Dyk
Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 114 min. - USA 2011

 

Il trailer

 


 
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31 agosto 2011 3 31 /08 /agosto /2011 07:15

professione-assassino.jpg

 

Professione assassinio (The mechanic, USA, 2011) di Simon West (Tomb Rider tra i suoi film) è il remake del film omonimo (1972) di Michael Winner considerato un'icona cinefila, con Charles Bronson nei panni del protagonista, allora ancora agli esordi della sua carriera.
Arthur Bishop (Jason Statham) è un sicario che esegue "lavori" su commissione. Duro, spietato, abile, capace di pianificare attentamente ogni "lavoretto" che gli viene assegnato e di realizzarlo in modo tale da non farlo sembrare un "lavoretto", ma incidente o fatalità, all'insegna del principio secondo cui "I lavori perfetti sono quelli in cui nessuno si accorge di te".
A questo scopo, tiene sempre un basso profilo e agisce nell'ombra, il più delle volte riuscendoci da maestro. Insomma, è davvero uno dei più bravi sulla piazza.
E' un "meccanico" (come enuncia il titolo originale della pellicola "The mechanic"), cioè usando le sue stesse parole "...uno che aggiusta le cose, uno che risolve problemi e che sistema le cose per conto di altri, un assassino su commissione in definitiva...".
Vive negli agi, ma in totale solitudine, poichè per essere un buon sicario non puoi avere legami di sorta per non essere vulnerabile e/o identificabile, e passa da un incarico all'altro e con frequenti viaggi in scenari anche esotici.

Non si pone troppi problemi, ma in ogni caso è un ammazzacattivi, gente il più delle volte implicata in loschi traffici e con molte morti sulla coscienza.
La maggior parte dei lavori gli vengono commissionati da una sorta di multinazionale che, dietro le quinte degli affari e degli investimenti, gioca sporco eliminando tutti gli avversari scomodi, seguendo le direttive di un certo Dean Sanderson (Tony Goldwin della dinastia Goldwin:  vi ricordate del "nemico" del romantico fantasma interpretato da Patrick Swayze in Ghost? Proprio lui anche se un po' invecchiato) e dell'anziano Harry McKenna (Donald Sutherland) ormai in sedia a rotelle e che è stato da sempre il suo mentore.
Ad un certo punto, Bishop riceve l'incarico di eliminare in tempi brevi proprio McKenna.
Pur non comprendendo appieno ciò che sta dietro una simile direttiva (ma non è nell'etica del sicario di professione chiedersi troppi perché) e rassicurato dalle dichiarazioni di Dean (il committente) che, retrospettivamente, si riveleranno mendaci e manipolatorie)  e dalle quali viene depistato, esegue il compito che gli è assegnato, ma con qualche cedimento interiore nella sua struttura tetragona.
A cose fatte si trova a sentirsi responsabile del figlio di Harry, Steve, un giovane debosciato e inconcludente, che al padre ha dato soltanto grattacapi e delusioni (interpretato da Ben Foster). Dopo averlo in qualche protetto e sorvegliato a distanza, lo prende con sè e, cedendo alle sue richieste, decide di addestrarlo nel seguire le sue orme.
Steve è una testa calda, inaffidabile, impulsivo e violento: non riesce a agire seguendo degli schemi razionali, anche se come conviene Arthur nell'impartirgli i suoi insegnamenti "Il buon senso viene dall'esperienza, anche se l'esperienza te la fai quando non hai buon senso".
Steve è bravo nel maneggiare le armi, tuttavia, anche se, di volta in volta, si sente in obbligo di dimostrare più fegato e determinazione di quanto non siano necessari. Si comprende che Steve è in un rapporto conflittuale di tipo nevrotico con Arthur, così come lo era stato con il padre e che deve costantemente dimostrare qualcosa.
La pulizia e la nettezza delle operazioni condotte da Arthur si slabrano con Steve al fianco: i due finiscono con il correre dei rischi e con lo scoprirsi oltre misura e, in tutto questo, si innesta la vendetta contro il gruppo di potere che ha deciso la morte di McKenna padre.
Steve scopre che Arthur ha ucciso il padre e decide di vendicarsi.
Ben giocato il triangolo nevrotico che si attiva tra Bishop, Steve e il padre Harry che, da  morto, viene ricollocato da Steve in una posizione di idealizzazione, mentre è Bishop a diventare il nemico da combattere, pur essendo stato nel ruolo di maestro e di protettore.
Alla fine il film delude, perchè mette lo spettatore di fronte ad una storia senza alcun senso e che non convoglia nessun messaggio fruibile, se non quello secondo cui la fredddezza e la pianificazione "scientifica" degli omicidi alla fine trionfano, se sono sorretti da uno stile di vita adeguato e da una costante vigilanza nei confronti d'un ambiente sostanzialmente ostile e dal quale occorre sempre parare dei colpi.
Un plot di azione che, virando al noir, non ha alcuno sbocco positivo e lascia lo spettatore privo di una lezione morale da portarsi a casa.
Gli esperti suggeriscono di andarsi a guardare il film di Winner (tra l'altro, da poco tempo disponibile in DVD) solo dopo aver visto questo remake: altrimenti, la delusione sarebbe troppo grande e l'indice di godibilità tenderebbe decisamente al basso, benchè l'opera di Simon West sia indubbiamente di buona fattura: ma niente più che un omaggio cinefilo e un tentativo di rinverdire il successo di cassetta di un film d'annata.
Simon West, come tutti i registi di remake che hanno a che fare con la memoria di un'icona cinefila, ha dovuto tenere ben presente la struttura che Michael Winner aveva dato a un film in cui la star era Charles Bronson. Ha così offerto il leading role a un attore già famoso ma non ancora mitizzabile a cui ha chiesto di lavorare sugli sguardi e sull'ascolto. Statham si trova così a delineare un personaggio cinico e raffinato al contempo impegnato a camminare sul filo del rasoio di un rapporto padre/figlio dal doppio sviluppo. Da un lato l'uccisione del padre simbolico, Harry, e dall'altro, l'educazione al crimine e quindi una sorta di paternità 'professionale', nei confronti del di lui nevrotico figlio Dean (dalla recensione di Giancarlo Zappoli in www.mymovies.it).



Recensione su www.mymovies.it
Un remake che sfida, con pochi mezzi e attori non mitizzabili, lo stile 'mission impossible' (Giancarlo Zappoli)
Arthur Bishop è un killer su commissione specializzato nel far apparire come incidenti quelli che in realtà sono omicidi. Riceve gli incarichi da Dean, capo di una misteriosa compagnia di cui fa parte l'anziano e paralizzato Harry McKenna che è colui che ha fatto da mentore ad Arthur. Nel momento in cui Dean gli chiede di assassinare Harry, sospettato di tradimento, Arthur ha poche esitazioni e porta a termine la missione. Si troverà di lì a poco al fianco proprio il figlio di Harry, Steve. Costui, assetato di vendetta, chiede ad Arthur di addestrarlo per essere in grado di uccidere chi ha eliminato suo padre. Il killer, che ha sempre agito da solo, accetta e lo inizia agli omicidi scientificamente organizzati.
Simon West, come tutti i registi di remake che hanno a che fare con la memoria di un'icona cinefila, ha dovuto tenere ben presente la struttura che Michael Winner aveva dato a un film in cui la star era Charles Bronson. Ha così offerto il leading role a un attore già famoso ma non ancora mitizzabile a cui ha chiesto di lavorare sugli sguardi e sull'ascolto. Statham si trova così a delineare un personaggio cinico e raffinato al contempo impegnato a camminare sul filo del rasoio di un rapporto padre/figlio dal doppio sviluppo. Da un lato l'uccisione del padre simbolico, Harry, e dall'altro, l'educazione al crimine e quindi una sorta di paternità 'professionale', nei confronti del di lui nevrotico figlio Dean.
West diversifica le scene di azione tenendo conto delle lezioni che gli provengono dai maestri del genere e giungendo quasi a sfidare (ma con minori mezzi) l'impresa in stile 'mission impossible'. Arthur è un ammazzacattivi (le sue vittime non sono certo delle brave persone) lucido e razionale che si mette al fianco un coacervo di istinto bestiale a cui manca proprio ciò che in lui abbonda: la freddezza. Dal momento in cui Steve entra in scena (non a caso in un cimitero) ha inizio un incontro/confronto tra un cobra (Arthur) e un dobermann (Steve). Allo spettatore viene posto un quesito che troverà soluzione nel finale: i due sono destinati al conflitto o alla coesione? A scanso di delusioni accettate un consiglio: se proprio volete rivedete il film di Winner fatelo solo 'dopo' aver visto questo.

Scheda film
Regia: Simon West.

Interpreti principali: Jason Statham, Ben Foster, Donald Sutherland, Jeff Chase, Christa Campbell, Liam Ferguson, Eddie J. Fernandez, J.D. Evermore, Stuart Greer, Elizabeth Tranchant, Kurt Deville, Felder Charbonnet, Julia Adams, Russell M. Haeuser, Joel Davis, Michael Arnona, Nick Jones, Beau Brasso, James Logan, Amber Gaiennie, Shima Ghamari, Ada Michelle Loridans, David Dahlgren, Tony Goldwyn, Mini Anden, Katarzyna Wolejnio, Lance E. Nichols, John Teague, Jeffrey Whitney
Titolo originale The Mechanic. Azione, Ratings: Kids+16, durata 92 min. - USA 2011. - 01 Distribution.
 

 

 

Trailer
 


 
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23 agosto 2011 2 23 /08 /agosto /2011 19:19

conan-the-barbarian-movie-banner-2011.jpg

 

Ritorna nel grande schermo Conan il Cimmero, l'eroe fantasy partorito dalla fervida penna dello scrittore texano Robert E. Howard.

La saga di Conan ha appassionato milioni di lettori e di spettatori, sia nella forma narrativa, sia nella saga a fumetti (e nel cinema d'animazione) sia nel cinema con i due film che hanno visto come protagonista Arnold Schwarzenneger.

Il primo dei due film, Conan il Barbaro, diretto da John Milius uscì nel lontano 1982, subito seguito a distanza di poco (1984) da Conan il distruttore che, tuttavia, senza la regia di John Milius perse gran parte dell'appeal.
I film si ispirararono, come è noto, al personaggio fantasy Conan il Barbaro, ideato dal tormentato scrittore texano Robert Ervin Howard (1906-1936) le cui avventure furono ospitate, al suo esordio, sulle pagine di Weird Tales sin dal 1932 e si arricchirono velocemente di una serie di episodi, tutti ambientati nella cosiddetta Era hyboriana, per Howard intermedia tra la distruzione di Atlantide e la nascita delle civiltà classiche.

Howard va considerato a tutti gli effetti uno degli iniziatori della narrativa Fantasy, in cui l'abilità dello scrittore sulla base delle suggestioni proveniente dalla conoscenza della mitologia nordica e dell'antichità classica latina e greca (anche se in minore misura)era quello di costruire coerentemente mondi e società "alternative" afferenti ad ipotetici passati dell'umanità, con tutto il necessario corredo di riti, miti, consuetudini sociali.
Conan detto anche il Cimmero (in quanto proveniente dalle nordiche terre di Cimmeria), destinato ad diventare un potente guerriero perchè nato in battaglia tra spargimenti di sangue, clangore di spade e lamenti dei morenti, affrontando nelle sue peregrinazioni, maghi e altri guerrieri votati al Male, contando solo sulle proprie forze e sul filo della propria spada, trionferà sempre anche quando tutto sembra essere perduto, diventando alla fine re di "Aquilonia".
La narrativa di Howard, fervido affabulatore, fu molto plasmata dall'influenza di H. P. Lovecraft (il "visionario di Providence") e ciò è evidente soprattutto nello schema delle storie della saga, in cui Conan si trova puntualmente a combattere contro entità antiche e poteri terrifici che maghi, stregoni o guerrieri assetati di potere e ambiziosi, vogliono ridestare per i loro fini. Conan è ogni volta il salvatore del mondo dall'assalto di queste entità che, liberate da incantesimi ed esorcismi (non a caso, la saga di Con apre la via ad un filone della narrativa fantasy, definito "Sword and Sorcery"), per alcuni versi, sono paragonibili ai "grandi antichi" di Lovecraft (e in particolare a quelli descritti nel grande ciclo di Chthulu).

Conan-Weird_Tales_August_1934.JPGLa  Sword and Sorcery (abbreviato S&S, letteralmente significa "spada e stregoneria") è un sottogenere della narrativa fantasy caratterizzata da intrepidi eroi in conflitto violento contro una varietà di cattivi, principalmente maghi, streghe, spiriti malvagi ed altre creature sovrannaturali. Questo sottogenere ha radici antiche, come molta della fantasy, trae ispirazione dalla mitologia ed epica classica, come l'Odissea di Omero, ma i suoi progenitori immediati sono i romanzi di cappa e spada di Alexandre Dumas (I tre moschettieri (1844), ecc.) e di Rafael Sabatini (cioè, Scaramouche (1921), a loro volta discendenti della commedia dell'arte italiana) - sebbene in questi manchi l'elemento sovrannaturale - e nei primi romanzi di fantascienza come Il Serpente Ouroboros (1922) di E. R. Eddison o La Fortezza Inespugnabile, se non da Sacnoth (1910) di Lord Dunsany. Inoltre molti dei primi scrittori di sword-and-sorcery, come Robert E. Howard e Clark Ashton Smith, furono molto influenzati dai racconti orientali delle Mille e una notte, le cui storie di mostri magici e stregoni malvagi esercitarono una profonda influenza sul genere. Ma la sword-and-sorcery vera e propria inizia nelle riviste pulp, principalmente Weird Tales.

Tuttavia se i mostri maligni e gli esseri antichi, orrorifici e temibili, non sono descrivibili gli stregoni empi e i guerriri empi sono tangibili e proprio per questo Conan li può affrontare e quindi ucciderli con il filo della sua spada.
All'esordio della saga cinematografica, il personaggio di Conan venne affidato all'attore di origine austriaca Arnold Schwarzenegger, che proprio con questo film - e, allora, al culmine della sua carriera di body builder - iniziò a farsi conoscere dal grande pubblico in questo ruolo che lo lanciè in modo deciso nel mondo dello star system consacrandolo tra le icone dei “bad ass” più celebri della storia del cinema.
E' stato per questo che ci siamo abituati ad associare l'icona di Conan al volto di Schawarzenneger.
Dal 18 agosto 2011 il guerriero cimmero è tornato nelle sale cinematografiche con Conan the Barbarian 3D (con la regia di Marcus Nispel), ma questa volta i muscoli sono quelli di Jason Momoa.
Gli aficionados della saga cinematografica di Conan sono andati a vederlo con una certa perplessità, restii ad abbandonare la propria incondizionata fiducia ed ammirazione nei confronti del Conan interpretato dal grande Armold, tanto da indurre alcuni siti web specialistici ad attivare dei sondaggi di preferenza tra Arnold Schwarzenegger o Jason Momoa (il nuovo Conan)
A mio parere, il regista è stato bravo perchè, anzichè fare un film "fotocopia" dei due precedenti, ha proposto una storia del tutto nuova, con personaggi diversi (a parte Conan), raccontandoci molto più ampiamente anche dell'infanzia di Conan e della sua formazione come guerriero, forgiato attraverso il passaggio per tragiche esperienze e da lunghi anni di schiavitù.
A parte i muscoli (forse Schwartznegger ne aveva di più, ma è difficile quantificare anche perchè nell'arco degli ultimi 30 anni i procedimenti per acquisire grosse masse muscolari sono pofondamente cambiati e, quindi l'assetto fisico di un culturista degli anni '80 e ben diverso da quello di uno contemporaneo) io direi che questo Conan the Barbarian (Jason Momoa) riesce ad essere selvaggio e violento, quasi animalesco e ferino nella sua furia guerriera, perfettamente a suo agio nel ruolo che gli è stato assegnato.

Sì, il film sembrerebbe ben riuscito e credo che in nessun passaggio potrebbe suscitare nello spettatore scafato la nostalgia del vecchio Conan.
Certo, i tempi sono cambiati: qui, prevale maggiormente la cifra dell'azione violenta e incalzante, condita di numerosi effetti speciali (vedi, ad esempio, la lotta con gli uomini di sabbia) ed anche, in omaggio alla sensibilità odierna, di effetti splatter con zoomate su mani e arti recisi, spargimenti di sangue a fiotti et similia.
Ma, qui c'è anche una dimensione ancora più ariosa del viaggio e dell'avventura, con spostamenti in luoghi diversi alcuni dei quali adombrano l'antica Grecia, ma anche gli empori d'Oriente, con repentini passaggi dai ghiacci del Nord alle steppe desertiche ai grandi bracci di mare.
Si noterà che il film, benché made in USA, è stato girato per gli esterni tra Bulgaria e Romania, con una troupe che, se si guardano attentamente i titoli di coda, è in gran parte costituita da personale rumeno e bulgaro.
Insomma, lo spettatore esce sicuramente soddisfatto dall'aver visto un simile film, poichè sin dagli inizi della proiezione si rende facilmente conto di non essere di fronte ad un semplice film fotocopia, ma di fronte alla sforzo creativo di un regista, che, senza sentirsi imbarazzato dall'antecedente storico ingombrante, ha cercato, riuscendoci, di narrare una sotira che avesse una sua dignità espressiva e piena autonomia rispetto ai due precedenti lungometraggi.




arnold-schwarzenegger-conan-the-barbarian-c10102051.jpeg(Marco Chiani, venerdì 19 agosto 2011, www.mymovies.it). Se l’aitante e semiesordiente Jason Momoa in Conan the Barbarian riuscirà a far dimenticare la tipizzazione mono-espressiva eppure perfetta di Arnold Schwarzenegger nel capolavoro firmato John Milius sarà solo il pubblico a deciderlo. Intanto, la nuova versione cinematografica che Marcus Nispel ha diretto basandosi su una sceneggiatura ispirata al ciclo letterario di Conan il Cimmero ha il merito di togliere la polvere da un personaggio di indiscutibile fascino, tant’è sospeso in un tempo senza storia in cui la magia, il sangue, lo scontro fisico e il contatto con l’avventura si rivelano in tutta la loro forza primigenia. Scaturito dalla penna del tormentato scrittore texano Robert Ervin Howard (1906-1936), il barbaro più famoso del grande schermo compare per la prima volta nel 1932 sulle pagine di "Weird Tales", la mitica rivista mensile dedicata al fantastico su cui scrisse lo stesso Lovecraft. Per i lettori è una folgorazione.
Come pochi altri autori, infatti, Howard riesce a creare intorno a quella creatura dal fisico scultoreo e dalla calma latitante un vero e proprio mondo, o meglio un’epoca incerta cui dà il nome di Era Hyboriana e che immagina tra l’affondamento di Atlantide e il fiorire delle civiltà conosciute. Pur avendo le sue radici nel romanzo cavalleresco, Conan ha in sé caratteristiche che vanno ben oltre il codice di comportamento dei condottieri classici, vivendo di furti, ribellioni e comportamenti molto al di fuori dagli schemi imposti. Più un anti-eroe che un eroe insomma, pochi dubbi in proposito. Siamo di fronte ad un ribelle che segue pochi, ma solidi precetti, ad un guerriero quasi invincibile con una donna ad ogni porto, ad un uomo tormentato in un paesaggio oscuro, segnato da asfissianti spirali di morte e violenza.
Prima di altri più celebri scrittori è proprio il papà di Conan a dare inizio ad una narrativa dai tratti assai peculiari che i critici hanno chiamato Heroic Fantasy o più chiaramente Sword & Sorcery, cioè spada & magia. Strano a dirsi, ma nonostante la grande carica delle sue pagine, l’opera howardiana ha avuto un rapporto discontinuo con la settima arte. Oltre al terzetto di film interpretati nei primi anni Ottanta da Schwarzenegger – Conan il barbaro (1982) di Milius, il bambinesco Conan Il distruttore (1984) e il fiacco Yado (1985), entrambi diretti da Richard Fleischer – bisogna aspettare i tardi Novanta per vedere un'altra delle sue creature su grande schermo nel trascurabile Kull il conquistatore (1997), ispirato ai libri dedicati a Kull di Valusia. Va meglio, invece, con l’inventiva, ma sfortunata messa in immagine di Solomon Kane (2009) in cui James Purefoy, che già in campo medio sembra Hugh Jackman, presta le sue fattezze all’altra grande invenzione dello scrittore: un guerriero puritano che ha conti in sospeso addirittura con il diavolo in persona…


Conan-the-Barbarian-HP-Jason-Momoa.jpgLa recensione di www.mymovies.it. Un rigido fantasy che recupera fasti e convenzioni del genere epico (Marzia Gandolfi)
Conan ha visto la luce nel sangue della battaglia. Orfano di madre è stato allevato dal padre, fiero guerriero cimmero, che lo inizia al segreto della spada e dell’acciaio. Unico sopravvissuto al saccheggio del suo villaggio e testimone impotente della morte del padre, Conan è determinato ad avere vendetta. Diverse imprese e anni dopo, il ragazzo è diventato uomo ed è finalmente sulle tracce di Khalar Zym, il volgare assassino del suo genitore che ha ricomposto la maschera di Acheron per ottenere potere e immortalità. Lo asseconda diabolicamente la figlia Marique, strega letale che pratica la magia nera e cerca una giovane donna dal sangue puro da sacrificare sull’altare del delirio paterno. Spetterà all’audace barbaro salvare la candida sacerdotessa e sprofondare nell’abisso il malvagio Khalar Zym.
A colpi di spada ritorna sugli schermi il celebre barbaro nato dalla penna di Robert Ervin Howard negli anni della Grande Depressione. Eroe longevo dell’heroic fantasy, Conan trovò vendetta e gloria al cinema nell’interpretazione di Arnold Schwarzenegger, che puntò al cielo degli dei corazzandosi fino a mutare la carne in acciaio. Ventinove anni dopo sono i muscoli ben oliati di Jason Momoa a solcare il cielo mitologico dell’Era Hyboriana e a rinnovare l’appeal del barbaro Conan. Archiviato il cubismo muscolare di Schwarzenegger e il panteismo epico di John Milius, Conan – The Barbarian è una rivisitazione di un classico che procede lungo la strada della citazione-allusione ma nondimeno inventa nuovi personaggi, eventi e relazioni declinandoli nell’epoca storica e nel luogo geografico dei racconti originari. Recuperando i fasti e le convenzioni del genere epico-mitologico, il fantasy di Marcus Nispel rimette al centro del racconto l’eroe assoluto che abita un mondo immaginario e rigidamente manicheo, che vive e ama appeso a una lama rossa di sangue, impugnata per fare scempio di re malvagi, spettri reali e mostri ancestrali. Dentro una geografia ideale, disegnata su una mappa presentata nei titoli di apertura, e dentro una geografia umana, brulicante di nani, giganti, schiave lascive o sacerdotesse castissime, si svolge l’avventura umana di Conan, colpito personalmente dal cattivo di turno, le cui azioni precedono da sempre quelle del buono, giustificandone la violenza. Pervaso da un respiro ‘democratico’ (la liberazione degli schiavi e dei condannati ai lavori forzati), il Conan di Nispel, già creatore di guerrieri vichinghi (Pathfinder) e riesaminatore di invincibili psychokillers (Non aprite quella porta, Venerdì 13), miscela agilmente divertimento e azione senza raggiungere la maestosa epicità delle battaglie di Jackson (Il signore degli anelli). Se a mancare è il coinvolgimento emozionale, i personaggi si fermano all’epidermide, l’aspetto senz’altro più godibile è il gusto per il dettaglio esaltato dalla tridimensionalità e dall’altissima tecnologia, che frantuma le ossa e fende la carne investendo verosimilmente occhi e orecchie dello spettatore.

Scheda del film
Un film di Marcus Nispel.

Con Jason Momoa, Rachel Nichols, Stephen Lang, Rose McGowan, Saïd Taghmaoui, Ron Perlman, Leo Howard, Steve O'Donnell, Raad Rawi, Nonso Anozie, Bob Sapp, Milton Welch, Katarzyna Wolejnio, Bashar Rahal, Raw Leiba, Stanimir Stamatov, Shelly Varod, Raicho Vasilev
Titolo originale Conan the Barbarian. Azione, durata 105 min. - USA 2011

 

 

Approfondimenti

 

Conan il film in Wikipedia

 

Conan in wikipedia

 

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16 agosto 2011 2 16 /08 /agosto /2011 10:59

hanna-Joe-Wright.jpg

 

Hanna (2011, USA) è un film del britannico Joe Wright che, nato da una famiglia di burattinai e dopo essersi fatto le ossa con il piccolo schermo, è divenuto noto con Orgoglio e pregiudizio o per Espiazione o anche per il recentissimo Il solista: un regista intimista e diligente, ottimo quando dipinge con grazia affreschi britannici.
In un luogo sperduto in mezzo alle nevi, da qualche parte del Grande Nord, Hanna, una ragazzina sedicenne, bionda e dall'aspetto etereo, viene addestrata dal padre Erik (Eric Bana che ricordiamo in Hulk oppure come Ettore in Troy) ad una dura scuola di sopravvivenza e, intanto, riceve i rudimenti di una cultura nozionistica, attraverso l'ascolto delle voci di un'enciclopedia che, alla sera, il padre le legge e che lei memorizza prodigiosamente, così come fluidamente impara numerose lingue straniere.
Il padre la esorta instancabilmente a guardarsi sempre attorno e a mirare al cuore del suo nemico per sopravvivere. E a questo scopo la addestra, quasi spietatamente, sottoponendola a prove continue per affinare la sua capacità di vigilanza e la velocità delle sue reazioni.
Hanna esegue, fino a diventare nella lotta e nella sopravvivenza all'agguato, perfino più forte, più rapida, più veloce del suo addestratore.
Hanna però vuole conoscere il mondo, non bastandole più venire a sapere delle cose attraverso le voci d'enciclopedia, e dice al padre: "Mi sento pronta".
Il padre le mostra un piccolo congegno elettronico che invia un segnale di localizzazione. Le dice: "Quando sarai veramente pronta, premi questo pulsante. Ma sappi che, dopo, non si potrtà più tornare indietro".
Hanna alla fine, dopo molte esitazioni (ma è attratta dal mondo) preme il fatidico pulsante dal quale si origina un segnale che viene subito raccolto dal responder ubicato nella sede super-blindata d'una potente organizzazione (afferente ad una sezione di un servizio segreto USA - forse la CIA - chiaramente deviata e capeggiata dalla spietata Marissa Wiegler, splendidamente interpretata da Cate Blanchett).
Si attiva l'intervento da parte di una task force, non per salvare ma per sopprimere Erik, considerato una cellula impazzita del sistema, e con lui Hannah.
Padre e figlia si separano, ma si danno appuntamento a Berlino.
Il resto del film è una serie mirabolanti di avventure di Hanna (e in misura minore del padre) sino al loro ricongiungimento e sino alla scoperta della verità.
Sia Hanna sia Erik sono in fuga da spietati nemici che hanno l'ordine di sbarazzarsi di loro, di "terminarli".
Lasciando il lettore in sospeso, ma fornendo chi è perspicace di numerosi indizi, viene a galla a poco a poco una verità scomoda e fastidiosa che illumina ancora una volta di una luce inquietante (per quanto fiction) le spietate e ciniche manipolazioni medico-biologiche per ottenere dei risultati nel campo della "costruzione" di soldati più resistenti e più invincibili, delle vere e proprie "macchine da guerra".
Insomma, la solita vecchia storia che ritorna con una schema nuovo.
Il film è trascinante e si lascia guardare, grazie anche agli esotici cambi di scenario: dal Grande Nord, con le sue nevi e i suoi ghiacci, al deserto del Marocco, alla Spagna turistica e vacanziera, sino a Berlino, nel cuore di un vecchio parco divertimento ormai in stato di abbandono. Ma piace anche per l'intrinseca struttura favolistica che pervade la narrazione e per i rimandi al "ragazzo selvaggio" di Truffaut.
La conclusione lascia un po' d'amaro e sembra appartenere al teatro dell'Assurdo e della spietatezza, senza riscatto: "Bisogna sempre puntare al cuore del tuo nemico".

Un horror "della conoscenza", come è stato definito da alcuni, in cui alla fine non rimane alcuno spazio per i sentimenti.
Vedibile.

 

 

 

Scheda film
Un film di Joe Wright.
Interpreti principali: Cate Blanchett, Eric Bana, Saoirse Ronan, Olivia Williams, Tom Hollander, Michelle Dockery, Jessica Barden, Cyron Bjørn Melville, Álvaro Cervantes, Nathan Nolan, Paris Arrowsmith, John MacMillan, Jamie Beamish, Adam Markiewicz, Vicky Krieps, Tim Beckmann, Marc Soto, Peter Brownbill, Martin Goeres
Thriller, durata 111 min.
USA, Gran Bretagna, Germania 2011.
Sony Pictures

Dalla recensione su mymovies, dal titolo Il letterario Wright confeziona un riuscitissimo horror della conoscenza (di Giancarlo Zappoli)

(...) Era difficile aspettarsi un buon esito nel cinema di azione e di spionaggio da Joe Wright, regista che sembrava ormai dedito ad omaggi letterari ben riusciti come Orgoglio e Pregiudizio [oppure Espiazione dal romanzo di Ian McEwan]. La diffidenza è stata invece ampiamente sconfitta. Wright si ancora agli stilemi del genere ma dimostra di saperli innervare con elementi che potrebbero dare luogo a un’azione di rigetto e che invece vi si adattano perfettamente. Hanna è una fiaba a pieno titolo con la fanciulla (Hanna), l’oggetto magico (il pulsante che, una volta schiacciato la può catapultare nella cosiddetta civiltà), la strega (Marissa), il lupo cattivo (il killer che la bracca), il bosco (non la foresta iniziale ma il mondo che la ragazza non conosce). Non a caso il libro che le è rimasto dall’infanzia è una vecchia copia delle favole dei fratelli Grimm e la sua meta è proprio la Casa Grimm a Berlino.
Ma Hanna è anche una truffautiana ‘ragazza selvaggia’ al rovescio. Tenuta coscientemente lontana dalla società è stata però addestrata ad usarne le tecniche di combattimento e le armi e a conoscerne gli elementi di base. L’istruzione le è stata impartita ‘prima’. La sua educazione, una volta abbandonata la foresta, invece sarà gestita in negativo. Non solo quella impostale dai ‘cattivi’ che la vogliono catturare o eliminare ma in fondo anche quella della famiglia britannica che incontra in Marocco. Un padre, una madre e due figli tenuti insieme più dalle convenzioni di una modernità che impone le proprie regole ‘alla moda’ che da un concetto di nucleo di affetti tradotto in modalità di vita.
Hanna si trova così a dover salvare la propria vita in un mondo di cui ha appreso degli elementi ma non ha conosciuto nulla e in proposito è magistrale la sequenza in cui, in una abitazione marocchina qualsiasi, scopre in contemporanea gli oggetti di base della civiltà che le invadono la mente sconvolgendola per pochi, terribili attimi.
Il colpo di scena nel sottofinale è molto meno originale di questo vero e proprio squarcio di horror della conoscenza.

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4 luglio 2011 1 04 /07 /luglio /2011 09:59

donne-del-sesto-piano.jpgLe donne del 6° piano (di Philippe Le Guay, 2010, Francia) è una commedia briosa e delicata come soltanto i Francesi sanno fare.

La storia, retrodata, è collocata esattamente nel 1962, a Parigi, quasi esattamente 50 anni addietro, nel pieno della ripresa del dopoguerra, con il risorgere dell'alta borghesia operosa e affaristica, fatta di uomini lavoratori e mogli che, invece, ingannano il tempo tra opere di beneficineza, attività culturali e chiacchiere più meno insulse con le amiche, mostre e vernissàge, ma - certamente - poco propense a qualsiasi lavoro domestico.

Per condurre una simile vita e per garantire ai consorti ogni confort e il rispetto di rassicuranti abitudini, ordine e pulizia, camicie perfettamente stirate e argenteria lucidata a specchio, le signore benestanti e nullafacenti hanno bisogno di domestici: ed è anche chiaro che si vada alla ricerca di mano d'opera a costi relativamente contenuti, seguendo nello stesso la moda e i trend del gruppo di appartenenza.

Il film racconta la transizione dalla "moda" delle domestiche provenienti da zone economicamente depresse della Francia (in questo caso, la Bretagna) a quelle migranti dalle regioni povere della Spagna franchista che sognano un futuro di emancipazione, includente l'acquisizione di una propria casa o la riappropiazione d'una vita familiare o il ricongiungimento con i propri figli.

Le donne del 6° piano sono, appunto, tutte spagnole di diverse provenienze, migrate in Francia per trovare lavoro e potere inviare denaro a casa per le più disparate esigenze dei familiari rimasti lì o per la realizzazione dei propri sogni.

Jean-Louis Joubert (Fabrice Luchini), che vive una piatta esistenza da consulente finanziario ed è imprigionato in ossessive abitudine (e i due figli mandati a studiare in college) l'esistenza di queste donne e di un mondo intero a lui ignoto, quando la domestica di famiglia - bretone - si licenzia e la moglie Suzanne Joubert (Sandrine Kiberlain) assume, seguendo il consiglio di un'amica di chiacchiere, Maria (Natalie Verbeke) una giovane e avvenente spagnola, da poco arrivata in città da Burgos e ospitata dalla zia.

Le "Spagnole" alcune fortemente tipizzate al limite della macchietta (anche nella scelta delle fisionomie) vivono tutte al 6° piano dello stesso vecchio stabile dove abitano i signori Jobert (per tradizione plurigenerazionale).

Attraverso la neo-assunta domestica, il signor Joubert entra a poco nel mondo delle spagnole, impara a conoscerle e ad apprezzarle per la loro schiettezza e genuinità di modi, e - sospinto nda una crescente - e appena dissimulata - attrazione nei confronti della giovane Maria, comincia ad essere - di queste donne - il benefattore, in molti modi diversi, cercando di migliorare le loro condizioni di vita e di risolvere i mille problemi quotidiani che le assillano (a partire dal malfunzionamento dell'unico gabinetto alla turca,  che hanno a disposizione). 

Questo contatto, vivificante, nel giro di poco tempo, porterà il signor Joubert a fare scelte di vita radicali, a dispetto dei tabù sociali in cui è stato impastoiato per gran parte della sua esistenza (come ad esempio nell'enunciazione "I padroni vanno con i padroni"): si potrebbe dire che è proprio dal "6° piano" che egli cominci a potere utilizzare un inatteso vertice d'osservazione sul mondo e su di sé, con l'insensibile attivarsi di percorsi interiori trasformativi (di alleggerimento, sostanzialmente, e di gioia di vivere).

E' un film godibile e delicato, con pochissime scene d'azione, tutto centrato sui dialoghi e sulla presentazione-analisi d'una situazione che, mutatis mutandis, è anche quella odierna. Anche nella nostra esperienza di Italiani, abbiamo avuto varie fasi: dalle domestiche che le famiglie benestanti assumevano al loro servizio, reclutandole nei piccoli paesi della provincia, a quelle - più a buon prezzo - che provenivano dalla Sardegna, economicamente più depressa, sino all'epoca attuale, in cui nelle nostre famiglie come domestiche e come badanti ci sono Rumene, Ucraine, Moldave.

I rapporti tra datori di lavoro e domestiche, e i rapporti delle domestiche tra loro tuttavia sono identici tutt'oggi: identici i modi di rapportarsi, identica l'ignoranza dei primi sulle reali condizioni di vita delle proprie lavoranti, identici i sogni e le aspirazioni delle domestiche (tra cui quella - giovani o non giovani - di conquistare e, eventualmente, sposare un "signore"), identici infine i modi di passare il tempo, in chiesa o nei giardinetti o in altri punti d'incontro, nei giorni liberi dal lavoro.

Insomma, la commedia di Le Guay, parlando di ieri ci parla anche dell'oggi, offrendo alla nostra attenzione, in modo divertente e piacevole, degli spunti di riflessione.

In questo, a differenza dei prodotti nostrani, la commedia cinematografica francese rivela di possedere - in modi garbati e certamente non prepotenti - delle grandi capacità di approfondimento su temi sociali, coniugando brillantemente l'intelligenza con la leggerezza e il divertimento, e riuscendo così a parlare anche di temi riguardanti la rottura di rilevanti tabù sociali.

Una bella parte è affidata a Carmen Maura, interprete di molti film di Almodovar.

 

Scheda Film

Un film di Philippe Le Guay.

Interpreti principali: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy, Muriel Solvay, Audrey Fleurot, Annie Mercier, Michèle Gleizer, Camille Gigot, Jean-Charles Deval, Philippe Duquesne, Christine Vézinet, Jeupeu, Vincent Nemeth, Philippe Du Janerand, Patrick Bonnel, Laurent Claret, Thierry Nenez, José Etchelus, Jean-Claude Jay, Joan Massotkleiner, Ivan Martin Salan

Titolo originale Les Femmes du 6ème ètage.

Drammatico

Durata: 106 min. -

Francia 2011. Archibald Enterprise Film

uscita venerdì 10 giugno 2011.

 

TRAILER



http://www.youtube.com/watch?v=NK_RigRIeFA

 

 

 

 

 

 

La scheda del film

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10 giugno 2011 5 10 /06 /giugno /2011 11:24

treeoflife.jpgThe tree of life (di Terrence Malick, India-Gran Bretagna 2011) è un film strano, frammentato e visionario, con un'alternanza tra la rappresentazione dei primordi della vita, dei misteri dell'universo e della grandiosità della natura immensa e incommensurabile, intrisa di un divino immanente, terrifico più che confortevole e la piccolezza della vite di una piccola famiglia americana (Waco, Texas), alle soglie degli anni Sessanta. Un padre (il signor O' Brien, Brad Pitt), timorato di Dio, lettore e citatore di passi biblici, ma inflessibile nei suoi principi educativi, una madre gioiosa e vitale (La signora O' Brien, interpetata da Jessica Chastain) costretta ad accettare i principi rigidi del marito, salvo a scatenarsi in una bella danza di gioia assieme ai figli in assenza del marito, in viaggio per lavoro.
I figli, che crescono come monadi separate in un loro univewrso, fatto di segni e di rimandi misteriosi, di tentativi di decifrare il comportamento degli adulti che li circondano e di dare un senso del continuo brusio dei loro discorsi di ammaestramento che, partendo con certe finalità, vengono infine recepiti in modo differente dalla lettera del discorso così come era stata enunciata.
E, al disopra di tutto, la profonda solitudine di ciascuno: per quanto ci si sforzi, la vita di ciascuna forma una traiettoria separata e unica. Le più intense esperienze ciascuno le fa da solo, dentro di sé. Ci si deve confrontare, passo dopo passo, con la propria solitudine, spezzata da occasionali collisioni con il mondo esterno.
Solo la morte prematura di uno dei fratelli, ormai 19enne riconduce tutti, i genitori e gli alri due fratelli, ad un dolente percorso nella memoria in cui le cose passate acquistano a poco a poco, sia pure nella loro frammentarietà colori e suoni, ritmo e musicalità, con un arivisitazione della memoria compiuta dal primogenito Jack, ormai adulto (Sean Penn). 

Ma il leit-motiv rimane pur sempre quello dell'infinita solitudine di ciascuno, ancora di più nell'adulto, quando l'età d'oro dell'infanzia e della fanciullezza alle soglie dell'adolescenza è definitivamente abbandonata: e, poi, c'è da chiedersi, quei periodi della vita sono veramente un'età dell'oro o si tratta soltanto d'una nostra proiezione di adulti; e non sono piuttosto un piccolo inferno dal quale faticosamente si deve sopravvivere per trovare la propria cifra di adulti "relativamente" sereni e pur sempre immersi nella profonda solitudine dell'essere al mondo? Sino al sogno finale in cui prima che il ciclo di mascita-morte-nascita riprenda, c'è la rappresentazione fantastica di un immaginario limbo sulla sabbia lasciata in secco dalla marea che si è ritirata in cui mille - diecimila - uomini e donne di tutte le età camminano come ombre o fantasmi, ogni tanto scontrandosi ed incontrandosi e dove i ricongiungimenti familiari, in cui si manifestino gli affetti, con teneri abbracci, con le lacrime sparse, con le parole non dette e con il suono delle parole "proibite" nell'infanzia come un semplice "papà" al posto del più rigido e forse anaffettivo "padre", sono infine possibili, ma anche lì - nel sogno - sono incombenti il magma solare, la lava ribollente, l'onda dello tsunami, a segnalare il fatto che forze immense sono pronte a schiacciare e a sparpagliare i fragili affetti umani in una visione oscillante tra il Dio biblico di Giobbe (non a caso citato in apertura del film) che, per suoi imperscrutabili motivi, prima dà e poi toglie, colpendo tanto il giusto, quanto il peccatore, un Dio che anima il mondo di queste forze immense e minacciose, ma che - nello stesso tempo - rende possibile il miracolo della vita che si rinnova di continuo e tra una concezione mistico-religiosa in cui è l'amore la forza generativa dell'universo e della vita, l'amore  e lo stato di grazia gli ingrediente essenziale senza il quale ogni vita si inariderebbe, senza il quale l'albero della vita non potrebbe perpetuarsi e farsi più forte ogni giorno, malgrado tutto.
Il film è di grandi e sublimi visioni, sia pure con l'iterazione delle immagini e dei suoni, che - a tratti - lo rendono ipnotizzante come un mantra ripetuto all'infinito, effetto prodotto - peraltro - dalle musiche che compongono la colonna sonora, predominanti rispetto alla voce umana che appare sparuta, esile, fragile e smarrita.

 

(Marianna Cappi in www.mymovies) Del film si mormorava addirittura che avrebbe riscritto la storia del cinema e in un certo senso The Tree of Life fa anche questo, senza inventare nulla ma spaziando dall'uso di un montaggio emotivo da avanguardia del cinema degli esordi ad una sequenza curiosamente molto vicina al finale del recentissimo Clint Eastwood, Hereafter. Il confronto, però, scorretto ma tentatore, non si pone: la passeggiata di Malick in un'altra dimensione è potente e infantile come può esserlo solo il desiderio struggente che nutre il bambino di avere tutti nello stesso luogo, in un tempo che contenga magicamente il presente e ogni età della vita. Ecco allora che il film non sarà nuovo ma rinnova, ritrovando un'emozione primigenia, fondendo ricordo e speranza.

 

Scheda film

 

Un film di Terrence Malick.

Interpreti principali: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken, Laramie Eppler, Tye Sheridan, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Tom Townsend, Jennifer Sipes, Tamara Jolaine, Will Wallace, Kimberly Whalen, Michael Showers, Danielle Rene, Margaret Hoard, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Erinn Allison, Jodie Moore, Chris Orf, Cole Cockburn, Christopher Ryan, Alex Draguicevich, Robin Read, Anne Nabors

Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 138 min. - India, Gran Bretagna 2011. - 01 Distribution uscita mercoledì 18 maggio 2011

 

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25 maggio 2011 3 25 /05 /maggio /2011 09:55

ragazzo_con_bicicletta.jpgIl ragazzo con la bicicletta (Le gamin au vélo, dei due cineasti belghi, ma molto amati in Francia, Luc e Jean-Pierre Dardenne, considerati registi "sociali" per eccellenza), è un bel film che parla dell'infanzia (alle soglie dell'adolescenza) incompresa e susicta - ma nel modo giusto emozioni intense.

Cyril (Thomas Doret) è un ragazzino dodicenne, più o meno, la cui nonna è morta (la madre non c'è stata da tempo) e il cui padre decide di rifarsi una vita, abbandonandolo in collegio e non dando più notizie di sé.

Ciryl si ribella all'idea, vorrebbe avere notizie del padre e soprattutto vuole rientrare in possesso della bici che lo stesso padre gli aveva regalato e che, per lui, continua a rappresentare il legame con la vita precedente, con la "normalità" bruscamente interrotta.

Nel corso di una sua fuga disperata e coraggiosa conosce Samantha (Cécile de France) che - in qualche modo mossa dalla sua disperazione - prende a cuore il suo caso, riesce a recuperare la bici che il padre di Cyril, andandosene, aveva cinicamente venduto, accettando di prendere con sè Cyril nei fine settimana.

La situazione non è scontata, nè si crea un'atmosfera da idillio: e qui sta la maestria dei registi.

La relazione d'affetto tra Samantha e Cyril dovrà costruirsi faticosamente passo dopo passo, dato che non vi è nulla di scontato e che non può rispondere a nessun modello precostituito, passando attraverso la ricerca del padre, le fughe e le ribellioni di Cyril, il suo cedere alle seduzioni di un giovane (Fabrizio Rongione) di poco più grande di lui, nel quale egli vede l'ombra di un padre responsabile e premuroso (ma è tutto un inganno, tipico di chi vuole esercitare il plagio su menti più giovani e ferite negli affetti) sino ad un breve incursione nel territorio degli adolescenti ribelli (che tali sono il più delle volte non per cattiveria, ma per disperazione e che, quando sono in tale stato, sono vulnerabili e facilmente manipolabili), sino al recupero d'una vita "nuova" al fianco di Samantha, anche lei capace di fare scelte coraggiose e di assumersi la responsabilità della cura di Cyril, al costo di rinunciare ad alcune sue priorità esistenziali.

I registi nel loro finale, non melenso, vogliono dirci che tutto ha un costo e che, prima di procedere in un'evoluzione di vita rasserenata, i conti in sospeso devono essere pareggiati, segnalandoci - nello stesso tempo - che la conquista di una "normale", quieta, felicità dipende da scelte responsabili, guidate da una progettualità, che bisogna lottare per arrivare a qualche meta positiva, vincendo le offese all'amor proprio, i risentimenti, le delusioni.

Un film che - come le pellicole dei cineasti francesi, in genere - affronta con delicatezza uno spaccato di vita quotidiana, senza toni aulici, ma con profonda verità psicologica, toccando il tema della ribellione adolescenziale e delle radici più profonde delle tendenze antisociali.

 

SCHEDA FILM

Un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Interpreti principali: Jérémie Renier, Cécile De France, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet, Thomas Doret, Egon Di Mateo

Titolo originale Le Gamin Au Vélo. Drammatico, Ratings: Kids, durata 87 min. - Belgio, Francia, Italia 2011. - Lucky Red uscita mercoledì 18 maggio 2011

 

TRAILER

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24 maggio 2011 2 24 /05 /maggio /2011 10:51

beastlyBeastly (un film scritto e diretto da Daniel Barnz, USA, 2011) è la debole rivisitazione della fiaba "la Bella e la Bestia", da cui è stato tratto pochi anni fa il lungometraggio della Disney, di ben altro spessore.

La trasposizione cinematografica tocca il tema "moderno" dell'ossessione per il corpo, la bellezza, lo stato di buona salute, come elementi portanti del successo e di ogni riuscita.

Cose che di per sè non sarebbero esecrabili. Tutt'altro. Ma che lo diventano se accoppiate alla superbia, alla tracotanza, al disprezzo e al dileggio dei "brutti", dei diversi, dei non omologati.

Il protagonista, Kyle Kingston (Alex Pettyfer), belloccio e presuntuoso figlio di un uomo successo tanto danaroso e cinico quanto distratto come padre, viene colpito da una sorta di maledizione voodoo lanciata su di lui da una "strega" metropolitana per punirlo del disprezzo con cui tratta tutti gli altri rappresentanti dell'Umanità. Il suo aspetto viene mutato: il capo prima cinto da una folta chioma bionda, ora é rasato o affetto da deturpante alopecia, il volto e il corpo sono sfigurati da sfregi, inserimento di schegge metalliche, tatuaggi (ma il fisico si mantiene prestante: almeno questo!).

E' per Kyle la rovina: la vergogna è grande e non ha più il coraggio di farsi vedere in giro. Perfino il padre, poichè Kyle così trasformato non è più adeguato a rappresentarlo nella high society dei rampanti, lo relega in una casa - benchè di lusso - più appartata rispetto al glamour della grande metropoli newyorchese e all'ambiente più in frequentato - anzi dominato - sino a quel momento da Kyle che ripiega su di una vita nascosta di giorno e furtiva di notte, con uscite con il cappuccio in testa, timoroso di mostrare ad altrui il proprio aspetto.

Poi, il resto del tempo, chiuso in casa con l'unica compagnia di un istitutore cieco assoldato provvidamente dal padre (coerente con il suo progeto di emarginazione di un figlio che gli dà imbarazzo) e di una governante di colore.

La "strega" Kendra (Mary-Kate Olsen) è stata chiara: se di lì ad un anno, Kyle non troverà una donna che, malgrado il suo aspetto, gli dirà che lo ama, la trasformazione sarà definitiva e per sempre, senza appello.

Inutile raccontare il seguito della storia che, rispetto al lungometraggio Disney è privo di poesia e soprattutto  tutto incentrato sulle timorosità legate ad un aspetto fisico repellente (almeno ritenuto tale dal protagonista), mentre nel film d'animazione, la Bestia doveva di continuo confrontarsi con la sua superbia e con la sua rabbia, essendo senza tregua impegnata nel difficile cimento  di ritrovare dentro di sé la gentilezza, ma anche qualità come attenzione, generosità, premurosità nei confronti degli altri.

Alla fine, il fatidico "Ti amo" verrà pronunciato dalla “bella” Lindy (Vanessa Hudgens), grassolttella quanto basta (per strizzare l'occhio a tante adolescenti sovrappeso) e dal volto fresco e pulito, ma che a conti fatti, pare melenso.

Il belloccio Kyle recupererà il suo aspetto rimpianto da attore di fotoromanzo, ma avrà veramente imparato la lezione?

Tutti felici e contenti, anche se la "strega" si accinge a colpire con i suoi strali altri superbi.

Peccato che il giovane  Kyle, nel suo aspetto da "Bestia", fosse molto più interessante e caratterizzato, il volto pensoso e lo sguardo intenso.

Insomma, un film per adolescenti, nella stessa linea del recente Cappuccetto rosso sangue, fondamentale debole, tanto da indurre il recensore di mymovies (Eduardo Becattini) a titolare il suo commento: "La Bestia in versione teen perde il pelo e anche il vizio".

 

Scheda film

Un film di Daniel Barnz. Con Vanessa Hudgens, Alex Pettyfer, Mary-Kate Olsen, Peter Krause, Lisa Gay Hamilton, Neil Patrick Harris, Dakota Johnson, Erik Knudsen, Jonathan Dubsky, David Francis, Karl Graboshas, Rhiannon Moller-Trotter, Gio Perez, Miguel Mendoza, Roc LaFortune

Fantastico, - USA 2011. - Videa - CDE uscita mercoledì 11 maggio 2011.

 

TRAILER

 

 

La bella e la bestia (titolo francese: La belle et la bête) è una famosa fiaba europea, diffusasi in molteplici varianti, le cui origini potrebbero essere riscontrate in una storia di Apuleio, contenuta ne L'asino d'oro (conosciuto anche come Le metamorfosi) e intitolata Amore e Psiche. La prima versione edita fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, pubblicata in La jeune américaine, et les contes marins nel 1740.

Altre fonti, invece, attribuiscono la ricreazione del racconto originale a Giovanni Francesco Straparola nel 1550. La versione più popolare è, tuttavia, una riduzione dell'opera di Madame Villeneuve pubblicata nel 1756 da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont in Magasin des enfants, ou dialogues entre une sage gouvernante et plusieurs de ses élèves.

La prima traduzione, in inglese, risale al 1757.

Numerosi sono gli adattamenti e le trasposizioni di questa fiaba conosciuti in tutta Europa. In Francia, per esempio, nel 1771 fu scritta da Marmontel e composta da Grétry la versione lirica de La bella e la bestia, basata sulla storia di Mme Leprince de Beaumont e dal titolo Zémire et Azor, che riscosse enorme successo anche nell'Ottocento.

 

Per saperne di piu', vai alla voce di Wikipedia

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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