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1 dicembre 2011 4 01 /12 /dicembre /2011 07:29

Immortals.jpg

 

Immortals (di Tarsem Singh, USA, 2011) risente della forte impronta degli stessi produttori di 300 (che proponeva la storia della battaglia delle Termopili tra storia e leggenda).
Qui dalla storia si passa alla mitologia, con un incursione in un passato lontano in cui gli dei si mescolavano agli uomini, malgrado i veti posti dal dio sommo (Zeus), del resto poi il priomo ad infrangerli.
La mitologia come in altri film di genere è trattata in salsa americana, con contaminazioni e mixagi tra i miti originari e il collocamento di personaggi dove non dovrebbero essere. Ma, d'altronde, il film è la trasposizione di una graphic novel omonima, in cui - trattandosi di una novel, appunto - ogni variazione sul tema è resa possibile dalla fiction.
Quindi i puristi della mitologia, nel vedere Immortals non dovranno certo scandalizzarsi della libertà con cui è trattata la materia.
Vi è rappresentata un'era ancestrale, in cui i Titani sono imprigionati all'interno di una montagna cava, custodita da guerrieri armati sino ai denti e in cui il sanguinario e totalitario re Hyperion vuole liberarsi per impadronirsi del mondo alla sua legge violenta e di sopraffazione crudele e per sottomettere gli stessi dei.
Per contro, gli dei che, dall'alto dell'Olimpo (rappresentato come un'astronave aliena ancorata al suolo e svettante tra le nubi), seguono le vicende degli uomini sono rappresentati come potenti esseri alieni a cui tutto è possibile.
La parte più interessante del film è la cupezza del mondo livido di dominio e di sopraffazione proposto da Hyperion e la rappresentazione della sua somma crudeltà con un stuolo di sgherri e di torturatori, con le tinte fosche accresciute da un capillare lavoro di postproduzione soprattutto sui colori e sui contrasti che vengono esasperati quasi sino al bianco-nero spinto e alla surreale mancanza di ombre.
Le scene di battaglie e quelle molteplici di efferate punizioni cui sono sottoposti gli schiavi e i prigionieri di Hyperion si vedono come attimi d'un videogioco in cui gli spargimenti di sangue, i corpi lacerati, le teste polverizzate, gli arti amputati sembrano essere trattati più con delle valenze esteitizzanti che come elementi capaci di generare orrore.
Il film rimane in sostanza più un'esercitazione formale che un'opera capace di decollare nei contenuti.
Intrattenimento fine a se stesso, insomma.

Questo un passagio saliente della recensione di Gabriele Niola, su www.mymovies.it
Il punto di forza del film infatti sta da un'altra parte, in quell'idea (promossa da 300 e qui replicata fedelmente) che una dimensione realmente epica debba essere visivamente straniante e, nello specifico, pittoricamente alterata in postproduzione. Il risultato è stupefacente e capace di andare anche oltre il modello originale (300, non i miti greci) per inventiva, gusto grafico e audacia. In questo senso funziona moltissimo un 3D ben calibrato e aiutato da riprese e angolature che esaltano la prospettiva.

SCHEDA FILM
Un film di Tarsem Singh.

Interpreti: Henry Cavill, Stephen Dorff, Luke Evans, Mickey Rourke, Freida Pinto, John Hurt, Kellan Lutz, Isabel Lucas, Robert Maillet, Alan Van Sprang, Joseph Morgan, Corey Sevier, Steve Byers, Romano Orzari, James A. Woods, Daniel Sharman, Robert Naylor, Mercedes Leggett, Gage Munroe, Carlo Mestroni, Aron Tomori, Neil Napier
Titolo originale: Immortals.

Genere: Azione

Ratings: Kids+16;

Durata 110 min.

Origine: USA 2011.

o1 Distribution.

Uscita venerdì 11 novembre 2011

TRAILER UFFICIALE

 


 
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25 novembre 2011 5 25 /11 /novembre /2011 15:44

This-must-be-the-place.jpgThis must be the place (di Paolo Sorrentino, 2011, Italia, Francia Irlanda) é un film davvero straordinario sulla memoria, sulla riconciliazione, sull'elaborazione del lutto e sui percorsi di vita più o meno bloccati.
Bravissimo Sean Penn per l'interpretazione di un ruolo che avrebbe potuto scadere nel volgare o nello stereotipo e che, invece, è di un'intensa umanità.
Il racconto prende le mosse dalla rappresentazione dello spleen esistenziale d'un musicista rock rimasto ancorato al suo ruolo (il genere di personaggio della scena musicale degli anni Settanta en travesti) e che non ha più alcuno stimolo dalla vita, dato che si è ritirato a vivere di rendita dei proventi accumulati nel corso della sua carriera e delle royalties, dopo che due fan adolescenti ispirati dal messaggio disfattista contenuto nelle sue canzoni si sono suicidati (e non passa mese che lui vada a deporre fiori sulle loro sepolture, perchè si è sentito responsabile delle loro morti e da quell'evento la sua carriera nusicale - troppo legata ad uno stereotipo si era bloccata).
Ma soprattutto Cheyenne - questo è il suo nome - continua ad essere fissato al suo ruolo e alla sua immagine di rockstar di un tempo: si veste e si acconcia esattamente come quando calcava le scene musicali.
Perchè una simile rigidità?, si chiede lo spettatore, intuendo che non si tratta soltanto d'un vezzo, dal momento che tale fissità è accompagnata da una nota fondamentalmente malinconica e triste.
All'improvviso, arriva la notizia che il padre con cui Cheyenne non si vede e non parla da oltre 30 anni da quando, a causa delle incomprensioni, se ne era andato di casa, è morente di vecchiaia.
E, così, Cheyenne parte per un viaggio che lo scaraventerà dalla sua dimensione di vita ristretta e quasi claustrofobica nel grande mondo, portandolo dalla periferia di una città d'Irlanda agli Stati Uniti, dove è sempre vissuto il padre e da dove lui stesso era a suo tempo partito, quando si era messo in fuga dalla famiglia.
Il viaggio è un'opportunità che gli si schiude davanti, per uscire dal suo mondo chiuso e imploso, profondamente statico (in cui la fonte di maggiore vitalità - e protezione dall'inaridimento - è tuttavia il saldo rapporto con la moglie).
Tutto il resto, che assume presto la cifra di un road movie, è un viaggio alla ricerca di se stesso e delle proprie radici, quando scopre che il padre scampato ad un campo di sterminio nazista aveva raccolto un'importante documentazione per smascherare l'ufficiale delle SS che, nel campo, lo aveva vessato e umiliato.
Sentendo come un lascito la missione lasciata incompiuta dal padre, Cheyenne s'avventura in un lungo viaggio attraverso gli States, seguendo le tracce del nazista e, intanto, come è in tutte le storie on the road, fa una serie di incontri cruciali che gli cambiano la vita e che, soprattutto, lo mettono di fronte ai veri motivi che lo hanno bloccato in un ruolo rigido e senza sviluppo.
Il film di Sorrentino è, invero, la storia della ricucitura di un rapporto spezzato tra un padre e un figlio, attraverso un percorso di elaborazione che inizia davanti ad un corpo senza più vita e che riattiva un dialogo che non aveva potuto più avere luogo per oltre 30 anni e che lo conduce a disvelare quel non detto (l'esperienza concentrazionaria) che, come un macigno, aveva inquinato il lro rapporto.

Alla fine, Cheyenne, ritornerà ai suoi affetti familiari, trasformato nella mente, ma anche nel corpo e nella sua immagine esteriore.
Non ultimo pregio del film è la colonna sonora in cui David Byrne (Talking Heads) fa la parte del leone con la riproposta di tanti suoi pezzi "classici" degli anni '70, comparendo anche nelle sequenze del film - interprete di se stesso -, quando Cheyemme si reca ad assistere ad una performance dal vivo di Byrne con un dialogo tra i due in cui viene sviluppata una riflessione tra la musica prodotta seguendo le mode, che imprigionano i musicisti in un ruolo e in un'immagine senza possibilità di evoluzione e quella che invece è autenticamente creativa con punti di svolte, con impennate in controtendenza e con una dichiarata mission di incidere nel sociale, anche al costo della transitoria impopolarità: in questo breve confronto viene delineata la differenza tra musicante che con il suo mestiere cavalca astutamente le mode e il vero artista.

In questo senso, il film contiene uno strarodinario omaggio al grande ed intramontabile David Byrne.

Scheda film
Un film di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Judd Hirsch, Kerry Condon, David Byrne, Olwen Fouere, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Seth Adkins
Drammatico, durata 118 min. - Italia, Francia, Irlanda 2011. - Medusa uscita venerdì 14 ottobre 2011

Trailer

 

 



Colonna sonora

 

 


 

 

 

 


 
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14 novembre 2011 1 14 /11 /novembre /2011 15:20

carnage.jpgCarnage è un film del 2011 diretto da Roman Polański, basato sull'opera teatrale Il dio del massacro (Le dieu du carnage) di Yasmina Reza (pubblicato da Adelphi, 2011).
La parolo "carnage", sta appunto per "massacro": "Io credo nel Dio nel massacro. Il dio del massacro che governa indiscusso dalla notte dei tempi" - afferma uno dei personaggi.
In una lite al parco un ragazzino di 11 anni colpisce un coetaneo al volto con un bastone. I genitori, due coppie di Brooklyn - i Longstreet e i Cowan - decidono di incontrarsi per discutere del fatto e risolvere la cosa da persone civili. Gli iniziali convenevoli si trasformano in battibecchi velenosi e il comportamento delle due coppie degenera in situazioni assurde e ridicole.
E' un film dal tipico impianto teatrale, con unità di tempo, di luogo e di azione, a parte le brevi sequenze di apertura e chiusura, ambientate nel parco giochi dove ha avuto luogo il litigio tra i due ragazzini, primum movens del confronto-scontro tra le due coppie.
Nei dialoghi che passano da una forbita cortesia delle battute iniziali alla totale perdita di controllo nelle ultime battute c'è la progressiva caduta di tutte le maschere del perbenismo borghese, della finta accettazione dell'altro, degli atteggiamenti culturali che sono più che fonte di miglioramento del proprio sé una semplice ostentazione magniloquente, come anche l'adesione alle cause di supporto civile ai popoli sofferenti dell'Africa: tutte mode e falsificazioni che crollano assieme alla progressiva distruzione e vanificazione dei rispettivi status symbol garanti della rispetttabilità e della normalità.
Carnage(film)Nel confronto senza pietà cadono tutte le maschere e i quattro coniugi mostrano il loro volto cinico, impietoso, crudele, violento e sopraffattorio, sino ad un cinico gioco di massacro in cui tutti sono contro tutti, senza pietà e senza empatia alcuna
Il film di Polanski è tratto dal lavoro teatrale di Yasmina Reza, drammaturga, scrittrice e attrice francese (è del 1959), le cui opere teatrali sono state adattate e rappresentate in molti paesi e hanno ricevuto svariati premi.
il-dio-del-massacro.jpgLa stessa Reza è stata autrice della sceneggiatura del film di Polanski.
I personaggi del film rispetto a quelli del film sono in "esilio", come lo è Polanski regista.

L'ambientazione è infatti spostata da Parigi a New York, e analogamente cambiano i nomi dei personaggi.
La coppia offesa è costituita da Michael e Penelope Longstreet (rispettivamente John C. Reilly e Jodie Foster), mentre la coppia chiamata a riparare è quella dei Cowan, rispettivamente Alan (Cristoph Waltz) e Nancy (Kate Winslet).
Cito per concludere un passaggio saliente della recensione di Marzia Gandolfi su www.mymovies.it.


(Marzia Gandolfi, www.mymovies.it) Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l'inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell'ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell'appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l'impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia'. Città immaginaria e ferocemente reale, New York apre e chiude il dramma da camera di Polanski, che spacca e fruga, ‘percorrendo' con lo sguardo personaggi già ipocriti e corrotti, strumenti di ferocia intrappolati in un cul de sac. In barba al politicamente corretto, l'irriducibile e non riconciliato Polanski ha cominciato a saldare i conti con l'American Dream. Un sogno che non c'è più e forse è solo la più grande menzogna mai tramandata.

Scheda film
Regia: Roman Polanski. Interpreti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly Titolo originale Carnage. Drammatico, durata 79 min. - Francia, Germania, Polonia, Spagna 2011. - Medusa uscita venerdì 16 settembre 2011.

Trailer


 
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30 settembre 2011 5 30 /09 /settembre /2011 18:13

niente-da-dichiarare.jpg

 

Niente da dicharare? del francese Dany Boon (lo stesso regista di Giù al Nord) ripropone - in modo diverso e mutati luoghi e circostanze - la fortuna della divertente commedia Giù al Nord, con eguale matrice tuttavia che è quella di indagare con toni leggeri nelle idiosincrasie, nei pregidiuzi della piccola provincia france (e, in questo caso, anche belga).
La location è appunto il confine franco-belga che divide una dall'altra due cittadine, Corquain in territorio francese e Koorkin in Belgio, al tempo dell'entrata in vigore del trattato di Maastricht (1993), con cessazione da un giorno all'altro di meticolosi controlli effettuati in nome di un mal riposto zelo patriottico e dell'abolizione delle di lunghe ed estenuanti code d'auto.
Per ordini superiori, dai due comandi doganali sino ad un momento prima contrapposti (e ormai in via di smantellamento) viene istitutita una pattuglia doganale mobile franco-belga che, a bordo di una scassatissima Renault 4L, dovrà andare in giro nelle rete di strade confinanti per prevenire illeciti, traffici di droga e attività di contrabbando, in compagnia di un simpatico cane anti-droga. Nasce così una collaborazione confronti tra i due doganieri di colore opposto Ruben Vandevoorde (Benoit Poelvoorde) e Mathias Ducatel (lo stesso Dany Boon), il primo comandato a far questo per fare ammenda delle sue intolleranze nei confronti dei vicini Francesi, il secondo cooptato per adesione volontaristica (ma animato da un suo segreto progetto che è quello di farsi amico di Ruben).

L'osso duro, tra i due è Ruben animato dai suoi pregiudizi campanilistici e pieno di invalicabili barriere mentali contro i "mangiarane" (o "mangialumache"). Mathias, pur invischiato anche lui in qualche pregiudizio (sulla piccolezza mentale dei Belgi e sui loro strani vezzi linguistici) è gentile e accomodante, ma è soprattutto desideroso di creare un bon rapporto con il collega, visto che vuole sposarne la sorella.
I due - con gag a volte esilaranti - riescono malgrado tutto ad arrestare dei contrabbandieri e a sventare un traffico di droga.
Il film, con i toni della commedia, offre una riflessione sulla stupidità dei pregiudizi e delle barriere mentali e, pur essendo ambientato in una realtà piccola con le proprie peculiarità, assume dei toni più ampi e di maggiore universalità e ha qualcosa da insegnare: attraverso la risata e l'ironia, appunto.
Divertente e godibile.

SCHEDA FILM
Regia: Dany Boon.

Interpreti: Benoît Poelvoorde, Dany Boon, Julie Bernard, Karin Viard, François Damiens, Bouli Lanners, Olivier Gourmet, Michel Vuillermoz, Christel Pedrinelli, Joachim Ledeganck, Philippe Magnan, Jean-Paul Dermont, Nadège Beausson-Diagne, Eric Godon, Zinedine Soualem, Guy Lecluyse, Laurent Gamelon, Bruno Lochet, Laurent Capelluto
Titolo originale: Rien à déclarer.
Commedia, durata 108 min.

Francia 2010.

Medusa uscita venerdì 23 settembre 2011

Trailer:


 
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20 settembre 2011 2 20 /09 /settembre /2011 19:31

Il-Debito.jpgIl debito (di John Madden, USA 2010) racconta la storia di alcuni agenti del servizio segreto israeliano, incaricati di catturare un criminale di guerra nazista, compiono la loro missione e sono riaccolti in patria come eroi. A distanza di trent'anni però, riemerge una verità diversa che li costringe a fare i conti con il passato e a fare delle scelte.
Sono andato a vedere questo film con un certo scetticismo. Come spesso accade non ne so nulla, ne ho fatto ricerche precedenti la visione, perchè non voglio subire influenzamenti di sorta.
Lo scetticismo e il rifiuto aumentano quando vedo che si parla di Mossad e di una storia di tre agenti ancora giovanissimi (David, Rachel e Stephan) che, al tempo dell'inizio della Guerra fredda, vengaono inviati a recuperare Vogel, criminale naziasta e medico-boia che aveva operato nel campo di sterminio di Birkenau, praticando sui deportati esperimenti atroci e disumani.
Non ne posso più di sentire o di vedere queste storie di operazioni segretissime per recuperare alla giustizia degli israelianii criminali nazisti sfuggiti al processo di Norimberga (di cui l'azione per prendere Eichmann fu esemplare), specie dopo quello che gli Israeliani stanno causando nel mondo.
Sembrerebbe, a giudicare dalle prime mosse, un film alla maniera di Munich, in cui si racconta degli eventi di Monaco e dell'intervento risolutivo di una task force della Mossad per liberare gli ostaggi.
Però, a poco a poco, il film ha destato il mio interesse, soprattutto per lo stile narrativo a piani temporali sfalzati e con l'utilizzo di ricostruzioni storiche dei fatti alternative.
In questo senso, è un'autentica sorpresa E, purtroppo, della trama, non si può dire nulla, pena il rischio di guastare allo spettatore il piacere della sopresa.
Basti soltanto dire che è una storia ben costruita nel montaggio e nel modo in cui lo spettatore viene ricondotto alla verità che non può più essere nascosta e che deve essere rivelata al mondo per essere in pace con la propria coscienza.
Unica traccia di questo percorso è nel titolo "Il Debito".
C'è un debito che deve essere pagato, per riscattare iprotagonisti dall'aver vissuto trent'anni dell a propia vita nella menzogna e nella falsificazione.
Più che un thriller, come con un ccesso di esemplificazione insiemistica, viene catalogato, è a tutti gli effetti un film drammatico e ne possiede tutti i crismi.
Da vedere, malgrado il giudizio severissimo che ne dà il recensore di www.mymovies.it (Marianna Cappi), il quale sottolinea una prevalenza di aspetti formali rispetti a quelli legati allo scavo psicologico dei personaggi: io invocherei più clemenza...

Scheda film
Regia: John Madden.
Interpreti principali: Helen Mirren, Jessica Chastain, Sam Worthington, Tom Wilkinson e Jesper Christensen
Genere: Thriller

Origine: USA, 2010

Dal 16 settembre 2011 al cinema.
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pages/Il-Debito/200171616661551
Twitter: http://twitter.com/#!/IlDebito

Il trailer italiano

 


 

La recensione su www.mymovies.it

Colpi di scena e punti di tensione per un racconto troppo debole (Marianna Cappi) -  1966, Berlino Est. Rachel, David e Stephan sono tre giovani agenti del Mossad, incaricati di catturare il criminale nazista Vogel, altrimenti noto come “il chirurgo di Birkenau”, e di farlo arrivare in Israele per il processo che gli spetta. Qualcosa va storto e Rachel, per impedirne la fuga, è costretta ad ucciderlo a Berlino. Giustizia è comunque fatta e per trent'anni i tre vengono celebrati in patria come eroi, chiamati a raccontare l'impresa in scuole e conferenze e, infine, a finire nero su bianco sul libro di memorie redatto dalla figlia di Rachel e Stephan. Ma hanno mentito. Il nazista è ancora vivo. Tocca alla donna rimettersi su un aereo diretto in Ucraina per saldare il debito con la propria coscienza, la propria famiglia e il proprio popolo.

Remake dell'israeliano dell'anno 2007 Ha-Hov, diretto da Assaf Bernstein, il film di John Madden punta sulla qualità degli attori, sui loro volti sofferti e perfetti e la loro capacità di mimetizzarsi, accento e camminata, con i personaggi che indossano. Missione riuscita, si direbbe: i sei interpreti principali sono credibili nelle loro identità fittizie e offrono una prova più che dignitosa. Peccato, invece, che né la scrittura -specie nell'ultima parte- né, soprattutto, la regia li servano a dovere, mettendoli talvolta in situazioni ingrate, in cui è ancora una volta solo e soltanto la loro bravura a trarli d'imbarazzo.

Abbandonata molto in fretta la speranza di trovarsi di fronte a qualcosa à la Munich, ci si rende conto man mano che la proiezione procede che, nonostante i nomi alla sceneggiatura, ciò a cui stiamo assistendo assomiglia tanto al polpettone che viene tratto di routine dai thriller best-seller, che della caccia al criminale nazista si servono come della caccia a qualsiasi altro killer, per accumulare colpi di scena e punti di tensione. Il valore della verità, il peso della colpa, il conflitto tra la ragione di stato e le ragioni del cuore sono temi affidati al massimo ad una battuta ciascuno, che il film si guarda bene dall'approfondire. È evidente che a John Madden interessano di più i colori della fotografia sui costumi d'epoca e le atmosfere spy che non un discorso psicologico e, stando alla sua filmografia, stupirebbe il contrario, eppure le incertezze nel racconto proprio in prossimità del gran finale, dove tutto si fa troppo caotico e ellittico, unite a qualche evidente disequilibrio tra le due epoche in scena, sono tali da rovinare senza appello un film che fino a quel momento aveva per lo meno saputo tenere desta l'attenzione.

 



 

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17 settembre 2011 6 17 /09 /settembre /2011 11:39

The EagleThe Eagle (USA, 2011, di Kevin Macdonald con Channing Tatum e Jamie Bell), è tratto dal romanzo di Rosemary Sutcliff, La legione scomparsa (titolo originale: The Eagle of the Ninth), Mondadori 2011 e del romanzo segue con molta fedeltà le tracce, ad eccezione di qualche piccolo dettaglio.
Trama del film e del romanzo, quindi sono pressocchè coincidenti.

Se si racconta l'uno, si racconta anche l'altro.
Nel 117 DC, quattromila legionari della Nona legione marciarono nella nebbia, addentrandosi nelle Terre Alte della Caledonia (l'attuale Scozia) per sedare una rivolta dei Britanni oltre il Vallo di Adriano e nessuno di loro fece più ritorno. Anche l'Aquila, il simbolo di quella legione, svanì nel nulla insieme ai suoi soldati: e la sua scomparsa rimase per sempre un mistero. Dopo questa disfatta (e l'onta di aver perso l'Aquila), l'Imperatore Adriano fece delimitare quei territori facendo costruire un muro fortificato che fu detto il Vallo di Adriano, che - da allora fino alla caduta dell'Impero Romano e alla sua frammentazione fece da spartiacque tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto di allora.

La legione scomparsaIl Vallo era tutti gli effetti la linea di confine, una sorta di "fine delle terre".

20 anni dopo, il giovane centurione Marco Flavio Aquila ritorna in Britannia, insignito del comando di una guarnigione di frontiera, ma il suo vero obiettivo è quello di ritrovare l'Aquila e soprattutto suo padre, il comandante della legione scomparsa, di cui si è sempre chiesto che fine abbia fatto: se sia morto, combattendo da eroe, oppure se abbia abbandonato da vigliacco il campo di battaglia.

Abbandonati gli oneri del comando a seguito delle ferite riportate in uno scontro con i selvatici Britanni (nel film), Marco si dedica del tutto al compito di riscattare il nome del padre e si addentra nei territori al di là del muro, alla ricerca dell'Aquila, di cui voci che corrono riferiscono essere in possesso di una tribù ostile.

La missione sembra impossibile, ma Marco non si dà per vinto e, fingendosi medico (ma questo solo nel romanzo, mentre nel film è solo un viandante la cui romanità  è dissimulata), setaccia insieme al fido Esca (un Britanno a cui ha salvato la vita e che è divenuto suo schiavo, vincolato a lui da un patto di fedeltà) i territori delle tribù situate oltre il vallo, alla ricerca di tracce e indizi.
Se il viaggio d'andata sarà privo di intoppi, quello di ritorno si trasformerà in un inseguimento forsennato e mozzafiato tra montagne, laghi, boschi di betulle e paludi per riuscire a salvarsi la pelle e riportare a casa un tesoro che gli Epidi non hanno nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire.
the eagle 01Come afferma la stessa autrice il romanzo, abilmente oscillante tra ricostruzione storica e Fantasy, è adatto per tutte le fasce di lettori dai 12 anni in su.
Il film, ben costruito, non è esclusivamente di azione, ma si presenta con il giusto equilibrio tra dialoghi, tentativo di dare spessore psicologico ai personaggi e scene di movimento.

In più regala allo spettatore splendide inquadrature paesaggistiche in territori che sembrano selvaggi ed inesplorati, riuscendo a dargli un'idea di quello che dovevano essere allora le "Terre Alte" della Caledonia e, aggiungendo alla ricostruzione storica, il fascino del viaggio, dell'avventura e della ricerca.

La fantasia del regista si è scatenata nella rappresentazione delle tribu britanne e soprattutto dei temibili uomini "Foca": qui la rappresentazione sconfina effettivamente nel fantasy, con guerrieri che sembrano degli ibridi, scaturiti mettendo assieme i Mohicani del romanzo di James Fenimer Cooper e i Maori, con una rievocazione delle tribù dei nativi americani (come gli Apache, in particolare) capaci di percorrere in tempi brevissimi grandi distanze (per le esigenze della guerra o della caccia) al piccolo trotto.
Il film è godibile come momento di pura evasione e lo spettatore, a fine proiezione, esce soddifatto.
La storia della Legione scomparsa e il mistero irrisolto hanno attratto molti scirttori: il romanzo della Sutcliff è uno dei tanti di un filone che si va allungando sempre di più. Citiamo: Legion from the Shadows di Karl Edward Wagner, Red Shift di Alan Garner, Engine City di Ken MacLeod, Warriors of Alavna di N. M. Browne, La IX Legione di Giorgio Cafasso, e anche il film L'Ultima Legione. Infine,il romanzo storico fantasy Ghost King di David Gemmell vede la IX Legione intrappolata per 400 anni nel Limbo prima di essere liberata da Uther Pendragon.
Questo film, pur ispirato esplicitamente al romanzo della Sutcliff, ha avuto un antecedente con Centurion del regista neil Marshall (2009).
Una parte cameo è riservata a Donald Sutherland, ormai sempre più affezionato alle parti di anziano dai capelli candidi.

Scheda film
Regia: Kevin Macdonald.
Interpreti: Channing Tatum, Jamie Bell, Donald Sutherland, Mark Strong, Tahar Rahim, Denis O'Hare, Douglas Henshall, Jon Campling, Julian Lewis Jones, Dakin Matthews, Paul Ritter, Lukács Bicskey, Jamie Beamish, Ben O'Brien, Brian Gleeson, Walter Van Dyk
Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 114 min. - USA 2011

 

Il trailer

 


 
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31 agosto 2011 3 31 /08 /agosto /2011 07:15

professione-assassino.jpg

 

Professione assassinio (The mechanic, USA, 2011) di Simon West (Tomb Rider tra i suoi film) è il remake del film omonimo (1972) di Michael Winner considerato un'icona cinefila, con Charles Bronson nei panni del protagonista, allora ancora agli esordi della sua carriera.
Arthur Bishop (Jason Statham) è un sicario che esegue "lavori" su commissione. Duro, spietato, abile, capace di pianificare attentamente ogni "lavoretto" che gli viene assegnato e di realizzarlo in modo tale da non farlo sembrare un "lavoretto", ma incidente o fatalità, all'insegna del principio secondo cui "I lavori perfetti sono quelli in cui nessuno si accorge di te".
A questo scopo, tiene sempre un basso profilo e agisce nell'ombra, il più delle volte riuscendoci da maestro. Insomma, è davvero uno dei più bravi sulla piazza.
E' un "meccanico" (come enuncia il titolo originale della pellicola "The mechanic"), cioè usando le sue stesse parole "...uno che aggiusta le cose, uno che risolve problemi e che sistema le cose per conto di altri, un assassino su commissione in definitiva...".
Vive negli agi, ma in totale solitudine, poichè per essere un buon sicario non puoi avere legami di sorta per non essere vulnerabile e/o identificabile, e passa da un incarico all'altro e con frequenti viaggi in scenari anche esotici.

Non si pone troppi problemi, ma in ogni caso è un ammazzacattivi, gente il più delle volte implicata in loschi traffici e con molte morti sulla coscienza.
La maggior parte dei lavori gli vengono commissionati da una sorta di multinazionale che, dietro le quinte degli affari e degli investimenti, gioca sporco eliminando tutti gli avversari scomodi, seguendo le direttive di un certo Dean Sanderson (Tony Goldwin della dinastia Goldwin:  vi ricordate del "nemico" del romantico fantasma interpretato da Patrick Swayze in Ghost? Proprio lui anche se un po' invecchiato) e dell'anziano Harry McKenna (Donald Sutherland) ormai in sedia a rotelle e che è stato da sempre il suo mentore.
Ad un certo punto, Bishop riceve l'incarico di eliminare in tempi brevi proprio McKenna.
Pur non comprendendo appieno ciò che sta dietro una simile direttiva (ma non è nell'etica del sicario di professione chiedersi troppi perché) e rassicurato dalle dichiarazioni di Dean (il committente) che, retrospettivamente, si riveleranno mendaci e manipolatorie)  e dalle quali viene depistato, esegue il compito che gli è assegnato, ma con qualche cedimento interiore nella sua struttura tetragona.
A cose fatte si trova a sentirsi responsabile del figlio di Harry, Steve, un giovane debosciato e inconcludente, che al padre ha dato soltanto grattacapi e delusioni (interpretato da Ben Foster). Dopo averlo in qualche protetto e sorvegliato a distanza, lo prende con sè e, cedendo alle sue richieste, decide di addestrarlo nel seguire le sue orme.
Steve è una testa calda, inaffidabile, impulsivo e violento: non riesce a agire seguendo degli schemi razionali, anche se come conviene Arthur nell'impartirgli i suoi insegnamenti "Il buon senso viene dall'esperienza, anche se l'esperienza te la fai quando non hai buon senso".
Steve è bravo nel maneggiare le armi, tuttavia, anche se, di volta in volta, si sente in obbligo di dimostrare più fegato e determinazione di quanto non siano necessari. Si comprende che Steve è in un rapporto conflittuale di tipo nevrotico con Arthur, così come lo era stato con il padre e che deve costantemente dimostrare qualcosa.
La pulizia e la nettezza delle operazioni condotte da Arthur si slabrano con Steve al fianco: i due finiscono con il correre dei rischi e con lo scoprirsi oltre misura e, in tutto questo, si innesta la vendetta contro il gruppo di potere che ha deciso la morte di McKenna padre.
Steve scopre che Arthur ha ucciso il padre e decide di vendicarsi.
Ben giocato il triangolo nevrotico che si attiva tra Bishop, Steve e il padre Harry che, da  morto, viene ricollocato da Steve in una posizione di idealizzazione, mentre è Bishop a diventare il nemico da combattere, pur essendo stato nel ruolo di maestro e di protettore.
Alla fine il film delude, perchè mette lo spettatore di fronte ad una storia senza alcun senso e che non convoglia nessun messaggio fruibile, se non quello secondo cui la fredddezza e la pianificazione "scientifica" degli omicidi alla fine trionfano, se sono sorretti da uno stile di vita adeguato e da una costante vigilanza nei confronti d'un ambiente sostanzialmente ostile e dal quale occorre sempre parare dei colpi.
Un plot di azione che, virando al noir, non ha alcuno sbocco positivo e lascia lo spettatore privo di una lezione morale da portarsi a casa.
Gli esperti suggeriscono di andarsi a guardare il film di Winner (tra l'altro, da poco tempo disponibile in DVD) solo dopo aver visto questo remake: altrimenti, la delusione sarebbe troppo grande e l'indice di godibilità tenderebbe decisamente al basso, benchè l'opera di Simon West sia indubbiamente di buona fattura: ma niente più che un omaggio cinefilo e un tentativo di rinverdire il successo di cassetta di un film d'annata.
Simon West, come tutti i registi di remake che hanno a che fare con la memoria di un'icona cinefila, ha dovuto tenere ben presente la struttura che Michael Winner aveva dato a un film in cui la star era Charles Bronson. Ha così offerto il leading role a un attore già famoso ma non ancora mitizzabile a cui ha chiesto di lavorare sugli sguardi e sull'ascolto. Statham si trova così a delineare un personaggio cinico e raffinato al contempo impegnato a camminare sul filo del rasoio di un rapporto padre/figlio dal doppio sviluppo. Da un lato l'uccisione del padre simbolico, Harry, e dall'altro, l'educazione al crimine e quindi una sorta di paternità 'professionale', nei confronti del di lui nevrotico figlio Dean (dalla recensione di Giancarlo Zappoli in www.mymovies.it).



Recensione su www.mymovies.it
Un remake che sfida, con pochi mezzi e attori non mitizzabili, lo stile 'mission impossible' (Giancarlo Zappoli)
Arthur Bishop è un killer su commissione specializzato nel far apparire come incidenti quelli che in realtà sono omicidi. Riceve gli incarichi da Dean, capo di una misteriosa compagnia di cui fa parte l'anziano e paralizzato Harry McKenna che è colui che ha fatto da mentore ad Arthur. Nel momento in cui Dean gli chiede di assassinare Harry, sospettato di tradimento, Arthur ha poche esitazioni e porta a termine la missione. Si troverà di lì a poco al fianco proprio il figlio di Harry, Steve. Costui, assetato di vendetta, chiede ad Arthur di addestrarlo per essere in grado di uccidere chi ha eliminato suo padre. Il killer, che ha sempre agito da solo, accetta e lo inizia agli omicidi scientificamente organizzati.
Simon West, come tutti i registi di remake che hanno a che fare con la memoria di un'icona cinefila, ha dovuto tenere ben presente la struttura che Michael Winner aveva dato a un film in cui la star era Charles Bronson. Ha così offerto il leading role a un attore già famoso ma non ancora mitizzabile a cui ha chiesto di lavorare sugli sguardi e sull'ascolto. Statham si trova così a delineare un personaggio cinico e raffinato al contempo impegnato a camminare sul filo del rasoio di un rapporto padre/figlio dal doppio sviluppo. Da un lato l'uccisione del padre simbolico, Harry, e dall'altro, l'educazione al crimine e quindi una sorta di paternità 'professionale', nei confronti del di lui nevrotico figlio Dean.
West diversifica le scene di azione tenendo conto delle lezioni che gli provengono dai maestri del genere e giungendo quasi a sfidare (ma con minori mezzi) l'impresa in stile 'mission impossible'. Arthur è un ammazzacattivi (le sue vittime non sono certo delle brave persone) lucido e razionale che si mette al fianco un coacervo di istinto bestiale a cui manca proprio ciò che in lui abbonda: la freddezza. Dal momento in cui Steve entra in scena (non a caso in un cimitero) ha inizio un incontro/confronto tra un cobra (Arthur) e un dobermann (Steve). Allo spettatore viene posto un quesito che troverà soluzione nel finale: i due sono destinati al conflitto o alla coesione? A scanso di delusioni accettate un consiglio: se proprio volete rivedete il film di Winner fatelo solo 'dopo' aver visto questo.

Scheda film
Regia: Simon West.

Interpreti principali: Jason Statham, Ben Foster, Donald Sutherland, Jeff Chase, Christa Campbell, Liam Ferguson, Eddie J. Fernandez, J.D. Evermore, Stuart Greer, Elizabeth Tranchant, Kurt Deville, Felder Charbonnet, Julia Adams, Russell M. Haeuser, Joel Davis, Michael Arnona, Nick Jones, Beau Brasso, James Logan, Amber Gaiennie, Shima Ghamari, Ada Michelle Loridans, David Dahlgren, Tony Goldwyn, Mini Anden, Katarzyna Wolejnio, Lance E. Nichols, John Teague, Jeffrey Whitney
Titolo originale The Mechanic. Azione, Ratings: Kids+16, durata 92 min. - USA 2011. - 01 Distribution.
 

 

 

Trailer
 


 
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23 agosto 2011 2 23 /08 /agosto /2011 19:19

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Ritorna nel grande schermo Conan il Cimmero, l'eroe fantasy partorito dalla fervida penna dello scrittore texano Robert E. Howard.

La saga di Conan ha appassionato milioni di lettori e di spettatori, sia nella forma narrativa, sia nella saga a fumetti (e nel cinema d'animazione) sia nel cinema con i due film che hanno visto come protagonista Arnold Schwarzenneger.

Il primo dei due film, Conan il Barbaro, diretto da John Milius uscì nel lontano 1982, subito seguito a distanza di poco (1984) da Conan il distruttore che, tuttavia, senza la regia di John Milius perse gran parte dell'appeal.
I film si ispirararono, come è noto, al personaggio fantasy Conan il Barbaro, ideato dal tormentato scrittore texano Robert Ervin Howard (1906-1936) le cui avventure furono ospitate, al suo esordio, sulle pagine di Weird Tales sin dal 1932 e si arricchirono velocemente di una serie di episodi, tutti ambientati nella cosiddetta Era hyboriana, per Howard intermedia tra la distruzione di Atlantide e la nascita delle civiltà classiche.

Howard va considerato a tutti gli effetti uno degli iniziatori della narrativa Fantasy, in cui l'abilità dello scrittore sulla base delle suggestioni proveniente dalla conoscenza della mitologia nordica e dell'antichità classica latina e greca (anche se in minore misura)era quello di costruire coerentemente mondi e società "alternative" afferenti ad ipotetici passati dell'umanità, con tutto il necessario corredo di riti, miti, consuetudini sociali.
Conan detto anche il Cimmero (in quanto proveniente dalle nordiche terre di Cimmeria), destinato ad diventare un potente guerriero perchè nato in battaglia tra spargimenti di sangue, clangore di spade e lamenti dei morenti, affrontando nelle sue peregrinazioni, maghi e altri guerrieri votati al Male, contando solo sulle proprie forze e sul filo della propria spada, trionferà sempre anche quando tutto sembra essere perduto, diventando alla fine re di "Aquilonia".
La narrativa di Howard, fervido affabulatore, fu molto plasmata dall'influenza di H. P. Lovecraft (il "visionario di Providence") e ciò è evidente soprattutto nello schema delle storie della saga, in cui Conan si trova puntualmente a combattere contro entità antiche e poteri terrifici che maghi, stregoni o guerrieri assetati di potere e ambiziosi, vogliono ridestare per i loro fini. Conan è ogni volta il salvatore del mondo dall'assalto di queste entità che, liberate da incantesimi ed esorcismi (non a caso, la saga di Con apre la via ad un filone della narrativa fantasy, definito "Sword and Sorcery"), per alcuni versi, sono paragonibili ai "grandi antichi" di Lovecraft (e in particolare a quelli descritti nel grande ciclo di Chthulu).

Conan-Weird_Tales_August_1934.JPGLa  Sword and Sorcery (abbreviato S&S, letteralmente significa "spada e stregoneria") è un sottogenere della narrativa fantasy caratterizzata da intrepidi eroi in conflitto violento contro una varietà di cattivi, principalmente maghi, streghe, spiriti malvagi ed altre creature sovrannaturali. Questo sottogenere ha radici antiche, come molta della fantasy, trae ispirazione dalla mitologia ed epica classica, come l'Odissea di Omero, ma i suoi progenitori immediati sono i romanzi di cappa e spada di Alexandre Dumas (I tre moschettieri (1844), ecc.) e di Rafael Sabatini (cioè, Scaramouche (1921), a loro volta discendenti della commedia dell'arte italiana) - sebbene in questi manchi l'elemento sovrannaturale - e nei primi romanzi di fantascienza come Il Serpente Ouroboros (1922) di E. R. Eddison o La Fortezza Inespugnabile, se non da Sacnoth (1910) di Lord Dunsany. Inoltre molti dei primi scrittori di sword-and-sorcery, come Robert E. Howard e Clark Ashton Smith, furono molto influenzati dai racconti orientali delle Mille e una notte, le cui storie di mostri magici e stregoni malvagi esercitarono una profonda influenza sul genere. Ma la sword-and-sorcery vera e propria inizia nelle riviste pulp, principalmente Weird Tales.

Tuttavia se i mostri maligni e gli esseri antichi, orrorifici e temibili, non sono descrivibili gli stregoni empi e i guerriri empi sono tangibili e proprio per questo Conan li può affrontare e quindi ucciderli con il filo della sua spada.
All'esordio della saga cinematografica, il personaggio di Conan venne affidato all'attore di origine austriaca Arnold Schwarzenegger, che proprio con questo film - e, allora, al culmine della sua carriera di body builder - iniziò a farsi conoscere dal grande pubblico in questo ruolo che lo lanciè in modo deciso nel mondo dello star system consacrandolo tra le icone dei “bad ass” più celebri della storia del cinema.
E' stato per questo che ci siamo abituati ad associare l'icona di Conan al volto di Schawarzenneger.
Dal 18 agosto 2011 il guerriero cimmero è tornato nelle sale cinematografiche con Conan the Barbarian 3D (con la regia di Marcus Nispel), ma questa volta i muscoli sono quelli di Jason Momoa.
Gli aficionados della saga cinematografica di Conan sono andati a vederlo con una certa perplessità, restii ad abbandonare la propria incondizionata fiducia ed ammirazione nei confronti del Conan interpretato dal grande Armold, tanto da indurre alcuni siti web specialistici ad attivare dei sondaggi di preferenza tra Arnold Schwarzenegger o Jason Momoa (il nuovo Conan)
A mio parere, il regista è stato bravo perchè, anzichè fare un film "fotocopia" dei due precedenti, ha proposto una storia del tutto nuova, con personaggi diversi (a parte Conan), raccontandoci molto più ampiamente anche dell'infanzia di Conan e della sua formazione come guerriero, forgiato attraverso il passaggio per tragiche esperienze e da lunghi anni di schiavitù.
A parte i muscoli (forse Schwartznegger ne aveva di più, ma è difficile quantificare anche perchè nell'arco degli ultimi 30 anni i procedimenti per acquisire grosse masse muscolari sono pofondamente cambiati e, quindi l'assetto fisico di un culturista degli anni '80 e ben diverso da quello di uno contemporaneo) io direi che questo Conan the Barbarian (Jason Momoa) riesce ad essere selvaggio e violento, quasi animalesco e ferino nella sua furia guerriera, perfettamente a suo agio nel ruolo che gli è stato assegnato.

Sì, il film sembrerebbe ben riuscito e credo che in nessun passaggio potrebbe suscitare nello spettatore scafato la nostalgia del vecchio Conan.
Certo, i tempi sono cambiati: qui, prevale maggiormente la cifra dell'azione violenta e incalzante, condita di numerosi effetti speciali (vedi, ad esempio, la lotta con gli uomini di sabbia) ed anche, in omaggio alla sensibilità odierna, di effetti splatter con zoomate su mani e arti recisi, spargimenti di sangue a fiotti et similia.
Ma, qui c'è anche una dimensione ancora più ariosa del viaggio e dell'avventura, con spostamenti in luoghi diversi alcuni dei quali adombrano l'antica Grecia, ma anche gli empori d'Oriente, con repentini passaggi dai ghiacci del Nord alle steppe desertiche ai grandi bracci di mare.
Si noterà che il film, benché made in USA, è stato girato per gli esterni tra Bulgaria e Romania, con una troupe che, se si guardano attentamente i titoli di coda, è in gran parte costituita da personale rumeno e bulgaro.
Insomma, lo spettatore esce sicuramente soddisfatto dall'aver visto un simile film, poichè sin dagli inizi della proiezione si rende facilmente conto di non essere di fronte ad un semplice film fotocopia, ma di fronte alla sforzo creativo di un regista, che, senza sentirsi imbarazzato dall'antecedente storico ingombrante, ha cercato, riuscendoci, di narrare una sotira che avesse una sua dignità espressiva e piena autonomia rispetto ai due precedenti lungometraggi.




arnold-schwarzenegger-conan-the-barbarian-c10102051.jpeg(Marco Chiani, venerdì 19 agosto 2011, www.mymovies.it). Se l’aitante e semiesordiente Jason Momoa in Conan the Barbarian riuscirà a far dimenticare la tipizzazione mono-espressiva eppure perfetta di Arnold Schwarzenegger nel capolavoro firmato John Milius sarà solo il pubblico a deciderlo. Intanto, la nuova versione cinematografica che Marcus Nispel ha diretto basandosi su una sceneggiatura ispirata al ciclo letterario di Conan il Cimmero ha il merito di togliere la polvere da un personaggio di indiscutibile fascino, tant’è sospeso in un tempo senza storia in cui la magia, il sangue, lo scontro fisico e il contatto con l’avventura si rivelano in tutta la loro forza primigenia. Scaturito dalla penna del tormentato scrittore texano Robert Ervin Howard (1906-1936), il barbaro più famoso del grande schermo compare per la prima volta nel 1932 sulle pagine di "Weird Tales", la mitica rivista mensile dedicata al fantastico su cui scrisse lo stesso Lovecraft. Per i lettori è una folgorazione.
Come pochi altri autori, infatti, Howard riesce a creare intorno a quella creatura dal fisico scultoreo e dalla calma latitante un vero e proprio mondo, o meglio un’epoca incerta cui dà il nome di Era Hyboriana e che immagina tra l’affondamento di Atlantide e il fiorire delle civiltà conosciute. Pur avendo le sue radici nel romanzo cavalleresco, Conan ha in sé caratteristiche che vanno ben oltre il codice di comportamento dei condottieri classici, vivendo di furti, ribellioni e comportamenti molto al di fuori dagli schemi imposti. Più un anti-eroe che un eroe insomma, pochi dubbi in proposito. Siamo di fronte ad un ribelle che segue pochi, ma solidi precetti, ad un guerriero quasi invincibile con una donna ad ogni porto, ad un uomo tormentato in un paesaggio oscuro, segnato da asfissianti spirali di morte e violenza.
Prima di altri più celebri scrittori è proprio il papà di Conan a dare inizio ad una narrativa dai tratti assai peculiari che i critici hanno chiamato Heroic Fantasy o più chiaramente Sword & Sorcery, cioè spada & magia. Strano a dirsi, ma nonostante la grande carica delle sue pagine, l’opera howardiana ha avuto un rapporto discontinuo con la settima arte. Oltre al terzetto di film interpretati nei primi anni Ottanta da Schwarzenegger – Conan il barbaro (1982) di Milius, il bambinesco Conan Il distruttore (1984) e il fiacco Yado (1985), entrambi diretti da Richard Fleischer – bisogna aspettare i tardi Novanta per vedere un'altra delle sue creature su grande schermo nel trascurabile Kull il conquistatore (1997), ispirato ai libri dedicati a Kull di Valusia. Va meglio, invece, con l’inventiva, ma sfortunata messa in immagine di Solomon Kane (2009) in cui James Purefoy, che già in campo medio sembra Hugh Jackman, presta le sue fattezze all’altra grande invenzione dello scrittore: un guerriero puritano che ha conti in sospeso addirittura con il diavolo in persona…


Conan-the-Barbarian-HP-Jason-Momoa.jpgLa recensione di www.mymovies.it. Un rigido fantasy che recupera fasti e convenzioni del genere epico (Marzia Gandolfi)
Conan ha visto la luce nel sangue della battaglia. Orfano di madre è stato allevato dal padre, fiero guerriero cimmero, che lo inizia al segreto della spada e dell’acciaio. Unico sopravvissuto al saccheggio del suo villaggio e testimone impotente della morte del padre, Conan è determinato ad avere vendetta. Diverse imprese e anni dopo, il ragazzo è diventato uomo ed è finalmente sulle tracce di Khalar Zym, il volgare assassino del suo genitore che ha ricomposto la maschera di Acheron per ottenere potere e immortalità. Lo asseconda diabolicamente la figlia Marique, strega letale che pratica la magia nera e cerca una giovane donna dal sangue puro da sacrificare sull’altare del delirio paterno. Spetterà all’audace barbaro salvare la candida sacerdotessa e sprofondare nell’abisso il malvagio Khalar Zym.
A colpi di spada ritorna sugli schermi il celebre barbaro nato dalla penna di Robert Ervin Howard negli anni della Grande Depressione. Eroe longevo dell’heroic fantasy, Conan trovò vendetta e gloria al cinema nell’interpretazione di Arnold Schwarzenegger, che puntò al cielo degli dei corazzandosi fino a mutare la carne in acciaio. Ventinove anni dopo sono i muscoli ben oliati di Jason Momoa a solcare il cielo mitologico dell’Era Hyboriana e a rinnovare l’appeal del barbaro Conan. Archiviato il cubismo muscolare di Schwarzenegger e il panteismo epico di John Milius, Conan – The Barbarian è una rivisitazione di un classico che procede lungo la strada della citazione-allusione ma nondimeno inventa nuovi personaggi, eventi e relazioni declinandoli nell’epoca storica e nel luogo geografico dei racconti originari. Recuperando i fasti e le convenzioni del genere epico-mitologico, il fantasy di Marcus Nispel rimette al centro del racconto l’eroe assoluto che abita un mondo immaginario e rigidamente manicheo, che vive e ama appeso a una lama rossa di sangue, impugnata per fare scempio di re malvagi, spettri reali e mostri ancestrali. Dentro una geografia ideale, disegnata su una mappa presentata nei titoli di apertura, e dentro una geografia umana, brulicante di nani, giganti, schiave lascive o sacerdotesse castissime, si svolge l’avventura umana di Conan, colpito personalmente dal cattivo di turno, le cui azioni precedono da sempre quelle del buono, giustificandone la violenza. Pervaso da un respiro ‘democratico’ (la liberazione degli schiavi e dei condannati ai lavori forzati), il Conan di Nispel, già creatore di guerrieri vichinghi (Pathfinder) e riesaminatore di invincibili psychokillers (Non aprite quella porta, Venerdì 13), miscela agilmente divertimento e azione senza raggiungere la maestosa epicità delle battaglie di Jackson (Il signore degli anelli). Se a mancare è il coinvolgimento emozionale, i personaggi si fermano all’epidermide, l’aspetto senz’altro più godibile è il gusto per il dettaglio esaltato dalla tridimensionalità e dall’altissima tecnologia, che frantuma le ossa e fende la carne investendo verosimilmente occhi e orecchie dello spettatore.

Scheda del film
Un film di Marcus Nispel.

Con Jason Momoa, Rachel Nichols, Stephen Lang, Rose McGowan, Saïd Taghmaoui, Ron Perlman, Leo Howard, Steve O'Donnell, Raad Rawi, Nonso Anozie, Bob Sapp, Milton Welch, Katarzyna Wolejnio, Bashar Rahal, Raw Leiba, Stanimir Stamatov, Shelly Varod, Raicho Vasilev
Titolo originale Conan the Barbarian. Azione, durata 105 min. - USA 2011

 

 

Approfondimenti

 

Conan il film in Wikipedia

 

Conan in wikipedia

 

Videoclip

 

 


 
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16 agosto 2011 2 16 /08 /agosto /2011 10:59

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Hanna (2011, USA) è un film del britannico Joe Wright che, nato da una famiglia di burattinai e dopo essersi fatto le ossa con il piccolo schermo, è divenuto noto con Orgoglio e pregiudizio o per Espiazione o anche per il recentissimo Il solista: un regista intimista e diligente, ottimo quando dipinge con grazia affreschi britannici.
In un luogo sperduto in mezzo alle nevi, da qualche parte del Grande Nord, Hanna, una ragazzina sedicenne, bionda e dall'aspetto etereo, viene addestrata dal padre Erik (Eric Bana che ricordiamo in Hulk oppure come Ettore in Troy) ad una dura scuola di sopravvivenza e, intanto, riceve i rudimenti di una cultura nozionistica, attraverso l'ascolto delle voci di un'enciclopedia che, alla sera, il padre le legge e che lei memorizza prodigiosamente, così come fluidamente impara numerose lingue straniere.
Il padre la esorta instancabilmente a guardarsi sempre attorno e a mirare al cuore del suo nemico per sopravvivere. E a questo scopo la addestra, quasi spietatamente, sottoponendola a prove continue per affinare la sua capacità di vigilanza e la velocità delle sue reazioni.
Hanna esegue, fino a diventare nella lotta e nella sopravvivenza all'agguato, perfino più forte, più rapida, più veloce del suo addestratore.
Hanna però vuole conoscere il mondo, non bastandole più venire a sapere delle cose attraverso le voci d'enciclopedia, e dice al padre: "Mi sento pronta".
Il padre le mostra un piccolo congegno elettronico che invia un segnale di localizzazione. Le dice: "Quando sarai veramente pronta, premi questo pulsante. Ma sappi che, dopo, non si potrtà più tornare indietro".
Hanna alla fine, dopo molte esitazioni (ma è attratta dal mondo) preme il fatidico pulsante dal quale si origina un segnale che viene subito raccolto dal responder ubicato nella sede super-blindata d'una potente organizzazione (afferente ad una sezione di un servizio segreto USA - forse la CIA - chiaramente deviata e capeggiata dalla spietata Marissa Wiegler, splendidamente interpretata da Cate Blanchett).
Si attiva l'intervento da parte di una task force, non per salvare ma per sopprimere Erik, considerato una cellula impazzita del sistema, e con lui Hannah.
Padre e figlia si separano, ma si danno appuntamento a Berlino.
Il resto del film è una serie mirabolanti di avventure di Hanna (e in misura minore del padre) sino al loro ricongiungimento e sino alla scoperta della verità.
Sia Hanna sia Erik sono in fuga da spietati nemici che hanno l'ordine di sbarazzarsi di loro, di "terminarli".
Lasciando il lettore in sospeso, ma fornendo chi è perspicace di numerosi indizi, viene a galla a poco a poco una verità scomoda e fastidiosa che illumina ancora una volta di una luce inquietante (per quanto fiction) le spietate e ciniche manipolazioni medico-biologiche per ottenere dei risultati nel campo della "costruzione" di soldati più resistenti e più invincibili, delle vere e proprie "macchine da guerra".
Insomma, la solita vecchia storia che ritorna con una schema nuovo.
Il film è trascinante e si lascia guardare, grazie anche agli esotici cambi di scenario: dal Grande Nord, con le sue nevi e i suoi ghiacci, al deserto del Marocco, alla Spagna turistica e vacanziera, sino a Berlino, nel cuore di un vecchio parco divertimento ormai in stato di abbandono. Ma piace anche per l'intrinseca struttura favolistica che pervade la narrazione e per i rimandi al "ragazzo selvaggio" di Truffaut.
La conclusione lascia un po' d'amaro e sembra appartenere al teatro dell'Assurdo e della spietatezza, senza riscatto: "Bisogna sempre puntare al cuore del tuo nemico".

Un horror "della conoscenza", come è stato definito da alcuni, in cui alla fine non rimane alcuno spazio per i sentimenti.
Vedibile.

 

 

 

Scheda film
Un film di Joe Wright.
Interpreti principali: Cate Blanchett, Eric Bana, Saoirse Ronan, Olivia Williams, Tom Hollander, Michelle Dockery, Jessica Barden, Cyron Bjørn Melville, Álvaro Cervantes, Nathan Nolan, Paris Arrowsmith, John MacMillan, Jamie Beamish, Adam Markiewicz, Vicky Krieps, Tim Beckmann, Marc Soto, Peter Brownbill, Martin Goeres
Thriller, durata 111 min.
USA, Gran Bretagna, Germania 2011.
Sony Pictures

Dalla recensione su mymovies, dal titolo Il letterario Wright confeziona un riuscitissimo horror della conoscenza (di Giancarlo Zappoli)

(...) Era difficile aspettarsi un buon esito nel cinema di azione e di spionaggio da Joe Wright, regista che sembrava ormai dedito ad omaggi letterari ben riusciti come Orgoglio e Pregiudizio [oppure Espiazione dal romanzo di Ian McEwan]. La diffidenza è stata invece ampiamente sconfitta. Wright si ancora agli stilemi del genere ma dimostra di saperli innervare con elementi che potrebbero dare luogo a un’azione di rigetto e che invece vi si adattano perfettamente. Hanna è una fiaba a pieno titolo con la fanciulla (Hanna), l’oggetto magico (il pulsante che, una volta schiacciato la può catapultare nella cosiddetta civiltà), la strega (Marissa), il lupo cattivo (il killer che la bracca), il bosco (non la foresta iniziale ma il mondo che la ragazza non conosce). Non a caso il libro che le è rimasto dall’infanzia è una vecchia copia delle favole dei fratelli Grimm e la sua meta è proprio la Casa Grimm a Berlino.
Ma Hanna è anche una truffautiana ‘ragazza selvaggia’ al rovescio. Tenuta coscientemente lontana dalla società è stata però addestrata ad usarne le tecniche di combattimento e le armi e a conoscerne gli elementi di base. L’istruzione le è stata impartita ‘prima’. La sua educazione, una volta abbandonata la foresta, invece sarà gestita in negativo. Non solo quella impostale dai ‘cattivi’ che la vogliono catturare o eliminare ma in fondo anche quella della famiglia britannica che incontra in Marocco. Un padre, una madre e due figli tenuti insieme più dalle convenzioni di una modernità che impone le proprie regole ‘alla moda’ che da un concetto di nucleo di affetti tradotto in modalità di vita.
Hanna si trova così a dover salvare la propria vita in un mondo di cui ha appreso degli elementi ma non ha conosciuto nulla e in proposito è magistrale la sequenza in cui, in una abitazione marocchina qualsiasi, scopre in contemporanea gli oggetti di base della civiltà che le invadono la mente sconvolgendola per pochi, terribili attimi.
Il colpo di scena nel sottofinale è molto meno originale di questo vero e proprio squarcio di horror della conoscenza.

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4 luglio 2011 1 04 /07 /luglio /2011 09:59

donne-del-sesto-piano.jpgLe donne del 6° piano (di Philippe Le Guay, 2010, Francia) è una commedia briosa e delicata come soltanto i Francesi sanno fare.

La storia, retrodata, è collocata esattamente nel 1962, a Parigi, quasi esattamente 50 anni addietro, nel pieno della ripresa del dopoguerra, con il risorgere dell'alta borghesia operosa e affaristica, fatta di uomini lavoratori e mogli che, invece, ingannano il tempo tra opere di beneficineza, attività culturali e chiacchiere più meno insulse con le amiche, mostre e vernissàge, ma - certamente - poco propense a qualsiasi lavoro domestico.

Per condurre una simile vita e per garantire ai consorti ogni confort e il rispetto di rassicuranti abitudini, ordine e pulizia, camicie perfettamente stirate e argenteria lucidata a specchio, le signore benestanti e nullafacenti hanno bisogno di domestici: ed è anche chiaro che si vada alla ricerca di mano d'opera a costi relativamente contenuti, seguendo nello stesso la moda e i trend del gruppo di appartenenza.

Il film racconta la transizione dalla "moda" delle domestiche provenienti da zone economicamente depresse della Francia (in questo caso, la Bretagna) a quelle migranti dalle regioni povere della Spagna franchista che sognano un futuro di emancipazione, includente l'acquisizione di una propria casa o la riappropiazione d'una vita familiare o il ricongiungimento con i propri figli.

Le donne del 6° piano sono, appunto, tutte spagnole di diverse provenienze, migrate in Francia per trovare lavoro e potere inviare denaro a casa per le più disparate esigenze dei familiari rimasti lì o per la realizzazione dei propri sogni.

Jean-Louis Joubert (Fabrice Luchini), che vive una piatta esistenza da consulente finanziario ed è imprigionato in ossessive abitudine (e i due figli mandati a studiare in college) l'esistenza di queste donne e di un mondo intero a lui ignoto, quando la domestica di famiglia - bretone - si licenzia e la moglie Suzanne Joubert (Sandrine Kiberlain) assume, seguendo il consiglio di un'amica di chiacchiere, Maria (Natalie Verbeke) una giovane e avvenente spagnola, da poco arrivata in città da Burgos e ospitata dalla zia.

Le "Spagnole" alcune fortemente tipizzate al limite della macchietta (anche nella scelta delle fisionomie) vivono tutte al 6° piano dello stesso vecchio stabile dove abitano i signori Jobert (per tradizione plurigenerazionale).

Attraverso la neo-assunta domestica, il signor Joubert entra a poco nel mondo delle spagnole, impara a conoscerle e ad apprezzarle per la loro schiettezza e genuinità di modi, e - sospinto nda una crescente - e appena dissimulata - attrazione nei confronti della giovane Maria, comincia ad essere - di queste donne - il benefattore, in molti modi diversi, cercando di migliorare le loro condizioni di vita e di risolvere i mille problemi quotidiani che le assillano (a partire dal malfunzionamento dell'unico gabinetto alla turca,  che hanno a disposizione). 

Questo contatto, vivificante, nel giro di poco tempo, porterà il signor Joubert a fare scelte di vita radicali, a dispetto dei tabù sociali in cui è stato impastoiato per gran parte della sua esistenza (come ad esempio nell'enunciazione "I padroni vanno con i padroni"): si potrebbe dire che è proprio dal "6° piano" che egli cominci a potere utilizzare un inatteso vertice d'osservazione sul mondo e su di sé, con l'insensibile attivarsi di percorsi interiori trasformativi (di alleggerimento, sostanzialmente, e di gioia di vivere).

E' un film godibile e delicato, con pochissime scene d'azione, tutto centrato sui dialoghi e sulla presentazione-analisi d'una situazione che, mutatis mutandis, è anche quella odierna. Anche nella nostra esperienza di Italiani, abbiamo avuto varie fasi: dalle domestiche che le famiglie benestanti assumevano al loro servizio, reclutandole nei piccoli paesi della provincia, a quelle - più a buon prezzo - che provenivano dalla Sardegna, economicamente più depressa, sino all'epoca attuale, in cui nelle nostre famiglie come domestiche e come badanti ci sono Rumene, Ucraine, Moldave.

I rapporti tra datori di lavoro e domestiche, e i rapporti delle domestiche tra loro tuttavia sono identici tutt'oggi: identici i modi di rapportarsi, identica l'ignoranza dei primi sulle reali condizioni di vita delle proprie lavoranti, identici i sogni e le aspirazioni delle domestiche (tra cui quella - giovani o non giovani - di conquistare e, eventualmente, sposare un "signore"), identici infine i modi di passare il tempo, in chiesa o nei giardinetti o in altri punti d'incontro, nei giorni liberi dal lavoro.

Insomma, la commedia di Le Guay, parlando di ieri ci parla anche dell'oggi, offrendo alla nostra attenzione, in modo divertente e piacevole, degli spunti di riflessione.

In questo, a differenza dei prodotti nostrani, la commedia cinematografica francese rivela di possedere - in modi garbati e certamente non prepotenti - delle grandi capacità di approfondimento su temi sociali, coniugando brillantemente l'intelligenza con la leggerezza e il divertimento, e riuscendo così a parlare anche di temi riguardanti la rottura di rilevanti tabù sociali.

Una bella parte è affidata a Carmen Maura, interprete di molti film di Almodovar.

 

Scheda Film

Un film di Philippe Le Guay.

Interpreti principali: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy, Muriel Solvay, Audrey Fleurot, Annie Mercier, Michèle Gleizer, Camille Gigot, Jean-Charles Deval, Philippe Duquesne, Christine Vézinet, Jeupeu, Vincent Nemeth, Philippe Du Janerand, Patrick Bonnel, Laurent Claret, Thierry Nenez, José Etchelus, Jean-Claude Jay, Joan Massotkleiner, Ivan Martin Salan

Titolo originale Les Femmes du 6ème ètage.

Drammatico

Durata: 106 min. -

Francia 2011. Archibald Enterprise Film

uscita venerdì 10 giugno 2011.

 

TRAILER



http://www.youtube.com/watch?v=NK_RigRIeFA

 

 

 

 

 

 

La scheda del film

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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