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28 gennaio 2014 2 28 /01 /gennaio /2014 06:28

Il mio incontro con gli NHS Yellowmen(Maurizio Crispi) Lì per lì, sembrano tanti marziani arrivati all'improvviso in Watney Street Market, quei sette omini gialli (o, si dovrebbe piuttosto dire, "omoni", viste le lro dimensioni), atteggiati in varie posture. 

Uno di loro sembra soffiarsi il naso.

Uno si tiene la testa, come se stesse soffrendo di un atroce mal di capo.

Un altro siede sconsolato sul WC di casa

Un altro ancora sembra soffrire di mal di schiena.
Uno sembra avere un ascesso dentario.

Il giallo li fa apparire appunto degli extra-terrestri come un tempo ci si immaginava i marziani (rappresentati con l'aspetto di orribili omini verdi).
Sono del tutto asessuati, privi di attributi primari e secondari che consentano di identificarli come maschi o femmine.

E, in questo senso, si avvicinano agli allampanati ET spielberghiani in "Incotntri Ravvicinati del Terzo Tipo".

Si potrà congetturare quanto si vuole, ma superato il primo shock che ci fa immaginare un'incipiente guerra dei mondi (vederli mescolati ai passanti di un indaffarato lunedì mattina in Watney Market non è cosa da poco), ma sono soltanto gli Yellowmen del NHS (National Health Service), emissari sui generis di una campagna informativa itinerante "invernale", organizzata per dare ai cittadini inglesi (prevalentemente  quelli metropolitani e non di questa zona in particolare) un'idea visiva di come servirsi del NHS, specie di fronte alle più comuni patologie da raffreddamento e alle altre malattie occorrenti con più facilità nella stagione invernale, e su come differenziare le situazioni, in una gradualità degli interventi sanitari praticabili , da quelli in cui è sufficiente una forma di Self Care, a quelli in cui occorre l'intervento dell'Unità A&E (Accidents and Emergencies), passando dalle situazioni che si possono risolvere chiedendo un parere esperto (front line: il Farmacista di fiducia) oppure il consiglio del GP (General Practioner).

La campagna di informazione e sensibilizzazione vuole rispondere al quesito "Perchè non sono stato trattato oggi presso la Accidents and Emergencies Unit alla quale mi sono rivolto per i miei sintomi"

Il mio incontro con gli NHS YellowmenCiascuno degli Yellowmen serve a dare un'idea visiva ed immediata di quali sono i malanni che è possibile gestire da sé e quali altri potrebbero richiedere un consiglio esperto oppure quello del GP.
Ognuno dei sette yellomen ne rapppresenta uno, in maniera alquanto eloquente.
Gli addetti al servizio - e questo è stato l'aspetto più comico dell'intera faccenda - spostavano di continuo gli Yellowmen in modo tale che tutti potessero vederli e, contemporaneamente, distribuivano un piccolo pieghevole in formato biglietto da visita, contenente tutte le necessarie informazioni e i relativi riferimenti telefonici.

L'azione informativa è rapida e veloce, tende a creare negli osservatori un piccolo shock cognitiva, in modo tale da far sì che il messaggio rimanga impresso.
Sembra aver quasi le caratteristiche di un flash mob.

La cosa più comica era quando gli addetti, sorridendo compassati, spostavano da un punto all'altro il finto WC, portando con sé lo Yellowman con una presunta diarrea...

Tutto molto surreale in primis, poi semplicemente molto buffo, ma - in definitiva - molto british e, soprattutto, creativa ed efficace...


(Su Whatney Market Street) Shadwell is a perfect example of culural clashes occuring as a result of the relentless gentrification of the East-End. Council housing nestles uncomfortably side-by-side with ultra-modern high-rise flats. Hummers and 4x4's tower over second hand vauxhall's. Places like Watney Market become ever more essential in this environment by trying to bring these various classes and cultures together.

The market itself sells exactly what you'd expect: there are fruit and veg stalls, clothes stalls, gadget stalls and other odds and ends but it is really for the hustle and bustle that you should come here.

 

 

Il mio incontro con gli NHS Yellowmen(Seen a giant yellow man? Whatever you do, don't go to A&E)  A family of seven-foot tall ‘Yellow Men’ will be making an appearance in Croydon on Wednesday 4th December.

Croydon Clinical Commissioning Group (CCG) launches an innovative campaign to inform people about the alternatives to visiting A&E this winter.

Winter is always a busy time for the health service and this can lead to long waiting times in A&E departments. However, there are plenty of alternative options for people with conditions that aren’t life-threatening. 

The giant ‘Yellow Men’ statues will form part of a day of eye-catching engagement events in central Croydon which launches a bold two month long campaign that will be visible across the borough on billboards, posters, marketing materials, websites and social media. 

The ‘Yellow Men’ campaign will highlight the alternative places people can get the expert advice and treatment they need including: NHS 111, pharmacies, GP walk-in service at Edridge Road, Urgent Care Centre at Croydon University Hospital, and minor injury/ailment services at Purley War Memorial Hospital and Parkway Health Centre in New Addington.

Dr Agnelo Fernandes, local GP and Assistant Clinical Chair of Croydon CCG said, “We hope putting seven-foot tall yellow men in the centre of Croydon will grab people’s attention!
“The aim is to stop people attending A&E when a visit isn’t necessary. There are so many alternatives to queuing up waiting to be seen at A&E. To prevent unnecessary pressure on A&E we want people to use all the services available, including calling 111 where you can speak to a nurse or doctor about your problem over the phone.”
“This is an unusual campaign, but there is a very serious message: don’t just go to A&E, you can get quicker treatment closer to home."

E ancora si può consultare questo materiale:

NHS YELLOW MEN - Following the successful first phase of our Not Always A&E campaign, the NHS asked Storm to push forward with the second phase. So far we had focused on making Londoners aware that A&E isn’t always the best place to seek treatment. Now we needed to educate people on which NHS services are best placed to treat them for specific ailments.


[ ... Per leggere il resto segui il link...]

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23 gennaio 2014 4 23 /01 /gennaio /2014 12:34

L'imbonitore di Brick Lane e i passanti distratti

 

In un grigio pomeriggio d'inverno, la pittoresca Brick Lane dell'East End londinese è insolitamente vuota.
Molti dei suoi negozi sono chiusi.
Non ci sono i venditori di cibo da strada ed etnico che si affollano invece nei week-end, con la loro confusione di voci e di colori.
Manca anche quel mix inconfonddibile di odori di cibi fortemente speziati e di patatine fritte nel grasso, odori che ti fanno desiderare intensamente di mettere qualcosa sotto i denti, anche se - di fronter a tanta varietà di offerte - il compito si scegliere una pietanza da assaggiare si fa particolarmente arduo.
Ci sono solo sporadici passanti infagottati, che curiosano nei negozi di abbigliamento vintage e qualche coppia che, invece, passeggia spensierata conversando.
Proprio davanti ad una bottega di vestiti vintage, c'è un imbonitore che indossa una giacca in finta pelle rossa anni Sessanta (e quindi anche testimonial) che cerca di invogliare i passanti distratti ad entrare per dare un'occhiata...

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23 gennaio 2014 4 23 /01 /gennaio /2014 11:59

Le audio-bench di Constance de Jong e il progetto Speaking of the RiverMai vista prima d'ora una "audio-bench"! Questa proprio mi mancava!
Si tratta di una solida panchina di legno, in cui alle due estremità, sono visibili due casse acustiche.
Dovrebbero succedere che ti siedi e che dovrebbe attivarsi la musica ad allietarti...
Anche se non ho capito come si faccia per attivare il sistema audio. Forse con la pressione del corpo sulle assicelle della panchina.
In realtà questa speciale panchina, ubicata sul Thames path nei pressi di Canary Wharf, fa parte di un progetto artistico della statunitense Constance De Jong, in cui due panchine poste a distanza di 100 metri una dall'altra in questo particolare settore  hanno una colonna sonora propria, che parla - in una - del fiume Hudson e - nell'altra - del Tamigi, con musiche, suoni, interviste e storie.
E in questo modo, non solo i due fiumi parlano all'occasionale fruitore della panchina, ma anche parlano tra di loro, a scapito delle migliaia di chilometri che li separano.
Si può facilmente immaginare che, dall'altro lato dell'Atlantico, esista sul fiume Hudson una coppia di panchine speculari e gemelle, che intrattengono i loro fruitori nello stesso modo.
Geniale.
Le due panchine sono espressione del progetto "Speaking of the River", commissionato dal Public Art Devolopment Trust e sponsoarizzato del The Canary Wharf Group plc.
E' stupefacente come in Gran Bretagna vi siano istituzioni e gruppi finanziari privati disponibili a finanziare opere artistiche e a favorire lo sviluppo della cratività, anche in progetti apparentemente anonimi e con scarsa visibilità.
Come è appunto il caso delle due panchine di Canary Wharf che sono espressione di un progetto "discreto" e non invasivo dello spazio pubblico: le due panchine - se non fosse per la coppia di casse acustiche - sarebbero assolutamente identiche a tutte le altre della stessa fila e bisogna avvicinarsi per scoprire la loro particolarità.



Le audio-bench di Constance de Jong e il progetto Speaking of the RiverSpeaking of the River was part of a wider project commissioned by Public Art Development Trust, which linked the River Thames in London with the river Hudson in New York.

Constance De Jong created a gentle, evocative sound-scape using recorded interviews and stories that relate the human experience of both those locations, told by the people for whom the river is a daily presence. 
Two audio benches are located 100 metres apart on the riverside promenade. 
Constance De Jong lives and works in New York.

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18 gennaio 2014 6 18 /01 /gennaio /2014 10:44

Tu sai l'Isola Bella di Michele Pricoco. Un avvistamento letterario di Elena Cifali(Elena Cifali) In uno di quei giorni a ridosso del Natale, durante una soleggiata giornata me ne stavo a gironzolare per Catania. Non desideravo certamente perdere il mio tempo, ma di tanto in tanto passeggiare lungo la via Etnea è quanto di più bello possa capitarmi. Solo poche ore di relax prima di andare al lavoro.

A Catania le giornate d’inverno si contano davvero sulle dita di una mano, ed anche oggi sembra primavera.

Mi intrufolo, provando un vago senso di disorientamento all’interno del mercato, la famosa “Fera o lune”, chiamata così perché un tempo il mercato della città era solo di lunedì e non tutti i giorni come succede oggigiorno.

Entrare all’interno del mercato è sempre un’esperienza diversa. Una moltitudine di gente indaffarata negli acquisti, facce di tutti i tipi, alcune davvero preoccupanti e poco raccomandabili.

Le urla dei venditori ambulanti mi disturbano e mi inquietano, ma “a fera” è proprio questo: la sua caratteristica eminente è proprio il caos.

Nello stesso momento in cui ho messo piede in questo luogo vorrei uscirne, ma ormai che ci sono ci rimango, cercando di ricomporre le idee per ricordare ciò che volevo acquistare.

Mi dirigo a passo svelto nella porzione di mercato dedicato ai generi alimentari, voglio comprare della frutta e della verdura. So per certo, avendola comprata in altre occasioni, che qui i prodotti sono freschissimi e spesso "a chilometro zero" e questo mi piace.

Arance, zucchine, prezzemolo e finocchi. Ecco ho preso tutto ciò che mi serve, adesso posso tornare a casa, ma, nell’uscire da questo girone dantesco, mi imbatto in un banchetto di libri.

Tira dritto, hai già abbastanza peso in mano” mi suggerisce una vocina da dentro.

Ma quando mai io ho dato retta alla vocina!!!

Poggio le buste della spesa per terra su di un lastrone di basolato lavico e inizio a guardare i libri.

Nessun libro di pregio, soltanto uno cattura il mio interesse, seppure non ne abbia mai sentito parlare né conosco l’autore siciliano: Tu sai l'isola bella… di Michele Pricoco [di origini catenote, ma catanese di adozione, stimato professore di scuola e rappresentante di spicco della cultura isolana, soprattutto per le sue composizioni poetiche dialettali. E ora alla sua memoria è intitolata un Premio di poesia dialettale - ndr].

Lo compro senza pensarci, mi piacciono moltissimo i libri scritti da autori siciliani.

Quando arrivo a casa, il rituale è sempre lo stesso: lo giro e rigiro tra le mani leggendo una pagina centrale e quella finale. Quindi lo sistemo dentro la libreria ed aspetto il momento giusto per riprenderlo.

L’ho letto in un paio di pomeriggi, sdraiata sul divano della casa di Catania, velocemente perché la lettura è risultata semplice e scorrevole, essendo un libro di narrativa adatto alle scuole medie.

Un libro che parla dei miei compaesani, dei siciliani e dell’essere siciliano.

Come dico sempre io: “Siciliani si nasce”.

Siamo un popolo caloroso e inquieto come il nostro vulcano. Siamo caldi come il nostro sole, focosi come l’Etna, inquieti come il mare, generosi come la nostra terra, buoni come i nostri frutti.

Siamo capaci di rimanere bambini anche da vecchi ma siamo anche vecchi già da bambini.

La nostra cultura popolare, fatta di detti e proverbi è antica e pur sempre attuale.

In questo libro ho ritrovato tanti detti popolari che spesso sentivo dire ai nonni.

E' un libro fatto di pagine che non tramonteranno mai perché parlano del vivere quotidiano dei Siciliani del secondo dopoguerra, quando la vita era semplice e faticosa al contempo, quando per campare bisognava rimboccarsi le maniche a scavare la terra, quando le donne erano mogli e mamme, quando la carriera era solo per pochi e la fatica per tutti.

Quando la televisione quasi non esisteva e sulle strade la facevano da padrone i Cantastorie con i loro Pupi. Pupi e Pupari depositari della storia e delle imprese epiche dei tempi antichi.

Il tempo delle “coppole” e delle Lupare, dei baffi appuntiti e del “baciamo le mani”.

Quel tempo non troppo lontano in cui per stare bene bastava un asino, un tetto, una famiglia ed un pezzo di arida terra da coltivare.

E’ un peccato che i Cantastorie non esistano quasi più, loro ed i loro asini che trascinavano vecchi carretti traballanti. Se scavo nei miei ricordi di bambina li vedo ancora e allora il cuore si apre ad un'ingenua commozione.

Tante cose sono cambiate negli ultimi 70 anni in Sicilia, persino la mafia non è più la stessa, solo Lui è rimasto sempre uguale. Il vulcano che vomita fuoco, come dopo una indigestione di sassi, di polvere e lapilli.
Oggi come ieri i sintomi sono sempre gli stessi: si avvertono spesso già la notte precedente con boati che somigliano a lamenti laceranti, di natura viscerale.
E poi ecco che finalmente si libera, sputando in faccia ad uomini e cose.
Scene che si ripetono da secoli ma che guardiamo ogni giorno con sempre nuovo interesse e stupore.

Il libro l’ho rimesso lassù, sullo scaffale, chissà, magari fra qualche anno lo rileggerò per non dimenticare [o per tornare a ricordare...] …

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13 novembre 2013 3 13 /11 /novembre /2013 22:57

I Libri dei miei ricordi (Elena Cifali)Questo scritto di Elena Cifali si colloca a metà strada tra l'avvistamento e l'amarcord.
La bancarella dei libri con la possibilità di imbattersi n preziosi "reperti", rappresenta l'"avvistamento", ma in questo caso l'oggetto "avvistato" diventa esso stesso trigger dell'evocazione di un ricordo.
I libri in sé (e parlo di quelli cartacei) assolvono molte funzioni, tra le quali soltanto una è la trasmissione della cultura e della conoscenza. I libri (quelli che possiamo sfogliare, odorare, sentire al tatto sotto i polpastrelli delle nostre dita, soppesare) sono attivatori di emozioni e custodi di memorie.
Tutte cose che il libro in formato digitale non potrà mai darci.
Guardando le foto di Elena e leggendo le sue parole mi sono emozionato, innanzitutto perchè condivido con lei il piacere dello stabilire un legame fisico con i libri che porto in casa e che deve essere tenuto tra le mani per sentirne la consistenza e per apprezzare la grana della carta, odorato, palpeggiato (tutte operazioni da fare ancora prima di aprirlo e superare le "soglie" del testo) e, poi, quando lo leggo e dopo, personalizzato con scritte e annotazioni che riguardano sì il libro, ma anche altre cose che,  apparentemente non connesse quando le si scrivono, riprendendo il libro a distanza di tempo rappresentano un "ponte", consentendomi di riconnettermi a ciò che ero quando lo lessi per la prima volta.
Mi piace accarezzare con lo sguardo i libri che ho già letto e che sono disposti sugli scaffali della libreria di casa, come anche riprenderli in mano di quando in quando ed aprirli a caso.
Mi piace scoprire nei libri comprati di seconda mano su una bancarella le annotazioni scritte da altri, avendo a volte la sensazione che, leggendo quelle parole vergate a mano, io stia compiendo una profanazione e stia entrando nella sfera intima d'una persona che mai incontrerò. Cosa che in modo acuto mi è capitato, quando mi capito di comprare in bancarella - di seconda mano - una copia di "Lo Zen e l'Arte della Manutenzione della Motocicletta" (Adelphi). Ma questa è una storia che merita uno spazio a sé e forse la racconterò un'altra volta.
Anch'io da piccolo ho avuto in regalo un'edizione (probabilmente più recente di quella che ebbe in dono la mamma di Elena) de "L'Enciclopedia dei Ragazzi" di Mondadori e anch'io, finiti i compiti, passavo ore a sfogliarne i volumi per soffermarmi su quelle parti che potevo comprendere meglio. E la zia Mariannù (sorella di mio padre) aveva nella sua stanza una splendida "Enciclopedia della fiaba" in più volumi rilegati e di grande formato e, quando ero con lei, ogni volta mi leggeva una nuova storia, facendomi guardare nello stesso tempo, le illustrazioni che letteralmente mi appassionavano.E vorrei tanto poter rivedere quei volumi e aprirli a caso, ma la zia - quando si sposò - li portò con sé in America.
Ma ecco lo scritto di Elena.
 

 

(Elena Cifali) A Catania, in Piazza Giovanni Verga, da che io la conosco c’è sempre stata una piccola e modesta bancarella di libri. Estate ed inverno, 365 giorni l’anno la bancarella coi suoi libri è sempre là, immobile in quell’angolo riparato dagli alberi.
Spessissimo, quando sono in anticipo sull’orario di lavoro mi ci fermo davanti, come attratta da una calamita.
Osservo tutti quei libri accatastati l’uno sull’altro, sono per lo più manuali, atlanti, ricettari, libricini di fiabe ed anche qualche intramontabile classico.
I Libri dei miei ricordi (Elena Cifali) Ma è nell’angolo più remoto che il mio sguardo si attarda e le mie mani rimescolano.
Si tratta d'una sezione di vecchi libri, alcuni ancora incellofanati, altri usati e rivenduti.
Mi diverto sempre tanto a spulciare tra questa moltitudine, preferendo di gran lunga quelli usati perché ritengo che raccontino una doppia storia, una è quella scritta all’interno delle pagine e l’altra è quella vissuta tra le mani del precedente proprietario.
La settimana scorsa, essendo in largo anticipo, mi sono letteralmente "tuffata" in mezzo a quei libri.
Una folata di timido vento autunnale fece muovere le pagine di una decina di essi, come se ognuno di loro avesse voluto salutarmi, sembrava che mi dicessero: “Scegli me, prendi me, portami via con te”.

Tra tutti ne ho scelti tre. 
Tornata a casa non vedevo l’ora di sfogliarli per bene, perché solitamente per sceglierli, oltre al titolo e l’autore, leggo solo qualche rigo nella parte centrale e qualche rigo dell’ultima pagina.
Prendo il primo, un libro di Fabrizio Germani: “Ascoltando il silenzio”. Lo tocco, lo giro e lo rigiro, quasi a impregnarlo del mio odore, per stabilire una volta per tutte un contatto tra me e lui, “Adesso sei mio!”. 
Apro la copertina e subito la prima sorpresa: trovo scritto a penna, con l’inchiostro blu, il nome, il cognome, l’indirizzo, il numero di telefono, il sito e l’e-mail dell’autore. E chi ci avrebbe mai creduto!
Non avevo proprio notato la scritta al momento dell’acquisto. 

Inizio a leggerlo, scoprendo con piacere le poesie ed i vari commenti ed inizio a fantasticare sull’autore, sulla sua vita, sulle sue passioni amorose ed anche sul precedente proprietario dello stesso libro.

 

Ho sempre amato leggere ed ancora di più scrivere.
Quando da bambina vivevo con i nonni e la loro casa era colma di libri. 
Il nonno, uomo dotto e sapiente trascorreva i lunghi pomeriggi da pensionato chiuso nel suo studiolo, leggendo il quotidiano “La Repubblica” mentre si dondolava sulla sedia a dondolo.
Io, terminati i compiti di scuola mi mettevo seduta alla scrivania vicina a lui.
Quando mia mamma era bambina il nonno le regalò l’“Enciclopedia dei ragazzi”.
60 anni fa possedere un’enciclopedia era davvero una cosa straordinaria, ma mamma non se ne curava.
I 12 volumi dovettero aspettare che io sapessi leggere per essere finalmente sfogliati.

Ogni giorno, con la complicità del nonno sceglievo un volume ed iniziavo a sfogliarlo finchè non trovavo qualcosa che mi andasse di leggere ed imparare.
Ore ed ore trascorse su quelle pagine ingiallite dal tempo, sottili e fragili.
I Libri dei miei ricordi (Elena Cifali)Tra tutte, la sezione dedicata alle fiabe catturava maggiormente la mia attenzione, ed il mio interesse.
La fiaba del Gatto Mammone era la mia preferita, tanto che in alcune giornate riuscivo a leggerla anche quattro volte consecutivamente, mentre il nonno borbottava invitandomi ad “Andare oltre il Gatto”.
Leggevamo concentrati, finchè la nonna non ci chiamava per la cena.
Quanti bei ricordi!
Quando nacque mio figlio Luca, il nonno morì tormentato da un'incurabile malattia.
La nonna volle disfarsi di alcuni oggetti per “alleggerire la casa”. Portai a casa mia tutti i volumi di quella splendida enciclopedia per ragazzi. La sistemai come meglio non potevo fare, cercando di non perdere neppure uno dei preziosi fogli che ormai si staccano dal dorso con tanta facilità.
Ogni libro porta con se una storia, ha un odore tutto suo. 
A turno, finchè non finisco di leggerli, i miei libri aspettano il calare della sera perché sanno che quello sarà il momento a loro dedicato, quando li tiro fuori dal cassetto del comodino ed inizio a toccarli con le mani e spogliarli con gli occhi come un amante col suo amato.
Inizio a leggere finchè le palpebre si chiudono ed il sonno prende il sopravvento, portando molto spesso con se le storie ed i personaggi.

Potrei acquistare centinaia di libri nuovi di zecca, eppure non riesciurei mai a resistere al fascino di quella bancarella e dei suo libri usati.

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30 settembre 2013 1 30 /09 /settembre /2013 15:55

Quel piccolo Geco sul muro.L'altro giorno (il 29 settembre 2013), mentre mi trovavo nel delizioso appartamento che ci avevano affittato per la nostra permanenza a Francavilla di Sicilia (Messina), alle prime ore del giorno, ho avvistato un piccolo geco (quasi sicuramente un Geco comune o Tarentola mauritanica Linnaeus) sul muro... Animaletti affascinati i gechi che, a tutti gli effetti, si possono considerare dei piccoli draghi preistorici, di sovente ospiti nelle nostre case.
Era proprio un geco-baby quello che mi ritrovavo ad osservare sul muro intonacato di bianco, accanto allo stipite della finestra...
Era vispo e audace, probabilmente alla rcerca di cibo.
Ho scritto alcune brevi note su questo piccolo, memorabile, evento e, mentre scrivevo, con la coda dell'occhio, ne seguivo le evouzioni.

Mi sono ritrovato a pensare che stesse facendo i suoi primi passi nella vita, tanto era minuto e fragile.
Con il pensiero, gli ho augurato di poter fare buona caccia di insetti, ma anche di crescere felice e contento, sviluppando appieno la sua "gekità".
Dicono che l'avvistamento di un geco in casa porti fortuna.
Ed è per questo motivo che, secondo una saggezza antica, i gechi che si insediano nelle dimore degli uomini vanno rispettati, mai scacciati o - peggio - uccisi.

 

 

(dal sito web ItalianGekko) Quasi tutte le credenze popolari italiche riguardanti i gechi provengono dal centro-sud, regioni in cui è presente la maggior concentrazione di questi sauri (in particolare Tarentola mauritanica ed Hemidactylus turcicus).

Purtroppo quasi tutte le leggende italiane vedono i gechi come portatori di malattie o sventure, causando a questi simpatici ed innocui animaletti spiacevoli incidenti.

  1. Si narra che nel caso in cui un geco camminasse sulla pancia di una donna incinta ne causerebbe l'aborto e nel migliore dei casi l'ammalamento del bambino.
  2. Si narra che nel caso in cui un geco camminasse su di una parte scoperta del corpo, come una mano, ne causerebbe la necrosi quasi immediata.
  3. Pare anche che in alcune zone queste piccole lucertole siano considerate velenose, probabilmente è per questo motivo che il loro nome comune è lo stesso di una classe di ragni "Tarantola".In molte zone di Italia c'è anche la credenza che i gechi siano portatori di sfortuna e che vadano quindi uccisi o almeno allontanati dalla propria casa.

Fortunatamente per i gechi, anche in alcune parti di Italia si narra che questi piccoli sauri siano immensi portatori di fortuna, infatti in alcune regioni come l'Abruzzo ad un vincitore di un gioco viene detto "hai un geco in tasca!".

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29 settembre 2013 7 29 /09 /settembre /2013 07:28

Comari e chiacchiere(Elena Cifali) Seduta su uno dei comodi divani della sala d'attesa di Torre del Grifo, aspetto pazientemente che mio figlio finisca la sua lezione di nuoto.
Rifletto.
Non ho mai tempo per riposare e tanto meno per oziare.
Ne approfitto: è un tempo morto quello di quest'attesa e lo posso fare. 
Un po' stufa, mi guardo attorno. 
Sono in una sala che accoglie tante mamme. Sedute vicine a me, due amiche chiacchierano dei rispettivi figli: una delle due, con la voce arrocchita dal fumo entra ed esce nervosamente per fumare. Entrambe casalinghe palesano la loro stanchezza: ma - mi chiedo - stanche di far che? E' questo che chiederei loro, visto che parlano di cose che io faccio giornalmente, oltre che andare a lavorare!
Più in là, una si fa le unghie. 
Un bimbo salta rumorosamente (e maledecatamente) da una poltrona all'altra... Lo butterei fuori, ma non posso!
Un gruppetto più in fondo parla fitto, sparlando di tutto e tutti. 
Ecco, è arrivata la spavalda che invita al caffè... Le due più ciccione accettano ben volentieri, lamentandosi - falsamente - che con questo sarebbe già il loro quarto caffé. 
Mi sembra di essere allo zoo per la moltitudine di bestie che incontro...
Lo so, sembro un'anziana pettegola, ma a volte mi diverto anche così.

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22 settembre 2013 7 22 /09 /settembre /2013 08:02

Il Castello di Maredolce alla Favara. Un avvistamento inatteso(Maurizio Crispi) L'altro giorno, mi sono ritrovato a camminare lungo via Emiro Giafar, un nome di strada da "Mille e Una Notte" e che fa pensare immediatamente alle storie di Aladino e la Lampada Magica. Il nome di questa via porta la fantasia del viandante ad ascendere verso l'alto, accendendola di immagini di fontane chioccolanti, di chiostri ombrosi, di odalische e di amene "case di sollazzo" sepolte nel verde irriguo degli agrumi.

Ma se ci ricordiamo che questa via attraversa il quartiere di Brancaccio - uno dei più degradati di Palermo - dal mare verso la montagna, ecco che il volo pindarico si interrompe bruscamente per farci precipitare in caduta libera verso uno zoccolo duro di prosaico squallore e di quotidiano degrado.
Nella zona di questa strada, stretta tra il cavalcavia che consente di superare la ferrovia e quello che porta all'altro lato dell'autostrada ME-CT, andavo alla ricerca di un bar-cafeteria dall'aspetto accettabile dove potessi sedermi comodamente, magari fumare una sigaretta e leggere un libro, dove fosse contenuto ad un livello accettabile l'effetto nefasto di puzze e miasmi vari, quando all'improvviso la mia attenzione (un improvviso flash alla sinistra della mia vista periferica) è stata attratta dal caldo colore avorio di lisce mura fatte di conci tufacei perfettamente squadrati emergere da una massa informe di catapecchie e catoi degradati, vecchi magazzini ed officine, macerie.

Forse, l'avvistamento, è stato reso possibile dalla luce particolare di quel momento che quasi faceva scintillare di un caldo colore giallo arancione quelle mura simili ad una fortezza.

Ho deviato dalla strada maestra e mi sono inoltrato nel piccolo vicolo, quasi con la sensazione di intrudere nello spazio privato di povere abitazioni, davanti alle quali erano collocate sedie per stare seduti a prendere il fresco la sera, griglie arrugginite per cucinare sulla brace, stenditoi affollati di panni e bambini intenti a giocare.

Ed eccola là la massa imponente di questo muro, interrotto soltanto da due enormi portali di legno e perforato da alcune finestre situate nell'ordine superiore incastonate dentro arcate gotiche a rilievo che alleggerivano con il loro rincorrersi la compatezza del muro.

La massa del manufatto era così imponente che, nella ristrettezza del vicolo, risultava quasi del tutto impossibile realizzare una degna foto d'insieme.

La costruzione chiaramente appartiene al periodo arabo-normanno, stello stile di altri manufatti e mi era evidente che fosse stata di recente restaurata.

Ma ciò che mi ha colpito è stata la totale trascuratezza del contesto.

In altri luoghi un simile prezioso reperto di un passato lontano e fastoso sarebbe considerato di enorme interesse culturale e sarebbe opportunamente valorizzato. Le catapecchie circostanze sarebbero state da tempo espropriate ed abbatute per riportare l'edificio al fasto originario, cerando tutt'attorno un parco con delle panchine dove poter sedere per ammirare dall'esterno la struttura prima di addentrarsi per una visita.

E sicuramente in un paese che onora diversamente e in maniera degla i propri monumenti ci sarebbero stati all'esterno dei cartelli esplicativi che ne raccontino la storia e subito prima lungo la via che poco prima percorrevo a piedi sarebbe stata disposta un opportuna segnaletica.

Inoltre, sarebbe sicuramente accessibile per una visita, possibilmente a pagamento, perchè in altri paesi si ritiene che alcune cose per essere mantenute e per essere sempre accessibili hanno bisogno di entrate continue per poter raggiungere un certo livello di autosuffcienza, al di là delle sovvenzioni statali.
Tanto per fare un esempio,in Inghilterra sarebbe sufficiente che ci sia un vecchio muraglione appartenuto ad un castello (o ad una fortificazione o ad un abbazia gotica diruta) perché lì lì si crei un luogo della memoria collettiva che sia, allo stesso tempo, un sito turistico con tutti i crismi: prati, panchine, piccolo museo che racconta la storia del sito con reperti museali trovati sul posto dopo campagne di scavo con tanto di didascalie e biglietteria all'ingresso. E la gente arriva a frotte per vedere quel muro, per visitare il piccolo museo e per stare in un posto che è in sé - al di là del valore storico - ameno e vivibile.

Invece, da noi niente di tutto questo, ma soltanto una cattedrale nel deserto, illuminato come un oggetto prezioso dal sole pomeridiano di settembre e, in definitiva, un restauro fatto "a perdere".

Il Castello di Maredolce alla Favara. Un avvistamento inattesoMi sono ricordato che tanti anni fa, appena diplomato dal Liceo ero partito con alcuni miei amici alla ricerca del mitico "Castello di Maredolce", ma che ala fine dopo molto girovagare avevamo interrotto la nostra cerca, frustrati, perchè nessuno di coloro che ci trovammo ad interpellare seppero dirci nulla.
Palermo possiede tante di queste bellezze segrete di inestimabile valore. Sarebbe molto belle se potessero essere adeguatamente valorizzate, creando dei percorsi di visita tematici, anzichè lasciare che alcuni beni siano accessibili soltanto sporadicamente nel corso di alcune - peraltro lodevoli - manifestazioni, come é la ormai pluriennale  "La scuola adotta un monumento" o "Palermo apre le Porte".
Dopo il restauro, ultimato in tempi recenti, e dopo l'inaugurazione accolta dagli organi pubblici con grande battàge, nulla è stato per una fruizione più capillare e "quotidiana" e soprattutto per migliorare il contesto e fare della struttura un prezioso oggetto di richiamo turistico.
Brancaccio, in sostanza, ha continuato a rimanere "Brancaccio" e non si è trasformato in "Maredolce", cioè in una zona amena e fruibile, come qualcuno - al momento dell'inaugurazione - aveva auspicato con le solite parole vuote e retoriche.

La visita, a quanto pare, è possibile soltanto dietro specifica richiesta, ma nei pressi della struttura non è stato affisso alcun cartello con le indicazioni minime per raggiundere dei referenti per la visita guidata.
Quindi, in sostanza, il molto che è stato fatto, é come se non fosse stato fatto.

 

(da Wikipedia) Il Castello di Maredolce o Castello della Favara è un edificio palermitano in stile islamico, la cui architettura non sembra mostrare influenze normanne; esso risale al XII secolo, e si trovava all'interno della Fawwarah ("fonte che ribolle" in lingua araba), il Parco della Favara, oggi nel cuore del quartiere di Brancaccio.
Il palazzo, impropriamente detto "castello", fu edificato nel 1071, e faceva parte di un "qasr", ovvero una cittadella fortificata situata alle falde di monte Grifone, probabilmente racchiusa entro una cinta di mura, che oltre al palazzo comprendeva un hammam e una peschiera.
L'edificio fu una delle residenze del re normanno Ruggero II, che secondo il primo riferimento testuale sull'esistenza dell'edificio, il Chronicon sive Annales di Romualdo Salernitano avrebbe riadattato ai suoi scopi un palazzo preesistente, appartenuto all'emiro Giafar nel X secolo.

Nell'arco dei secoli il castello divenne fortezza e nel 1328 fu ceduto ai frati teutonici della Magione, che lo trasformarono in un ospedale. Nel 1460 la struttura fu concessa in enfiteusi alla famiglia dei Bologna e nel XVII secolo diventò di proprietà di Francesco Agraz, duca di Castelluccio: la trasformazione in azienda agricola era ormai completa.
Nel 1992 la Regione Siciliana ha acquisito per esproprio l'edificio.


Il Castello di Maredolce alla Favara. Un avvistamento inattesoIl castello, per volere di Ruggero II, venne circondato da un lago artificiale, che lo cingeva su tre lati, ed era immerso in un grande parco, dove Ruggero II si dilettava nella caccia. Il bacino, che aveva al centro un'isola di circa due ettari di estensione, venne ottenuto grazie a una diga composta da blocchi di tufo, che interrompeva il corso della sorgente del monte Grifone. Nel XVI secolo la sorgente si prosciugò, e la peschiera divenne una fertile area agricola, ancora oggi esistente.
L'edificio ha pianta quadrangolare, e possiede al centro un cortile molto spazioso, dotato in origine di un portico con volte a crociera, del quale rimane solo qualche traccia. L'esterno è formato da blocchi di tufo con arcate a sesto acuto. Nel lato non bagnato dal lago artificiale si aprono quattro entrate, due delle quali portano alla grande Aula Regia e alla cappella palatina, di forma rettangolare ad una sola navata coperta da due volte a crociera, con transetto sormontato da una cupola semisferica e dedicata ai santi Filippo e Giacomo già dal XIII secolo.
La struttura dell'adiacente hammam è dal XIX secolo inglobata in una palazzina, ed è riconoscibile con difficoltà.
Il parco intorno al palazzo ed alla peschiera era un giardino caratterizzato da numerose specie arboree (in particolare agrumi ed altri alberi da frutto) corsi d'acqua ed animali esotici, secondo il modello dei giardini islamici africani e spagnoli dell'epoca, ed in particolare simili all'agdal del Maghreb, caratterizzati da frutteti ed acqua. L'acqua, vitale per le piante e simbolo di purificazione e rinascita, costituiva l'elemento centrale in un giardino concepito come una riproduzione del paradiso coranico.

 

Poco dopo l'inaugurazione della struttura da poco restaurata, venne pubblicato un articolo elogiativo su "SiciliaInformazioni" (28 marzo 2011).

 

Brancaccio diventa "Maredolce": così Palermo scopre il Castello dell'Emiro Giafar (su SiciliaInformazioni, 28 marzo 2011)

Brancaccio o Maredolce? Se il popolare quartiere alle porte di Palermo cambiasse nome e identità per trasformarsi da estrema periferia, per certi versi, “a rischio”, in area culturale d’avanguardia? Questa la coraggiosa scommessa lanciata dalla 19ª Giornata FAI di Primavera, che si è chiusa ieri in 260 località italiane, con ben 660 beni monumentali, spesso chiusi e poco conosciuti, visitabili durante tutto il fine settimana.
Il Castello di Maredolce alla Favara. Un avvistamento inattesoNel capoluogo siciliano, oltre al Teatro Santa Cecilia, è stato protagonista il ritrovato Castello di Maredolce o della Fawara, l’antica sorgente che dal vicino Monte Grifone arrivava fino al mare. Siamo nel cuore di Brancaccio, dove mai ci si aspetterebbe di scoprire un tesoro simile. Si tratta di quella che era la residenza dell’emiro Giafar, costruita per i suoi “sollazzi” intorno all’anno Mille e poi riedificata, verso il 1150, da Ruggero II. Ciò che rimane dell’edificio è sufficiente a far immaginare quali splendori dovevano essere custoditi all’interno del Castello ed in che contesto naturalistico fosse stato edificato: un magnifico palazzo che si affacciava su un grande lago, con una lussureggiante isola al centro.
Adesso, dopo anni di incuria e abbandono, il bene è in fase di recupero grazie all’intervento della Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo, che ha avviato diverse campagne di restauro. Operazione non facile, anche perché, come è noto, all’interno del monumento abitano ancora adesso alcuni privati che, presumiano, difficilmente abbandoneranno le loro case.
I circa diecimila visitarori che, nel weekend, hanno ammirato il palazzo arabo, sono stati guidati dai giovani studenti dei licei scientifici “Cannizzaro” e “Basile”, e dell’Istituto Albeghiero “Piazza”, con il contributo dell’Associazione Culturale “Castello di Maredolce”, che da oltre dieci anni è impegnata nell’attività di salvaguardia del bene. Così, in anteprima, è stato possibile visitare le sale più importanti del castello, fresche di restauro, e la Cappella dei Santi Filippo e Giacomo. Inoltre, come per magia, una parte del bacino su cui si affaccia l’edificio è tornato a riempirsi d’acqua, grazie al progetto di ripristino del lago, i cui costi di realizzazione completa sono però altissimi.
Quest’evento, in qualche modo “epocale” per un quartiere come Brancaccio, potrebbe rappresentare l’inizio di una svolta. Una straordinaria occasione di riscatto ed un strumento di sviluppo per una delle aree più “difficili” della città. “Mi piacerebbe che Brancaccio cambiasse nome per chiamarsi Maredolce”, questo l’augurio di Giovanni, 18 anni, residente nella vicina borgata di Ciaculli ed entusiasta di far da guida ai visitarori. Mentre, con fierezza e competenza, mostra i tesori del suo quartiere, vien da pensare che forse non tutto è perduto.


 

 

Dove si trova. Via Giafar, svincolo Porto (autostrada Pa-Ct)
Orari di visita. Il castello non è visitabile, se non previo appuntamento con la Sovrintendenza beni culturali della Regione siciliana (ma il sito web è in corso di ristrutturazione e le indicazioni per visitare queste bene, non sono direttamente fruibili).
Scavi archeologici in corso.
In occasione della manifestazione Palermo Apre le Porte e altre manifestazioni (FAI) il castello è visitabile.
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31 agosto 2013 6 31 /08 /agosto /2013 13:41

Il venditore di ombrelli in un giorno di fine estate

 

Ieri, un temporale di fine estate

abortito
e poi una costante minaccia di pioggia

Ogg,i il caldo e il sole
regnano di nuovo sovrani

L'ombrellaio all'angolo della strada,
uscito da casa al'alba
con il suo carico di ombrelli
da poco prezzo,
se ne torna a casa

 mogio

per cambiare tipo di merce da vendere

Per oggi sarà meglio 
che venda cappellini con la visiera
e occhiali da sole

E potrà farlo
solo se ce ne ha una scorta...

Altrimenti, 
dovrà attendere che piova

per smaltire il suo stock di parapioggia

Campa cavallo

che l'erba cresce

Se avesse fede,
proverebbe a vendere i suoi ombrelli
come parasole

 


 

 

Vedi anche - in questo blog  - "Ci sono ombrellai e ombrellai" di Maurizio Crispi (pubblicato il 23 marzo 2013)

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24 agosto 2013 6 24 /08 /agosto /2013 08:27

L'unicorno di Tarling StreetA Tarling Street, c'é un unicorno vagabondo, direttamente piovuto dal cielo fuori da un mondo di fiabe...
La creatura con i suoi bei colori azzurro, rosa e giallo, ogni giorno si va spostando, costretto da una magia ad una continua migrazione... 
Prima era impigliato in un filo per stendere...
Poi, giaceva per terra lungo Sutton Street, non distante dalla facciata muta del misterioso Dockside Hotel e, adesso, non si sa come è finito proprio davanti al portone di casa...
Forse, si va spostando di notte, forse alla ricerca del Graal... o forse soltanto qualcuno che possa infondergli nuova vita e consentirgli finalmente di volare alto, sospinto dai venti.
Di notte, in Tarling Street, accadono sempre cose misteriose e strane...

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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