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20 maggio 2014 2 20 /05 /maggio /2014 10:07

Qualche giorno fa, alla fine dell'Arcobaleno

 

Ha grandinato su Londra 
chicchi grossi come pietre

Il cielo nero-plumbeo

basso come la volta d'una cripta

Poi ha piovuto fitto

Alla fine,
mentre il cielo si apriva,
con squarci d'azzurro
è comparso un arcobaleno,
scialbo però
privo di colori brillanti,
in questo molto british,
ma era un arco perfetto,
come se ne vedono pochi
più che un arco iridiscente,
un limite curvilineo 
tra la luce e una zona d'ombra
oscura ed inquieta

aldilà della quale

si intuva la feorce pressione

delle armate della notte

 


Prima che svanisse del tutto,
son voluto partire alla ricerca

della pentola piena d'oro
di cui narrano le leggende

Dopo aver tanto camminato,
alla fine di quell'arcobaleno,
ho trovato soltanto una panchina 
con un homeless dormiente
circondato dalle sue povere cose

e dalle sue sporte

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14 maggio 2014 3 14 /05 /maggio /2014 10:00
La panchina dell'Homeless
Spesso le panchine (che per loro natura sono pubbliche e per l'uso di tutti) divengono la dimora abituale degli homeless, vuoi per un breve riposo estemporaneo, vuoi per smaltire una sbornia, vuoi infine per passarvi la notte (con un'adeguata copertura supplementare di fogli di giornale oppure di un guscio di cartoni, per proteggersi dal freddo pungente della notte).
E' per questo motivo che, specie in Italia, alcune occhiute amministrazioni comunali cercano di creare panchine "scomode", con dispositivi tendenti ad impedire che vi si possa sdraiare comodamente o che le trasformino nel caso di una sosta prolungata in veri e propri strumenti di tortura.
Ogni tanto si sente notizia di fatti del genere.
Ma questa è davvero una stortura, uno stravolgimento dello scopo per cui le panchine - nelle loro prime versioni - vennero create: offire riposo e pausa da qualsiasi attività si stia facendo all'aperto, lavorare nei campi, passeggiare senza metà, camminare verso una precisa destinazione, o semplicemente il piacere intrinseco della cosa in sé.
In fondo, l'homeless che cerca riparo ed accoglienza su di una panchina non fa del male a nessuno.
Ma anche, c'è da dire, l'homeless, il "senza fissa dimora" con quel vagabondare perpetuo e il non avere un luogo stabile rappresentano uno dei molti volti che possono indossare il viaggiatore oppure anche il pellegrino, o ancora l'hobo della mitologia americana £on the road", inaugurata da Jack London, con alcune delle sue magistrali storie (che nella narrativa nordamaericana fecero scuole e rimasero fonte d'ispirazione e di stili di vita per le generazioni successive).
E perchè mai ciò che è accettato per uno di questi personaggi iconici, non dovrebbe essere tollerato se lo fa l'homeless?


In fondo le identità dell'homeless, del pellegrino e del viaggiatore coincidono: sono tutte collegate dal minimo comune denominatore dell'essere persone in movimento senza una meta precisa.

Sia come sia. nella foto che ispira ed illustra questo breve scritto, il soggetto è dormiente, tutti i suoi averi sotto controllo. La cinghia della borsa passata sotto il suo corpo, cosicché si accorgerebbe immediatamente se qualcuno - benché abile di mano - cercasse di sfilargliela via.
Vicino a lui due bottiglie semi-piene, di cui una grande di Coca cola svuotata per metà, ma potrebbe trattarsi anche di vinaccio messo lì per dissimularne la presenza.

L'homeless-viaggiatore, approfittando del bel sole primaverile che risplende al primo mattino su di un piccolo e ridente parco londinese, sta facendo un bel sonnellino, apparentemente spensierato.

Chi non lo farebbe, avendo il tempo e l'opportunità?

Le panchine sono troppo invitanti come giaciglio estemporaneo per un pisolino, per una bella dormita, per una lettura o, semplicemente per rimanersene assorti a meditare...

Ma anch'io nella mia vita, quando ero ben più giovane, ho dormito per così dire "sotto i ponti": e sicuramente posso annoverare tra le mie esperienze, l'aver dormito su delle spiagge deserte e un po' paurose, l'aver passato notti di sonno inquiete in un angolo oscuro all'interno della londinese Victoria Railway Station (e là mi sembrò di essere per tutta la notte ll'interno di una delle Prigioni di Piranesi), avendo come giaciglio un vecchio cartone e come coperta dei fogli di giornale, e poi ancora su di un prato verde all'interno di Hyde Park ina calda notte d'estate, per essere svegliato rudemente, alle prime luci dell'alba, da un poliziotto e cacciato via.
Ma posso menzionare anche nottate passate in aeroporto in attesa di un volo mattutino, per risparmiare i soldi inutilmente spesi per una troppo breve notte in albergo... quando il ritegno e la compassatezza del voler rimanere a dormire seduto, hanno sistematicamente ceduto alla fine, portandomi a sdraiarmi per terra, assaporando dopo tanta scomodità quello che mi parve essere il miglior giaciglio del mondo.
Quindi, mai disprezzare un homeless che dorme su di una panchina, perchè tutti noi in un momento della nostra vita possiamo ritrovare delle esprienze condivisibili, oppure ne potremo fare di simili.

 

E se vedete uno che dorme su di una panchina, non lanciatevi a dire, con una punta di disprezzo "E' un homeless!", perchè potrebbe essere chiunque ... e anche se fosse un homeless non merita stigma alcuno.

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4 maggio 2014 7 04 /05 /maggio /2014 08:39

Il grado zero della panchina

Quale potrebbe essere è il grado zero della panchina? Ma sicuramente un tronco appena squadrato e sbozzato, che mantiene le sue origini vegetali visto che è stato lasciato allocato ai piedi di un albero fronzuto ed in piena vegetazione. Come quello che mi è capitato di incontrare qualche tempo fa in UK.
Il tronco che adesso è panchina, continua così a vivere una sua vita vegetale.
L'albero ai piedi del quale giace il tronco-panchina è svettante verso il cielo ed è in piena vegetazione, mentre questo è in assetto orizzontale e, apparentemente, in quiescenza, limitandosi - allo stato attuale - ad offrire una comoda seduta al viandante che voglia sostare e riposare.
Forse un giorno il tronco trasformato in panca tornerà a buttare foglie e fiori. Ma questa immagine è soltanto una scaturigine della fantasia che vorrebbe assegnare al tronco abbatuto e sgrossato nuova vita, resurrezione - si potrebbe dire - e riscatto.
L'incontro con questa varietà di panchina mi ha fatto riflettere su quanto i manufatti dell'Uomo delle origini fossero connessi al mondo vegetale e alla Natura di cui lui stesso era parte, in un equilibrio dinamico e nel rispetto di un patto che mai veniva rotto.

Mi piace immaginare questo tronco-panchina così: con una sua vita sotterranea e radici che a poco a poco riprendono vigore.
 

Del resto, secondo il mito, quando Odisseo nella sua Itaca si ritrovò a costruire il talamo nuziale, decise di ricavarlo da un enorme ceppo di ulivo che venne lavorato e sbozzato sino a trasformarlo in letto nel posto in cui era cresciuto, non potendo essere eradicato tanto era grande. E dopo avere trasformato la ceppaia in letto nuziale, Odisseo ci costrui attorno la stanza e poi tutto il resto della dimora.

La vera natura di quel talamo era un segreto per tutti: solo Odisseo e la sua sposa Penelope conoscevano le sue origini. Si trattava di una veritàche faceva parte integrante dellaloro intimità di sposi.

Ed è proprio così che avvenne il riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope, quando quest'ultima per mettere alla prova Odiesseo gli chiese di spostare il talamo nuziale.  E Odisseo le rispose che mai si sarebbe potuto rimuovere da quella stanza perchè era stato ricavato dalla ceppaia dell'olivo secolare (Odissea, Libro XXIII).

«Sciagurato! non sono altezzosa o sprezzante
né sono attonita: so molto bene come eri
salpando da Itaca sopra la nave dai lunghi remi.
Orsù, Euriclèa, stendigli il solido letto
fuori del talamo ben costruito che fece lui stesso;
portate fuori il solido letto e gettatevi sopra il giaciglio,
pelli e coltri e coperte lucenti».
Disse così per provare il marito; e Odisseo,
sdegnato, disse alla moglie solerte:
«Donna, è assai doloroso quello che hai detto.
Chi mise altrove il mio letto? sarebbe difficile
anche a chi è accorto, se non viene e lo sposta,
volendolo, un dio in un luogo diverso, senza difficoltà.
Nessun uomo, vivo, mortale, neppure giovane e forte,
lo smuoverebbe con facilità: perché v’è un grande segreto
nel letto lavorato con arte; lo costruii io stesso, non altri.
Nel recinto cresceva un ulivo dalle foglie sottili,
rigoglioso, fiorente: come una colonna era grosso.
Intorno ad esso feci il mio talamo, finché lo finii
con pietre connesse, e coprii d’un buon tetto la stanza,
vi apposi una porta ben salda, fittamente connessa.
Dopo, recisi la chioma all’ulivo dalle foglie sottili:
sgrossai dalla base il suo tronco, lo piallai con il bronzo,
bene e con arte, e lo feci diritto col filo,
e ottenuto un piede di letto traforai tutto col trapano.
Iniziando da questo piallai la lettiera, finché la finii,
rabescandola d’oro e d’argento e d’avorio.
All’interno tesi le cinghie di bue, splendenti di porpora.
Ti rivelo, così, questo segno. Donna,
non so se il mio letto è fisso tuttora o se un uomo,
tagliato il tronco d’ulivo alla base, altrove lo mise».

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10 aprile 2014 4 10 /04 /aprile /2014 11:19

Panchine ed effetti Blow Up

Bisogna essere sempre con i sensi all'erta, quando si bighellona in giro per una città.
L'amante delle panchine potrà sempre avvistarne una, abitata o meno, da documentare e da ricordare.
In fondo, ogni singola panchina può essere memorabile.

E quale miglior modo per documentarla, se non fotografandola (o filmandola)?
Il "cercatore di panchine", quindi, dovrebbe essere sempre armato di macchina fotografica, pronta all'uso, per poterle fissare all'istante.


Alcune panchine, specie se "abitate" offrono delle immagini inusitate ed irripetibili.

E, spesso, le immagini colte all'istante possono essere rivelatrici di qualcosa che ad occhio nudo non si arriva a scorgere bene.

In alcuni casi, si può avere l'impressione di muoversi all'interno del famoso film di Michelangelo Antonioni, Blow Up, ispirato al racconto Le bave del diavolo dell'argentino Julio Cortázar e che, a suo tempo, fece scalpore, sia per alcune sequenze per la sensibilità del tempo considerate ardite, sia perchè offrivano una riflessione sulla capacità dell''"occhio fotografico di "vedere" cose che ad occhio nudo non si possono notare.
Poi, dopo l'innovazione introdotta dal film di Antonioni sulla "visionarietà dell'arte fotografica il tema si è quasi banalizzata (basti pensare all'indagine sui documenti fotografici che Michael Blomqvist, il giornalista protagonista della Millennium Trilogy di Stieg Larsson compie su alcuni documentazioni per immagini che gli sono state fornite dal commitente della ricerca in cui si impegnerà).

In alto si vede la foto che ha stimolato queste mie considerazioni.

 

La sua location è uno dei giardinetti che abbelliscono il Thames Path sulla sponda nord del Tamigi, abbastanza vicino a Shadwell Basin.
Il quando è una mattina di aprile, piuttosto grigia, ma con gli alberi e i prati già adornati di sontuose fioriture.

In un anfratto isolato, ho scorto l'unico occupante di quell'angolo del parco e della panchina.
Barbuto, con un cappello di lana calzato sin quasi agli occhi e con uno zaino in spalla, alto e macilento.

Lo ho osservato a lungo, non visto.
Con le gambe strette in modo difensivo e rannicchiato su se stesso (ma alla postura contribuiva lo zaino tenuto sulle spalle), manipolava qualcosa tra le mani.
Forse si accingeva a rollare una sigaretta, oppure a farsi una canna.


Ma, ad un certo punto, si è guardato in giro sospettoso.
Appena mi ha visto dall'altro lato della radura, il giovane si è alzato e se ne è andato velocemente.
Ma, del resto, sin dall'inizio, la sua postura - accomodato com'era sull'orlo della panchina - denotava precarietà e un senso immanente di provvisorietà.
Non dava l'idea di chi occupa lo spazio circostante con sicurezza e auto-consapevolezza e di chi, sedendosi su di una panchina, dichiara con la sua rilassatezza, che quello spazio - fintantochè se ne starà seduto lì - è suo e soltanto suo.

La scelta tra le due ipotesi enunciate rimane indecidibile.


Sono riuscito a scattare una foto prima che si accorgesse della mia presenza e che si inquietasse, non tanto per la foto, ma piuttosto per la mia involontaria irruzione in una situazione in cui riteneva di poteva operare indisturbato.

Quando con il senno di poi si osservano le foto scattate, si possono fare tante congetture ed ipotesi.

Nascono anche tanti interrogativi che però rimarranno senza risposta.

 

Fotografare la realtà, scendendo nei dettagli, ci offre uno strumento per conoscere meglio ciò che ci circonda e ci consente di raccogliere del materiale vivo per raccontare delle storie.

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24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 21:22

 

L'emozione di avvistare un lettore di libri carta 

 

L'universalità della lettura è paradigmatica... e queste immagini contraddicono violentemente l'idea che il libro di carta stia andando incontro alla sua morte naturale.
Si vedono spesso persone così che se ne stanno sedute, appartate, con un libro in mano, intente nella lettura, profondamente assorte, ignare di tutto quello che c'è attorno, lontano da chiassose compagnie.

Il lettore di libri veri possiede - oggigiorno - alcune delle qualità dell'eroe romantico.


E se ne vedono spesso persone così che, cioè, hanno in mano libri cartacei e non stupidi kindle-book o tablet di ultima generazione.

Il libro va gustato anche così: sfogliandolo, aprendolo a caso, gualcendolo, facendo orecchie alle pagine, sentendone il peso tra le mani - se è un romanzo o un saggio voluminoso.
Chi usa per leggere i supporti elettronici ha perso inequivocabilmente qualcosa: la possibilità di stare in confidenza con un libro di carta che è anche un amico che ci parla e che ascolta i nostri sfoghi, o che ci aiuta ad esprimere le nostre emozioni.
In più, l'immagine del lettore con un libro cartaceo è inequivocabile: si comprende che la persona sta leggendo, perchè appunto tiene un libro in mano e lo si comprende anche dalla postura del corpo che si focalizza su quell'oggetto.
Chi tiene un tablet tra le mani potrebbe essere connesso in rete, oppure potrebbe essere intento in un gioco: e, in ogni caso, fa parte della generazione dei "Pollicini" e delle "Pollicine" che usano i propri pollici per smanettare, per cliccare e per far scorrere le videate delle applicazioni digitali.
Avvistare un lettore di libri di carta, fa provare a chi ama i libri un'emozione intensa: come ritrovare uno della tribù a cui si sente di appartenere.

 

 

L'emozione di avvistare un lettore di libri carta

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20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 06:58

La famiglia dei ciccioniDi fronte a casa nostra in una palazzina ad un piano, con l'ingresso che si affaccia direttamente su Sutton Street abita una famiglia di ciccioni.
Frequentemente li osservo dalla mia finestra, nei loro andirivieni, sentendomi in ciò molto hitchkokchiano (ricordate "La Finestra sul Cortile"?).

Padre, madre e figli: tutti ciccioni.
Sorelle e fratelli: ciccioni.
Visitatori: ciccioni.
Non c'è nessuno che sia solo lontanamente smilzo.
Nessuna variazione sul tema: l'unica variazione è data soltanto dal "quanto" sono ciccioni.
Il simile chiama il simile, evidentemente.
Ma c'è anche una linea di trasmissione trans-generazionale (genetica, ma soprattutto culturale): del resto, il gigante Gargantua generò un altro gigante: Pantagruel. Ed erano entrambi possessori di un corpo immenso e mangioni come non mai.
Oppure, si creano abitudini condivise: mangiare tanto e, soprattutto mangiare junk food.
Posso soltanto immaginare che, dietro quella porta che si affaccia sulla strada, siano costantemente in corso pantagruelici e rabelaisiani banchetti.

La padrona di casa è un donnone gigantesco, come la gigantessa di Rabelais o come un personaggio di Botero: a voi la scelta. Io la potrei mettere - nella mia galleria di immagini - accanto alla "Signora Massa" (sulla quale spero di trovare presto un mio scritto "Storie di Massa", perso nei meandri del computer)1.
Ho scoperto che, quando è in casa, il donnone se ne sta tutto il giorno avovlta in una grande e grossolana vestagliona rossa di pyle, dall'aspetto molto matronale.
L'altro giorno un tipo faceva il porta a porta per lasciare attraverso la buca della lettere qualche mateiale pubblicitario.
Non appena ha sentito armeggiare dietro la sua porta, quel donnone spaventoso (che potrei tollerare vicino a me soltanto nei peggiore dei miei sogni) ha aperto la porta ed è uscita a  razzo sul piano della strada, sempre paludata in quel suo vestaglione rosso, blaterando ed inveendo contro quel poveretto che, ignaro, si era nel frattempo allontanato, ignaro del pericolo che aveva corso: trovarsi a tu per tu con una gigantessa adirata.
Poi, dopo aver compiuto questa sua buona azione quotidiana, il donnone è rientrato in casa, sbattendo la porta con veemenza (almeno così ho immaginato io).
Il donone esce, ogni tanto, in compagnia di parenti ed amiche: tutte obese: in questi casi abbandona il vestaglione di pyle e ed abbigliata "in mise": se non fosse così cicciona, si potrebbe dire che riesce ad ottenere quasi un effetto vezzoso.
Quando salgono in macchina, l'auto sotto il loro peso sprofonda con un sussulto e la carrozzeria sembra dover toccare le ruote.
Quindi, faticosamente - e questa la mia impressione - l'auto si avvia e si allontana ansimando e scoppiettando: se fosse un personaggio di Disney, come nel film "Cars", sarebbe con la lingua di fuori e tutta sbilenca per via del peso.

 

 

 

 


Note


1. La signora Massa... quella è tutta un'altra storia... Era una che lavorava in ospedale come ausiliaria ... Ed era enorme... Ogni tanto si ritirava in un piccolo sgabuzzino che, non si sa come, aveva ottenuto per il suo personale e lì indugiava a lungo a fare dei bei spuntini. Si lamentava sempre del fatto che mangiava troppo, ma nello stesso sosteneva spesso di essere a dieta, ma le sue visite allo sgabuzzino dedicato agli spuntini erano molto frequenti...
Con una mia amica solevo scambiare dei messagini sulla signora Massa e la scommessa era di farli finire tutti in rima con "massa", cosa non del tutto facile perchè il repertorio di possibilità lessicali era - è - alquanto limitato.
In quel fitto scambi di messaggi ci siamo divertiti un mondo. Ero sempre che cominciavo, scrivendo: "E' passata la signora Massa..." e di seguito la rima: per esempio, "...suonando una grancassa"...
Tutto questo finì con il diventare un'interminabile storia a puntate, quasi una saga... di cui, in qualche modo, la diretta interessata venne a sapere, sicché un bel giorno mi interpellò: "Mi hanno detto che Lei ha scritto una storia su di me: ma di cosa si tratta?", ma io le inventai una penosa bugia a cui lei credette (Le dissi che le avevano detto una bugia per farle uno scherzetto...).

La storia la intitolava "Storie di Massa"... Purtroppo, il file è al momento irreperibile...

Ma, in realtà, la storia di cui la signora Massa mi chiedeva era un'altra...
Si trattava di una riscrittura di una notizia di cronaca sulla recrudescenza delle azioni di neo-pirati nei Mari dell'Estremo Oriente. 
Io riscrissi la storia, immaginando che la signora Massa era a capo di una ciurma di pirateschi ribaldi che assalivano le navi che trasportavano melassa e ci ricamai sopra.
Siccome, il tutto era molto divertente - per non dire esilarante - con la signora Massa che voluttuosamente, alla fine, si tuffava nella melassa - come zio Paperone nei dollari - alcuni si fecero scappare qualche indiscrezione...
E poi c'era un altro divertente scritto - in parte immaginario - in cui si raccontava della magnifica prestazione canora della Signora Massa al Festival annuale dei cantanti obesi (che si tiene annualmente, ma questo è vero)...

 

 

 

La famiglia dei ciccioni


La famiglia dei ciccioni

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14 marzo 2014 5 14 /03 /marzo /2014 23:10
C'è Peto e peto, ma anche un Peto, per quanto di nobile lignaggio, rimane sempre peto
(Maurizio Crispi) Camminando dalle parti di Euston Road a Londra, lasciandomi alle spalle il magnifico Regent's Garden, mi sono imbattuto in una strada laterale, intitolata "Peto Place" (in cui "Peto" in Inglese, si dovrebbe pronuciare correttamento "Pito").
Sono rimasto molto colpito da questo peculiare e sui generis avvistamento.
Certo che in Italia nessuno sano di mente intitolerebbe una strada cittadina ad un "Peto" per quanto di illustre lignaggio...
Un "Peto" rimane sempre un "peto", che - stando alla definizione del corrispondente lemma in un qualsiasi dizionario italiano - è un'"emissione di gas intestinali attraverso l'orifizio anale". (sinonimi: scorreggia, flatulenza, pirito).
Nulla di più e nulla di meno, aria odorosa (o neutra, se si è fortunati) che sfuma via, che "svampa" - come si direbbe in Siciliano -.

Ho fatto delle ricerche e, anche se non ne sono certo al 100%, ritengo che questa strada sia intitolata ad un famoso architetto britannico, Harold Ainsworth Peto (11 July 1854 – 16 April 1933).
E se costui è stato tiolare di nobile ed encomiabili attività, il suo nome rimane poco nobile e al quanto scurrile, almeno per noi Italiani...

Ma in wikipedia si ritrova anche un certo "Tomaso Peto", un personaggio poco raccomandabile dedido alla criminalità organizzata dei bassifondi newyorkesi di inizio Novecento. E che un Peto abbia vissuto ed operato nei bassifondi, ci può anche star bene con il suo nome.

 
Insomma, si potrebbe dire anche che "c'è peto e peto"... e che "non bisogna fare di ogni peto un fascio".

Harold Ainsworth Peto (Royal Institute of British Architects - FRIBA) was a British architect, landscape architect and garden designer, who worked in Britain and in Provence, France. 
Among his best-known gardens are Iford Manor, Wiltshire, Buscot Park, Oxfordshire, West Dean House, Sussex, and Ilnacullin, County Cork, Ireland.
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21 febbraio 2014 5 21 /02 /febbraio /2014 09:12
Il bronzeo uomo accampanato di Aldgate
Camminavo un dì per le vie di Aldgate
e mi sono imbattuto in un grosso uomo di bronzo

Già, davvero!
Se lo toccavi,
suonava come una campana

A colpi di scampanii gioviali
mi ha gridato il suo nome

Gli ho chiesto qualcosa 
su San Botolfo
e m'ha guardato 
con la sua faccia enigmatica
- o forse inespressiva - 
come quei faccioni dell'Isola di Pasqua 

Anche se non abbiamo parlato 
di molto altro
- a parte i faceti scampanii - 
ci siamo lasciati alla fine
da buoni amici, 
facendo voti di incontrarci ancora,
co una risonante pacca sulle spalle

La prossima volta arriverò
munito di una bella campana

O forse, sarò io, ad arrivare,
vestito da campana
se non da carampana

Sono certo 
che a colpi di campana,
potremo comunicare meglio
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15 febbraio 2014 6 15 /02 /febbraio /2014 07:05

La Beccaccia ferita... Storia di un incontro fortuito e, forse, salvifico

 

 

(Grazia Pitruzzella) "Ma non era finita la caccia?!?!" Queste sono le parole di Grazia Muscianisi quando ha osservato le pessime condizioni della beccaccia che le depongo fra le mani.

Ieri mattina ero all'opera nel vigneto di un amico a  S. Giorgio di Catania, e stavo proprio pensando a quanto fossi fortunata nel poter godere all'aria aperta di un'altra strepitosa giornata siciliana con vista Etna, quando ricevo la visita del padrone di casa accompagnato da uno dei suoi cani. 
Mentre chiacchieriamo sull'avanzamento dei lavori, sentiamo un tramestio alle nostre spalle e constatiamo che il cane possa aver trovato qualcosa di interessante. Guardando da lontano, credo si tratti di un piccolo rapace, ma avvicinandomi scorgo un lungo ed affilato becco che non mi lascia alcun dubbio: è proprio una beccaccia, ben nota ai nostri amici cacciatori.

È la seconda volta che ho la possibilità di osservare questo grazioso uccello dal piumaggio bruno variegato e dal caratteristico becco. 
Il primo incontro avvenne ad Acireale sotto i portici di Piazza Europa. La stanchezza derivata da un lungo volo doveva essere tale, da farla urtare contro uno dei palazzi ed io la trovai per terra con il capino riverso. Mi ci vollero ore per farle riacquistare vitalità!
Questa volta, almeno, siamo in aperta campagna, ma le circostanze sono ugualmente particolari. 
Il mio amico riesce con facilità ad appropriarsi della preda e, depositandola sul sedile posteriore della mia auto, mi comunica un semplice "Pensaci tu!", mentre si allontana.

Osservando che l'uccello presenta un'ala ritorta e che perde sangue da una brutta ferita, concludo che non mi resta che chiedere soccorso ad uno specialista.
Parte subito la catena di telefonate che mi porta a dialogare con Grazia Muscianisi del Fondo Siciliano per la Natura. Le descrivo le condizioni della malaugurata beccaccia e rimaniamo d'accordo per incontrarci dopo le 15.00, al termine della mia giornata lavorativa.
La Beccaccia ferita... Storia di un incontro fortuito e, forse, salvificoSeguo diligentemente le istruzioni impartitemi da Grazia, mentre lavo la ferita e cerco di far bere qualche goccia d'acqua all'animaletto; l'avvolgo, infine, con un pareo e l'adagio sul sedile della macchina. Le accarezzo il capo, cercando di rassicurarla  e dicendole che le daranno al più presto tutte le cure di cui ha bisogno. Sono certa dal modo in cui mi guarda che comprende la mia compassione.
Torno alla vigna, ma cuore e mente sono interamente occupati dalla mia nuova amica: "Come starà? Potrà resistere per qualche ora? La ferita sarà così grave da compromettere la sua vita?". Sono così preoccupata che dopo solo un quarto d'ora di lavoro, torno di corsa da lei e la trovo ancor più fiacca.
Decido che non voglio più attendere e chiedo al mio amico il permesso di raggiungere il Centro Recupero Animali selvatici (CRAS) più vicino, a Valcorrente.

Avevo già incontrato Grazia Muscianisi qualche anno prima in occasione della liberazione di alcuni rapaci sull'Etna.
Ritrovo la stessa sicurezza nel suo rapportarsi con gli animali ed affetto ed apertura nei confronti di chi si mostra solidale con il suo mondo.

Dall'esame risulta che si tratta di una ferita importante e che l'ala è seriamente compromessa; si renderà forse necessario amputarla e non è certo che l'animale possa sopravvivere dopo l'intervento; è stata certamente colpita da un cacciatore ed è precipitata al suolo, dove il cane l'ha raggiunta.
Lasciandola, sento una grande pesantezza al cuore, ma sono stata, nel contempo, sollevata per averla affidata ad una persona che saprà di sicuro prendersene cura  con abilità e passione.

Quando questa sera ho telefonato per avere notizie della bestiola, Grazia mi ha comunicato che le sue condizioni sono stabili e che è probabile che l'ala venga asportata solo parzialmente.

Ciò che desidero trasmettere con il mio racconto non è tanto il sentimento di rabbia provata nei confronti dei cacciatori, ma il senso di solidarietà e fratellanza che ho riscontrato nel corso di questa piccola avventura.

Desidero ringraziare Antonio Grimaldi, Dario Teri, Carmelo Nicoloso e Grazia Muscianisi per aver camminato mano nella mano con me in questa giornata particolare.

 

 

 

 

 


La Beccaccia ferita... Storia di un incontro fortuito e, forse, salvificoGrazia Pitruzzella è palermitana di nascita, ma la sua famiglia durante la sua infanzia si stabilisce a Milano, dove trascorre trent'anni, tra studio e prime esperienze lavorative.
Nel 2004 entra a far parte del Collegio Guide Alpine della Lombardia come Accompagnatore di Media Montagna e fa anche esperienza di conduzione di gruppi all'estero, grazie alla conoscenza di inglese, francese e spagnolo.
Non ama la vita cittadina sentendosi estranea ad essa, nonostante le preziose opportunità offerte, così quando  nel 2006 si creano le condizioni favorevoli per attuare dei cambiamenti, torna in Sicilia.
Si stabilisce nel comune di Acireale e comincia presto a lavorare in montagna, dapprima solo sull'Etna - la montagna delle montagne - e poi, man mano, include nella sua attività le Isole Eolie, la Costiera Amalfitana ed il Vesuvio, i rilievi del palermitano e trapanese, le riserve naturali della provincia di Siracusa.
Oltre ad essere innamorata di natura e montagna, ama leggere ed è appassionata di corsa.
È solo da un anno che a ripreso a correre, ma si è cimentata con amore ed energia in diverse corse su strada ed in montagna, non ultima la ZeroTremila, la Supermaratona dell'Etna che parte dal livello del mare per raggiungere i 3.000 metri del vulcano con uno sviluppo di 43 km.

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7 febbraio 2014 5 07 /02 /febbraio /2014 09:31

Mare Nostrum (Adriana Ponari)

 

(Adriana Ponari) Mare Nostrum è il tratto di mare che va dalla spiaggia di Capaci alle rocce di Barcarello-Sferracavallo, toccando Isola delle Femmine...
Nel suo alveo vi si trovano torri di avvistamento e vestigia di pirati,
 

 

isolotti casa di gabbiani e isole lontane, dispettose e mozzafiato quando appaiono nell'azzurro brumoso dell'Infinito,
 

 

barche colorate e gatti ruffiani in cerca di cibo..
 

 

e aironi e cormorani e codirossi che,  fermi a riposare,aspettano la forza per ritornare a casa,
 

 

al Nord, molto al Nord...
 

 

Bisogna avere gli occhi capaci di sognare, affidandosi in ciò a delle foto che ripuliscano e rigenerino ciò che l'uomo ha sporcato.

 

 

 


Adriana Ponari con questa sua breve nota, ci fa vedere che si può viaggiare lontano stando fermi nello stesso posto... esplorandolo in profondità e nei dettagli più minuti e, soprattutto imparando a vedere, allenando il proprio occhio interiri a cogliere piccoli, ma significativi dettagli, che altrimenti passerebbero inosservati ... (ndr).

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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