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18 gennaio 2018 4 18 /01 /gennaio /2018 09:11
Cani fantasma

Ombre inquiete
vagano nel parco
attorniate dai cani che furono
cani fantasma
cani del nulla
i cani che furono amici
i cani che morirono e che non risorsero
sono tutti là che latrano silenti
che aspettano di essere nutriti
o di essere accuditi
o di rispondere al richiamo
Dice il detto

Chi muore giace, chi vive si dà pace
ma i padroni dei cani del nulla
non si rassegnano
non riescono a trovare quella pace
e, alle prime luci dell'alba,
sono lì a chiamare
a cercare
a tentar di nutrire
E i cani defunti si assiepano attorno a loro
Ma vivono in una realtà separata
Loro cacciano nei pascoli del cielo

I cani fantasma sono davvero uno stuolo.
Solo chi si trova ad avere un cane per la prima volta in assoluto cammina accompagnato da un solo cane vivo.
Poi ci sono quelli che hanno avuto cani (da due in poi) e, quando passeggiano con un cane vivente, sono seguiti/accompagnati dai loro cani fantasma, quelli del passato, transitati nel nulla e ricordati.
Infine, ci sono quelli che pur avendo avuto cani, a un certo punto - non potendone più di confrontarsi con le loro morti - hanno rinunciato.
E costoro sono quelli che vanno a passeggiare in villa soltanto seguiti da uno stuolo di cani fantasma.
Di questa tipologia di padroni di cani ce ne sono molti esemplari.

 

Nell'immagine (di Maurizio Crispi), il Cimitero dei Cani a Villa Piccolo di Cala Novella

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15 gennaio 2018 1 15 /01 /gennaio /2018 07:29
Capsula del tempo

 

Siamo sempre alla ricerca di tracce del passato, di elementi e piccoli frammenti che possano aitarci a ricostruire un quadro più ampio del passato che ci consenta di rileggere il presente tenendo conto di radici e di filoni di pensiero che scendono indietro sino al passato più lontano. Ed è un compito che - per chi vada avanti con gli anni - si fa sempre più arduo, poichè spesso vengono a mancare i "testimoni" coloro che hanno vissuto in prima persona eventi remoti che ci riguardano. Per essere "accoglitore di memorie", occorre che ci siano stati dei "donatori" di esse: solitamente è così. Ma non tutto viene donato tempestivamente, oppure altre cose sfuggono alla narrazione, oppure altre ancora - che pure sono importanti - vengono taciute . Di altre che non possono essere trasmesse oralmente vengono lasciate tracce materiali.
E se, casualmente, rinveniamo qualcosa, una traccia, un piccolo documento, un oggetto, un pizzino scritto, un album di disegni, quel rinvenimento è una festa. Come quando un archeologo ritrova un frammento che lo riporta indietro nel tempo e gli consente di visualizzare una civiltà scomparsa o di dare vita a delle pietre altrimenti mute. E i grandi ritrovamenti avvengono spesso casualmente, quando si è abbandonata la volontà di trovare.
Ed è casualmente che mi sono ritrovato tra le mani una voluminosa opera in due tomi, proveniente dal passato, probabilmente di proprietà del nonno Giosué.
Si tratta del Nuovo dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo (una "nuova" edizione "napolitana", eseguita sulla quarta milanese accresciuta e riordinata dall'autore), pubblicata Napoli presso Gabriele Sarracino nel 1859.
Sfogliando uno dei due tomi. le pagine si sono casualmente aperte in corrispondenza di quello che pareva essere un segnalibro, un esile foglio di carta quadrettato, ingiallito dal tempo. Solo che su una delle sue facce recava un messaggio.
Un messaggio emozionante per me. Quasi che il tomo di Tommaseo avesse avuto la funzione di Capsula del tempo oppure quella della proverbiale bottiglia che, recando sigillato dentro di sé un messaggio, arriva miracolosamente al suo destinatario designato dopo aver percorso i sette mari seguendo il capriccio dei venti e delle correnti.

Il biglietto vergato dalla mano della mamma (la cui scrittura masntenne poi abbastanza identica, solo diventando nei tardi anni un po' più spigolosa e tremolante) dice delle parole che mi riguardano direttamente.
Un messaggio segreto - con un chiaro riferimento al giorno della mia nascita - da seppellire dentro un libro, una traccia che doveva essere lasciata, forse perchè proprio io ne leggessi il messaggio a distanza di anni o forse soltanto perchè la mamma aveva bisogno di dire quelle parole a se stessa nell'unica maniera in cui la sua inflessibilità interiore le consentiva.
Se ne comprende meglio il contenuto se si pensa che la mamma (le fonti di ciò sono alcune mie zie) in pubblico non manifestava un eccedente amore nei miei confronti. Poche coccole, poche volte prendermi in braccio e tenermi così. Forse perchè non voleva in alcun modo che preferiva me a mio fratello che era stato sfortunato e che non era nato sano.
Dovette essere quello, la scoperta della malattia di mio fratello, un grande trauma che i miei genitori cercarono di fronteggiare al meglio delle loro risorse e delle loro conoscenze.
Dopo due anni circa, arrivai io: per i miei dovette essere una festa la mia nascita, quando si resero conto che ero passato dalle strettoie del parto senza inconvenienti.
Il principio che papà e mamma adottarono (questa fu una delle poche cose che appresi direttamente dalla mamma, pochi mesi prima della sua dipartita), era quello dell'assoluta eguaglianza di comportamenti nei confronti miei e di mio fratello.
E lei con me, temendo di eccedere e di infrangere questo principio, non si abbandonava mai ed evitava le effusioni: soprattutto in pubblico, mentre in privato, quasi furtivamente ci si abbandova per brevi momenti (secondo un'altra testimonianza che mi è stata trasmessa).

Questo biglietto, fortunosamente trovato, testimonia quanto invece lei sia stata lieta e fiera della mia nascita e che sia andata alla ricerca di ponti verbali per celebrare una nuova vita che era nata il 9 agosto 1949 con il suo carico di speranze: una radiosa aurora dopo la sofferenza e nella sofferenza.
Ma la bellezza interiore di papà e mamma fu comunque quella di essere riusciti sempre, momento per momento, la mala sorte in gioia e in celebrazione del trionfo della vita e della speranza, sfuggendo alla tentazione del farsi vittima, del cadere nel gorgo del pessimismo e della rinuncia alla lotta testarda per una costante ridefinizione dei termini.

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24 agosto 2017 4 24 /08 /agosto /2017 09:42
La Panchina privata e i due viandanti-lettori

Una panchina viene proclamata, a chiare lettere blu, come "proprietà privata"...
Ma chi sarà colui che ne rivendica la proprietà a chiare lettere blu?
A meno che non sia la panchina stessa a rivendicare la proprietà di se stessa, affermando così con forza la propria mission che è quella di accogliere su di sè chiunque voglia sedercisi...
Un giorno, due - dopo aver a lungo vagabondato lungo i viali della villa, all'alba deserti - hanno scelto proprio quella "panchina privata" per sedercisi. Sembravano dei viaggiatori, piuttosto che degli abitanti della posto: entrambi portavano sulle spalle un piccolo zaino e, anche se ciò potrebbe non significare nulla, sì, avevano un aspetto da stranieri. Una coppia.
Molto meticolosamente hanno sistemato sulla panca di pietra un asciugamo ripiegato con il quale hanno parzialmente ricoperto la scritta e, e quindi, si sono seduti comodi, con gli zaini ai loro piedi, ma vicini stretti, esprimendo in ciò confortevolezza come due piselli nella culla avvolgente del loro baccello. Si sono seduti volgendo le spalle al sole che lanciava sugli alberi e gli arbusti e sull'erbetta verde i suoi primi raggi obliqui. Dopo aver rovistato nei rispettivi zaini, hanno tirato fuori dei libricini (misteriosi ed alchemici, mi verrebbe da dire) e hanno cominciato a leggere assorti, tenendosi sempre accosti, ma nello stesso separati nel silenzio della lettura.
Li ho lasciati, così, assorti in quella lettura condivisa.
E ho proseguito il mio cammino, come sempre calato nell'identità di passer-by che avvista e osserva, ma che poi si lascia alle spalle cose, eventi e relazioni perchè il mondo deve continuare a svolgersi sotto i suoi piedi.
Ma l'immagine dei due seduti su quella panchina a leggere tranquilli gomito a gomito è tornata a visitarmi più volte.
Perchè hanno scelto proprio quella panchina "privata" - mi sono chiesto?
Ma forse, proprio per via della scritta: in fondo, non abbiamo considerato una terza ipotesi a proprosito delle funzioni della panchina: se la panchina è un luogo pubblico, adibito alla sosta e alla condivisione, è nello stesso tempo uno spazio privato, in cui chi ci si siede si colloca in una dimensione atemporale - del tutto sua - dalla quale può osservare ciò che accade al mondo che fugge in avanti - o che resta indietro - e privato, una sua (o loro) bolla privata in cui si può fare tutto ciò che ci piace o semplicemente stare senza fare, solo andando verso se stessi.

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21 luglio 2017 5 21 /07 /luglio /2017 12:20
La Margherita-Sole che mi ha dato il buongiorno

Il buon giorno si vede dal mattino.
Un giorno di questi appena trascorsi, camminando di mattina presto, poco dopo il sorgere del sole, ho trovato per terra questa margherita-sole di metallo smaltato.
Molto graziosa, molto allegra.
Un graditissimo avvistamento-rinvenimento.
Si trova sempre qualcosa per terra...
Almeno, IO trovo sempre qualcosa per terra...
E non importa che l'oggetto rinvenuto sia praticamente senza valore
Altri mi dicono che non trovano mai niente, quasi lamentandosi di ciò...
Ma non bisogna cercare niente in particolare...
Il desiderio di trovare, irrigidisce i nostri sensi e riduce di gran lunga l'ampienza del campo percettivo.
Troviamo se ci rivolgiamo al mondo con quell'atteggiamento mentale che Freud (applicando il concetto tuttavia solo al set psicoanalitico) definiva di "attenzione fluttuante".
Senza essere afflitti di voler trovare qualcosa, bisogna solo guardare con curiosità blanda tutto ciò che ci circonda, possibilmente utilizzando la visione periferica più che uno sguardo focalizzato... mantenendo, al tempo stesso, un forte senso di prossimità rispetto all'ambiente circostante.
In questo modo le piccole "anomalie" nel tessuto del campo percettivo emergeranno...
E se si ha il giusto livello di curiosità si va a guardare di cosa si tratta...
Cambiando le cose e i campi di applicazione si tratta, in definitiva, dello stesso atteggiamento mentale e di quella stessa attitudine nel rapporto con il Reale che ci porta a fare buone fotografie...

 

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23 giugno 2017 5 23 /06 /giugno /2017 16:45
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

E' un giorno afoso,
ma vibrante di vento

Nella calura abbacinante del primo meriggio
Un piccione giace privo di vita

sulla nuda terra
rossastra polverosa
in una chiazza di densa ombra

E' scomposto il piccione
caduto o forse avvelenato

Dall'albero sovrastante un piccione
si leva in volo

Planando, atterra con precisione
accanto al compagno morto
ci si muove attorno
inscenando una danza apotropaica
spinge la carcassa con la testa
torna a girargli attorno
Infine si ferma vigile,
a far da sentinella

Poi, dopo un po',
avendo adempito il rito funebre, vola via
emettendo indecifrabili richiami
per fermarsi su di un ramo in alto,
ma a poca distanza

In questo giorno vibrante di vento,
ma di totale solitudine,
la scena è stata in sé un piccolo miracolo:
piena di sentimento,
ma anche celebrazione di un lutto
e rappresentazione consolatoria
di una sua possibile elaborazione

Un essere vivente (e senziente)
non è morto da solo
e un'altra creatura congenere,
In maniera puramente istintiva,
ha avvertito una mancanza
e avrebbe voluto annullarne l'ineluttabilità
E già l'aver tentato un'impossibile
rianimazione è tanto
Semplice antropomorfismo?
Forse no: nelle cose c'è sempre più Mistero
di quanto non si possa immaginare

Il parco è totalmente deserto,
se non per qualche figuretta lontana
che si muove come fantasma
lungo i viali calcinati dal sole
Ma nuvole di polvere si alzano
e le inghiottono

Ombre presto saremo

 

The grievious pigeon - Il piccione in lutto
The grievious pigeon - Il piccione in lutto
The grievious pigeon - Il piccione in lutto
The grievious pigeon - Il piccione in lutto
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3 maggio 2017 3 03 /05 /maggio /2017 07:50
(Early Sunday Morning by Edwuard Hopper)

(Early Sunday Morning by Edwuard Hopper)

Oggi, passando, ho visto sul marciapiedi una scritta  a lettere bianche  in risalto sul grigio del cemento e in elegante stampatello, che faceva: "Io faccio il barbiere", ovviamente tracciata con una schiuma da barba spray, giusto per essere in tema.
Non ho potuto non pensare, per associazione, ad alcuni giochetti linguistici goliardici che ci scambiavamo con ilarità ai tempi del Liceo ed anche dopo.
Tipo: traduci in siciliano questa frase!
Le frasi erano:
"Il barbiere neanche lava con il sapone".
"Tua sorella lasciò il secchio dietro la porta"
"Stiamo in piazza"
"Sta piovendo".
Il malcapitato di turno traduceva pensando, così, di trarre laudo per la sua perizia di traduttore, incappando invece nelle grasse risate dei suoi interlocutori.

Per timore di essere considerato irriverente e per non voler essere, per di più, politicamente scorretto tralascio qui le traduzioni delle succitate frasi.
Sono sicuro che i siculi e i cultori di Camilleri se la sbroglieranno da sé con elegante perizia.

Ma la scritta mi ha portato alla mente anche il famoso "paradosso del barbiere" che costituisce approssimativamente una riformulazione intuitiva, o figurata, del famoso paradosso di Russell. L'antinomia può essere enunciata così: "In un villaggio vi è un solo barbiere, un uomo ben sbarbato, che rade tutti e solo gli uomini del villaggio che non si radono da soli. Il barbiere rade se stesso?".

Potenza delle associazioni!

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13 aprile 2017 4 13 /04 /aprile /2017 20:51
Il Can che dorme, ovvero sogni beati

E' capitato l'altro giorno: c'era una folla di podisti in attesa dello start e frammezzo ai loro piedi, calzati di scarpe tecniche, se ne stava beatamente adagiato sul fianco un cagnone senza collare, profondamente addormentato. Ogni tanto, nel profondo del sonno le estremità delle sue zampe tremolavano mentre esalava dei sospiri più profondi o accennava l'aspirazione tipica dell'annusare. Forse sognava di correre in territori di caccia o di essere davanti a cibi succulenti (per il gusto canino).
Ma soprattutto questo suo dormire rivelava una grande ed incondizionata fiducia nei confronti del mondo circostante.
Si capiva che si trattava di un cane che, pur essendo senza un padrone, era adottato dalla comunità e in particolare dalla corte dell'antico castello medievale dove ci trovavamo ospiti. Un cane, ben nutrito e decentemente pulito, il pelame lucente, dormiente, così come in posti come il Messico oppure il Nepal, mi è capitato sovente di imbattermi in Umani dormienti a cielo aperto, sia in luoghi solitari sia in mezzo alla folla vociante, con lo stesso tipo di abbandono fiducioso ed immemore.
I sonni d'oro di chi non teme alcun male...
Ed anche un perfetto esempio della condizione dell'essere soli in compagnia.

 

Autore: Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

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12 aprile 2017 3 12 /04 /aprile /2017 20:16
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino

Casualmente, mentre camminavo sulle pendici brulle e disseminate di sassi muschiosi di Montagna Longa sul versante che guarda Cinisi, mi sono imbattuto in una curiosa formazione, la cui superficie appariva stranamente mobile... Da lontano, se non fosse stato per un effetto cangiante della sua superficie, si sarebbe potuta scambiare per una roccia affiorante ricoperta di muschio giallastro (o per un mucchio di deiezioni di vacca, una "busa" direbbero su al Nord).
Guardando meglio e a distanza ravvicinata, tuttavia, mi sono accorto che si trattava di un ammasso di millepiedi, di un genere che non avevo mai visto prima. Un vero e proprio "groviglio" non di serpenti (per citare il titolo di un famoso romanzo di Mauriac), ma di millepiedi pelosi.
Il bello è che dal mucchio pulsante e cangiante spuntava imperterrito un piccolo fiore di campo, quasi ad aggiungere un tocco estetico.
Mi dicono che si tratta della Processionaria, un lepidottero nocivo alle piante, all'uomo e agli animali (cani, per esempio) per via delle imponenti reazioni allergiche che possono essere causate dai numerosi peli urticanti posseduti dalla larva, prima non avvistabile dalle nostre parti e ora presente (sarà anche questo un effetto del cambiamento climatico?).
Se è valida l'ipotesi "processionaria" (la cui larva, in alcuni luoghi, in alcuni luoghi è anche chiamata "gatta pelosa"), quelli che ho visto io non sarebbero pertanto dei millepiedi come - nella mia ignoranza - mi sono ritrovato a pensare, ma delle larve, cioè forme intermedie nel passaggio alle farfalle adulte. Le larve nascono in genere nella stagione fredda, dopo avere vissuto alla stato di uova, e quindi vanno poi ad interrarsi per venire fuori come farfalle verso maggio-agosto. Probabilmente vorrei pensare che quelle che ho colto con il mio occhio fotografico avevano portato a termine la loro "processione", dopo aver mangiato lungo la via, e si preparavano ad interrarsi.
Dicono anche quelli che hanno commentato in primis la mia foto che la Processionaria deve il suo nome al fatto che i singoli individui, quando non stanno più ammassati in un mucchio palpitante e decidono di spostarsi, procedono in fila indiana, quasi attaccati gli uni agli altri e come in processione.
E per fortuna che non avevo Frida con me che, sicuramente, conoscendola, in quel mucchio di larve ci avrebbe infilato baldanzosamente il muso...
Ma, in ogni caso, ciò che ho avvistato è la meraviglia della Vita in una delle sue poliedriche manifestazioni....

L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
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3 marzo 2016 4 03 /03 /marzo /2016 07:32
Di fronte all'infinito e all'indistinto

(Maurizio Crispi) Ci sono delle immagini che tu vuoi fotografare perché ti rimandano prepotentemente ad altre rappresentazioni (a loro volte derivanti da opere d'arte) depositate nei sedimenti della memoria.
In questo caso, non appena ho visto questa figura stagliarsi in lontananza contro lo sfondo marezzato del mare agitato dal vento che si andava facendo sempre più incalzante non ho potuto non pensare al famoso dipinto del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich e alla citatissima sua opera "Il viandante sul mare di nebbia".

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, 1818L'uomo da me avvistato è quasi nella stessa posa meditativa, e qui con una mano si puntella alla coscia destra, mentre lì (nel celebre dipinto) la mano del viandante regge un bastone da passeggio o un alpenstock.
Entrambi sembrano essersi fermati nel loro incedere di fronte ad una distesa che è - in entrambi i casi - un mare (liquida distesa o coltre di nebbia, fa lo stesso) che rappresenta un indubbio rimando all'infinito e sembrano rimanere titubanti e stupefatti di fronte all'immensità di questa distesa (dove, nel caso dell'acqua, lo sguardo si perde in lontananza, attratto dai confini incerti dell'orizzonte, mentre nel caso della coltre di nubi il mistero è in ciò che non si può vedere): e questa distesa rimanda alla meraviglia dell'incompiuto e di ciò che si cela al di là del limite sino a cui entrambi i viandanti hanno potuto camminare ancora al sicuro. Oltre vi è l'ignoto che, pur ominoso esercita una potente attrazione e, laddove si rimanga al di qua limite, attiva un potente e struggente sentimento di nostalgia.
Al di là della solida roccia su cui poggiano i piedi, si distende davanti ad entrambi - al camminatore e al viandante solitario - l'infinito con il suo fascino ma soprattutto con le sue incertezze. E il punto sino a cui i due uomini, camminatore solitario e viandante, sono giunti rappresenta a tutti gli effetti, più che un limite, una soglia: sta a ciascuno di loro, decidere se proseguire oltre (almeno tentarci), oppure fermarsi e rimanere solo con la nostalgia del non tentato.

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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 23:39
Non urinate e non fate urinare su quei vasi!

(Maurizio Crispi) La lotta tra padroni di cani e cittadini senza cani è costellata di mille episodi in cui i cittadini senza cani fanno la parte dei moralizzatori, considerando le deiezioni canine dei fenomeni esecrabili da combattere in ogni modo.
Di recente mi sono imbattuto in un cartello che stampato al computer cameggiava su di un grosso vaso ornamentale, posto assieme al suo gemello ai due lati dell'ingresso d'un esercizio commerciale di Capo d'Orlando.

Cosa dice il cartello, redatto con i toni di una perentoria diffida?

Eccone il testo: "Avviso ai padroni dei cani. Si prega di non far urinare i propri cani sui vasi circostanti nel rispetto della buona educazione e igene [con la "i" - quest'ultima chiosa vergata a mano]".
Il più delle volte questi avvisi sortiscono un dirompente effetto esilarante e l'effetto a cui darei più spontaneamente corso sarebbe quello di essere io stesso a contravvenire all'esortazione.
Tanto più comico questo invito, in quanto l'intolleranza è indirizzata al piscio canino, con quell'invito perentorio a non fare mingere i cani "sui vasi circostanti".
Invito pleonastico poiché, se mai ciò accade, i cani potrebbero urinare nelle vicinanze dei vasi con piante ornamentali e mai su di essi. Per farlo, attenendosi semanticamente all'uso della preposizione "su" e varianti, i cani dovrebbero salire sui vasi stessi (almeno per com'era scritto, io mi sono prefiguarato torme di cani che zompano sui vasi per pisciare su e dentro di essi, facendoli diventare a tutti gli effetti dei corpi recettori fognari.
Cosa impensabile, del resto, perché i vasi in oggetto sono alti circa un metro.
Forse, considerando l'abitudine dei cani maschi di marcare il territorio sarebbe stato più appropriato dire "addosso" per non ingenerare confusione.
Qualche buon samaritano, inoltre, ha ritenuto opportuno la "I" che mancava all'appello nella parola "Igiene" posta a conclusione del perentorio invito che suona anche come una rampogna da chi si sente vilipeso e offeso da quegli innocenti schizzi di urina.
Inoltre, esiste anche la possibilità che vi siano cani randagi in giro e come la mettiamo con loro, senza padroni a condurli diligentemente al guinzaglio?
I cani sono attirati a lasciare la propia urina -anche poche gocce soltanto - laddove vi siano tracce olfattive di precedenti passaggi.
E, quindi, è inevitabile che i cani di casa a passeggio, anche quelli animati dalle migliori intenzioni e - per così dire - civilizzati, trovandosi di passaggio, non possano resistere a quell'ineffabile istinto che li spinge a spargere in giro gocce del proprio piscio, ma mai in modo casuale e piuttosto sempre in maniera mirtata (le potremmo chiamare le loro - a somiglianza delle bombe intelliggenti - pisciate intelliggenti), dove hanno il sentore di precedenti passaggi canini, in modo tale da tessere con quegli ora invisibili interlocutori (tuttavia olfattivamente presenti) un muto dialogo.
"Anche io sono passato da qua!"
"Quando domani tu ripasserai da questo sito, potrai leggere la traccia del mio recente passaggio".
"Non ci siamo incontrati di persona ancora, ma ti sto lasciando tutte le informazioni necessarie su di me, così la prossima volta potrai riconoscermi".
I cani - è risaputo - vivono delle propie puzze e dei propri odori, ma anche noi umani che siano fatti dalla stessa matrice e che abbiamo ricevuto un analogo imprinting nel corso dei millenni, abbiamo tuttavia perso le nostre capacità olfattive e l'abilità di utilizzare gli odori e gli effluvi corporei come linguaggio e come strumento di comunicazione.
La civilizzazione è passata attraverso l'archiviazione degli odori corporei, che sono stati rubricati come disdicevoli, grazie all'introduzione da parte della nascente industria cosmetica dei profumi, delle lavande, delle lozioni che, inizialmente nati e usati a profusione per occultare le puzze e l'immondo fetore della sporcizia di cropi e di panni di rado lavati, hanno finito per diventare emblema della nostra raffinatezza o per essere usati come strumento di seduzione.
E ciò ha messo tra parentesi prima e poi fatto cadere nell'oblio la nostra natura essenzialmente animalesca.
Quindi,per rispondere all'estensore dell'avviso, purtroppo - io credo - non si possa far nulla per evitare quegli incresciosi episodi, salvo a bandire del tutto i cani dai centri storici e dalle zone abitate.
E che dire dei gatti randagi che lasciano le loro tracce di pipì cariche di ormoni e delle deiezioni (cacate?) degli uccelli - specie piccioni, ma oggi anche gabbiani - che oggi spesso e volentieri piovono dall'alto dei nostri cieli metropolitani?
Non abbiamo scampo da tutto questo salvo a volere procedere con tagli di forbici e colpi di penna per abolire del tutto il mondo naturale e vivere in una dimensione asettica di plastica, senza odori molesti.
Ma ricorderei anche che senza gli odori molesti in sottofondo non potremmo godere dei buoni odori, di quelli che ci fanno andare in solluchero o quelli che ci fanno andare in visibilio perché evocano in noi celestiali visioni o attivano desideri.

Un'ultima cosa: il titolo che è venuto fuori a posteriori mi è sembrato molto divertente, perché mi ha fatto pensare agli slogan elettorali d'un tempo urlati attraverso un megafono da una scassata Seicento (o vetture similari) che andava in giro per le strade delle città o delle campagna invitando a votare questo o quel candidato, sulla base del fatto che, in un'epoca ancora di dominante illitterazione, la ripetizione vocale ossessiva avrebbe finito con il piantare come chiodi quei nomi nei cervi degli elettori più spprovveduti.

Votate e fate votare Casimiro Catorcio!

Ma qui - per assonanza  e associativamente - sconfiniamo un altro tema che, eventualmente, potrà essere oggetto di un nuovo post.

Non urinate e non fate urinare su quei vasi!
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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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