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23 febbraio 2012 4 23 /02 /febbraio /2012 11:39

(Da NuoveDissonanze. Il Contemporaneo nella Cultura) Tanti anni fa mi ritrovai a fare un viaggio nella ex-Jugoslavia, poco dopo la fine della guerra civile. Andavo con un gruppo di runner per partecipare ad una Mezza Maratona per la Pace che si sarebbe svolta a Sarajevo.

Viaggiammo su di un autobus scortati dalle Forze di Pace e passammo dalla costa dalmata (territorio ex-croato) alla Bosnia-Erzegovina. 

 Vedere persino nelle campagne i caseggiati distrutti o incendiati a macchia di leopardo, poiché la follia dell’odio razziale e religioso aveva colpito il vicino di casa, lasciando indenni gli edifici immediatamente accanto, abitati da “amici” dello stesso colore, fede o etnia, fu un’esperienza davvero straziante. Poi, camminando a bassa velocità, perchè le strade erano in uno stato pessimo, arrivammo a Mostar e qui facemmo una sosta un po’ più prolungata per sgranchirci le gambe.

Mostar era stata una città bellissima, celebre per le sue moschee e soprattutto per un antichissimo ponte di pietra a dorso d’asino, dalla cui sommità i ragazzi del luogo – come ad Acapulco – si tuffavano intrepidamente nel fiume sottostante per raccattare qualche spicciolo dai turisti meravigliati da tanto ardire.

Io ebbi la fortuna di vederla in un viaggio precedente, molti anni prima di questo passaggio.

Era una città di pace, quando la vidi, bella, ma piena di squisita bellezza e dignità.

Quando arrivai vidi subito che le moschee erano state distrutte dai bombardamenti e che il ponte era, del pari, crollato e provvisoriamente sositituito poco a valle da una struttura metallica.

Questa mia seconda visita alla città di Mostar fu sofferta: avevo bisogno di silenzio e solitudine, per potere ricordare come questo luogo era stato e per potere assorbire il dolore di cui tutto, persino le pietre, era impregnato (la morte, la distruzione e il sangue versato, come pure l'odio, lasciano nei luoghi una traccia profonda ed ineliminabile) e, così, mi allontanai dai miei compagni piu' ciarlieri e chiassosi per addentrarmi in una zona ex-residenziale al di là del fiume, attraversandolo su quel ponte allestito in fretta e furia (ma con il carattere di "definitivo" che spesso possiedono le cose provvisorie, laddove non ci sono le risorse e la serenità, per pensare a forme di ricostruzione che siano estetiche) e ritrovandomi in una zona abitazioni comuni, palazzine a schiera a uno-due piani, ridotte a scheletri, fantasmi dalle orbite vuote.

Senso di oppressione, grande tristezza e dolore, stati d’animo accresciuti dal fatto che, appena sceso dal pullman mi ero reso conto di essere preda dei primi sintomi di una qualche forma di dissenteria, che mi causava atroci coliche addominali.

Quello che segue è il risultato della stesura delle prime ed intense emozioni che provai in quella circostanza, con delle escursioni nel terreno della memoria e del sogno.

 

(Capitolo Terzo. Molti giorni dopo: un viaggio nella terra dei morti) Lungo una  strada desolata case sventrate mi guardano con  occhiaie vuote, attraverso una fitta cortina di alberi schiantati dalle granate e ricresciuti, nel corso delle nuove primavere dopo la guerra, in disordine con nuovi gettiti venuti  rigogliosamente fuori dalla loro base.

Buona parte della carreggiata adesso è invasa dalle fronde  di questi alberi ricresciuti in fretta e senza più alcuna cura,  come grandi cespugli  incolti, e  anche le case sventrate sono state in parte invase da piante selvatiche, da rampicanti e cespugli spinosi,  emissari di una natura offesa dallo scempio  e desiderosa di ristabilire  il suo primato. 

Dalle cupe frescure  delle case devastate, su di uno sfondo solenne di  silenzio disabitato si levano i fruscii  inquieti   di invisibili presenze e  l'insistente ticchettio dell'acqua trasudante  dalle pareti o il sibilo di getti sottili  emessi dalle tubazioni sopravvissute, ma non più a tenuta  e messe a nudo come fasci di vene  arterie e nervi in un corpo martoriato.  A parte questi  esili rumori, che evocano   desolazione e morte, e lo stormire delle fronde agitate dal vento  non si sente alcun altro suono.

 

È un odore  variegato quello che si diffonde dall'interno delle case disabitate: un sentore di panni ammuffiti e di tappezzerie marcite, mescolato a quello di feci e di urine vecchie e a quello  più dolciastro della  putrefazione ormai giunta al suo termine. 

La via  deserta  è  percorsa di tanto in tanto soltanto da grandi veicoli militari, preceduti e  accompagnati per la durata del loro passaggio da un rombo meccanico assordante, mentre con la loro massa solida di suoni e di ferraglie  si aprono un varco tra le fronde degli alberi cresciute a dismisura.

Lontano, agli angoli delle strade,  sagome minacciose di uomini in armi e tute mimetiche, di guardia. 

Vado avanti, le gambe pesanti, un passo dopo l'altro, la mente invasa da un dolore sordo, che mi fa sentire sempre più contorto e ripiegato su me stesso, i visceri aggrovigliati  in nodi  indissolubili di  paura e di sconforto.

Mentre procedo sull'asfalto più volte spezzato e bucato dalle granate, ogni tanto i miei piedi urtano - con un improvviso incespicamento - resti di manufatti umani, e in questi reperti si  percepiscono tracce di un abbandono radicale e precipitoso. A volte, invece, si sente inaspettato il limpido tintinnio metallico di bossoli ormai arrugginiti e pieni di terra che rotolano lontano, o di frammenti di acciaio forgiati dal caso in forme bizzarre dai margini frastagliati e taglienti, le schegge delle granate che diffondendosi attorno come fiori malefici hanno disseminato morte e distruzione, artigliando il terreno e tutto ciò che trovavano al loro passaggio. 

 

Raccolgo alcuni di questi reperti di archeologia della guerra, osservandoli con attenzione, e li soppeso in mano, saggiandone l’affilatezza dei bordi con i polpastrelli. Mi chiedo quante vite abbiano reciso. Eppure adesso appaiono inerti e privi di qualsiasi forza dirompente e di energia distruttiva.

Vado ancora avanti smarrito e mi affaccio sull'alta riva di un fiume che corre incassato tra  alte pareti rocciose non più attraversato da alcun ponte.

Disseminate lungo il suo corso, scorgo minuscole figure lontane adagiate sul greto di piccole spiagge di ghiaia  che si sono formate nei punti in cui la corrente verde smeraldo si rallenta  formando piccole insenature tranquille.

Ma non si odono voci né suoni di vita.

Il cielo azzurro cobalto  incombe sulla conca  circondata da  monti sassosi  e brulli al cui fondo è  acquattata la città.

Anche il cielo non è percorso da alcuna creatura vivente.

Lunghe strade diritte fiancheggiate da muri  imbiancati senza finestre  e battute dal sole implacabile di mezzogiorno. 

Piccoli caffè all'aperto, segno di una qualche rinascita e del ritorno ad una vita normale, con pochi tavoli disposti in ordine, ma nessun avventore seduto e apparentemente in attesa di improbabili clienti.

Tutto sembra sospeso in un tempo immobile.

Più avanti, percorrendo una strada stretta mi trovo a seguire una processione di alcune decine di persone, in gramaglie - le facce chiuse ed aggrondate.

Anche su di loro grava il silenzio.

Procedono affiancati, per quanto lo permetta la larghezza della via, cupi e con la testa china, preceduti da un pope barbuto che, con entrambe le mani, regge alta davanti a sé una croce.

Una folla di facce assiepate, facce chiuse scolpite in un dolore immutabile, impenetrabili.

Ognuno è solo, anche se la solitudine di ciascuno pare lenita dalla stretta vicinanza dei corpi  avvinti quasi in una intimità di branco.

Nessuno parla.

Nessun gesto di solidarietà.

Mi aggrego ai quaresimanti, pensando tra me e me che i miei occasionali compagni di strada siano impegnati in un corteo funebre, anche se non c'è  alcun feretro in vista.

Vorrei parlare, assetato come sono di sentire un suono di parole, il suono familiare di parole casuali dette ad alta voce; vorrei chiedere notizie su ciò che è accaduto in questa landa  e informazioni sulla strada che ancora mi attende, perché tutt'a un tratto mi sento preda di un profondo smarrimento, e ho l'improvvisa, folgorante consapevolezza di essere  lontano da casa e da ogni luogo che mi sia familiare.

Mi trattengo tuttavia dall'aprire bocca, perché capisco di essere straniero tra stranieri e che i miei occasionali compagni di strada non comprenderebbero le mie parole o pronuncerebbero parole che io a mia volta non potrei comprendere, pur nell'ipotesi che siano disponibili ad entrare in un qualsiasi rapporto di comunicazione con me.

 

Il tempo scorre e il corteo continua ad incedere lentamente lungo la strada imboccando traverse e diramazioni tutte eguali, mentre altri pure vestiti in gramaglie si vanno via via aggiungendo al corteo, sempre senza parlare.

E, alla fine, raccolti in processione ci affacciamo ai margini di un grande spiazzale declinante, ricoperto a perdita d’occhio di tumuli erbosi e di altri più recenti - con la terra che li riveste ancora spoglia - ognuno sovrastato da croci oppure da lapidi e stele sormontate da una mezzaluna, fittamente assiepate: alcune delle lapidi sono in marmo ancora fresco del lavoro del cavapietre altre in pietra rozzamente sgrezzata e infine quelle più povere e costruite frettolosamente o forse in mancanza  di materiali più idonei resi introvabili dall’economia di guerra ancora vigente appena abbozzate e fatte quindi con semplici tavole di legno soltanto sgrossate; la maggior parte dei tumuli più recenti sono stati adornati con piante di rose  direttamente piantate nella terra della sepoltura  e lì cresciute con vigore selvaggio. 

Davanti a me si stendono centinaia e centinaia di tumuli allineati, a perdita d’occhio che parlano di una tragedia consumata in fretta in questa paese lontano.

Mi chino ad osservare le scritture ultime, scarne ed essenziali, incise sulle lapidi  e sulle croci; e, in tutte quelle che sono nel raggio della mia vista, leggo  la registrazione di date di morte pressoché identiche per tutti: sono le sepolture di quelli che sono morti dunque nello stesso arco di tempo, giovani e meno giovani  tutti portatori di vite che sono state bruscamente interrotte, tutte nelle stesse contingenze di una guerra insensata e crudele.

Mentre il corteo continuava a procedere fino a perdersi nel mare di croci e mezzalune, di lapidi e degli altri contrassegni funerari, non posso fare altro che fermarmi ad guardare, smarrito, lo scenario che mi si para davanti, in preda ad un dolore  ancora più intenso: un desolante cimitero che reca i segni dell'abbandono e dell'incuria, pur intrinsecamente mescolati con quelli di un'intensa, frenetica, attività di costruzione frettolosa di nuove sepolture sino a tempi recenti. 

Quest’ultima visione mi ha portato a pensare all’atmosfera della Sinagoga Pinkas nel ghetto ebraico di Praga, ai suoi locali spogli e solenni, all’atmosfera  di  dolente raccoglimento percepibile mentre i visitatori in flusso continuo sfilano lungo le mura dove,  sono stati scritti  fittamente sino ad occupare tutte le  superficie, migliaia e migliaia di nomi, i nomi di sessantasettemila e più persone, tutti gli ebrei del ghetto di Praga internati dai Nazisti nei campi di concentramento, prima a Terezin e poi in altri campi, e che da questi luoghi tristi non fecero più ritorno, chi morto di stenti, di fame e di freddo, chi invece passato per il camino, chi morto per essere stato privato con l’estrema crudeltà degli aguzzini del suo patrimonio unico ed irripetibile di umanità.

Incedendo lentamente all’interno della sinagoga, pieno di dolore e con un nodo in gola, osservavo che i nomi di ciascun capofamiglia spiccavano in rosso, mentre in nero erano trascritti i nomi di tutti gli altri componenti di ciascun nucleo familiare disperso e distrutto, uomini donne bambini bambine falciati prematuramente dalla violenza  insensata e crudele di altri uomini.

Ho indugiato a leggere qualche nome, immaginando che tra i due estremi della data di nascita e della data di morte di ciascuno ci sono eventi umani unici ed irripetibili e che tutta l’umanità di cui ognuno di questi singoli individui si era trovato ad essere testimone, nel bene e nel male è stata cancellata, travolta dalla barbarie, bruciata.

Il mio cuore si è gonfiato di dolore ed io mi sono sentito travolgere dalla vergogna e dall’orrore.

 

Maurizio Crispi © riproduzione riservata

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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