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5 luglio 2013 5 05 /07 /luglio /2013 19:28

(Maurizio Crispi) "Il Re" non finirà mai di sorprenderci! Noi Fedeli Lettori siamo come sempre in attesa d'un suo nuovo romanzo, chiedendoci cosa e come sarà.
Ed ecco che, quando la sua ultima opera arriva in libreria, non possiamo che sorprenderci.
Innanzitutto per la duttilità di cui ci dà prova e per il fatto che egli non si attenga mai in modo stereotipo ad uno stile fissato una volta per tutte: è, forse, per questo che i suoi romanzi non divengono mai di maniera e che King, nel corso del tempo, non si sia mai ridotto a copiare stancamente se stesso, come succede ad altri scrittori thriller ed horror capaci di produrre, dopo un primo empito di originalità, solo dei romanzi "fotocopia".
Nel Nostro c'è sempre il piacere della narrazione a tutto tondo, quello di creare e far vivere i suoi personaggi d'una vita propria con l'abilità dell'intrattenitore, ma senza troppe ruffianerie.
In ciò egli possiede la verve del contastorie e ne rispetta pienamente la mission: finalità della narrazione è la narrazione in sé.
E leggendo anche quest'ultimo romanzo (Joyland, Sperling&Kupfer, 2013), mi sono reso conto - nel confronto con un'altra lettura che conducevo parallelamente - della superiorità innegabile di Stephen King. L'altro romanzo, scritto da un "blasonato" e vero discendente di Bram Stoker (Dacre Stoker) era costruito impeccabilmente secondo i dettami delle tante scuole che imperversano - soprattutto nei paesi anglofoni -  per addestrare ai corretti canoni della scrittura creativa neo-scrittori ed esordienti. E questo romanzo che si propone come un seguito al romanzo capostitpite, facendosi interprete di carte ed appunti lasciati dal suo avo Bram Stoker (così è dichiarato, anche con il supporto dello studioso Ian Holt che ha partecipato all'iniziativa), è indubbiamente confezionato in modo impeccabile, ma mi risultava tuttavia noioso, senza appeal: mentre quello di King mi ha preso subito la mente e il cuore, alimentando dentro di me una voglia insaziabile ad andare avanti, poichè sin dalle prime battute vi ho trovato le qualità del romanzo scritto per passione e non semplicemente per mestiere.
Della storia di Joyland (che si presenta come un volume snello e non ponderoso (catalogabile all'interno della vasta opera di Stephen King come "romanzo breve") non si può dire molto, per non rovinare il piacere della lettura a chi si sta trovando ad aprirlo per la prima volta, annusandole ancora intonse e fresche di stampa.
Si può dire che la maggior parte di essa, se non tutta, si presenta come un tuffo nel passato del protagonista che racconta di una lontana estate del 1973 e dei fatti che accaderro, mentre per guadagnare qualche soldo durante le sue vacanze di studente, aveva accettato un lavoro in un Parco di divertimenti del North Carolina, appunto  il "Joyland" del titolo, le cui offerte cominciavano ad essere inesorabilmente erose dalla nascita - nel 1955 -  di Disneyland a Los Angeles (California) e del Walt Disney World Resort in Florida (Orlando), nato nel 1971,
Ma, ovviamente, tutto il romanzo contiene un omaggio indiscusso e nostalgico, per quanto non direttamente espresso, al mondo delle fiere itineranti e dei primi parchi tematici di cui quello di Coney Island (New York), andato distrutto in un incendio nel 1932, fu forse in assoluto uno dei primi esempi in scala "americana" (da cui il termine "Luna Park", poi diffusosi in tutto il mondo).

Testimone di questo percorso nostalgico, è lo spazio che Stephen King dedica all'illustrazione della "parlata" che, nel romanzo, viene presentato come il linguaggio gergale dei lavoranti nelle fiere itineranti e nei parchi divertimenti, con tuttta una serie di parole, appellativi, epitetivi, espressioni inusitate, frasi da imbonitore  che, come King ammetterà nella sua postfazione, non corrispondono affatto al gergo effettivamente usato in questi luoghi, essendo in larga parte il frutto d'una sua invenzione, giusto per rendere l'idea e per aiutare il lettore a calarsi nell'atmosfera: ma questo piccolo esperimento linguistico ci dà anche una misura di quanto il nostro possa essersi divertivo nel creare questa sua "kinglandia" che è tuttavia ricca di riferimenti densi e palpabili ad un mondo definitamente defunto, dopo la nascita e la crescita dell'industria del divertimento come la conosciamo oggi.
Il racconto appartiene indubbiamente alla categoria delle storie di iniziazione e di formazione, nel passaggio dall'adolescenza all'età adulta: e sappiamo da precedenti sue opere che Stephen King predilige mettere sotto il microscopio della sua penna questa difficile età della vita e anche il periodo che vi è rappresentato che é al King scrittore é quello che piace di più, perchè corrisponde alla sua giovinezza, ed è dunque quello che conosce meglio).
Ci si ritrova a fare dei confronti (e a stabilire similitudini) con alcune parti di It o con Stand by me, tanto per fare due esempi.
Ma qui si tratta di una storia del tutto diversa, in cui il tutto è condito da una sobria incursione nel mondo del paranormale e nel thriller. Non, a caso, il romanzo è dedicato a Donald E. Westlake, grande ed insuperato giallista, molto noto ed ispiratore di altri scrittori di genere sia pe rl'efficacia dell e sue trame, sia per la sua ironia.
King cesella il suo racconto con abile arte e, pur introducendo sottili chiavi che acquisteranno il loro significato solo successivamente, prima di entrare in medias res, dedica molto tempo a costruire i personaggi, a renderli psicologicamente credibili e a dare al lettore un'approfondita consocenza dell'ambientazione, ma senza mai essere didascalico o noioso.
Tutto quello che c'è da scorprire, lo si scopre attraverso i personaggi. Non c'è mai - in questo romanzo, come in tutti gli altri scritti da Stephen King, un burattinaio che, stando sta dietro le quinte, a tratti si manifesta, rivelando cose e antefatti o che fa uno stacco nel flusso narrativo per illustrare questo o quel dettaglio.
Lo scrittore non ci appare mai come un deus ex machina onnisciente. Tutto quello che c'è da apprendere lo si conosce dal dipanarsi delle vicende di vita dei personaggi messi in scena che, proprio per questo, nel bene e nel male, diventano "nostri amici", al punto che poi - alla fine della storia - siamo costretti a congedarci da loro con un certo rammarico.

Poi, in momenti magistrali della storia, si inseriscono gli elementi thriller (dei quali qui non parleremo) e quelli - appena accennati - paranormali: il tutto con una grande fluidità e senza scosse, ovvero con l'arte di rendere credibile ciò che, ad una mente razionale, potrebbe apparire incredibile, sino al finale che è davvero strappalacrime, senza essere ruffiano, e che si inserisce perfettamente nel flusso della rievocazione nostalgica di un passato ormai lontano.
E, quindi, come è stato già scritto altrove da un altro recensore: "Benvenuti in Kinglandia"!

Un' po' di storia del percorso editoriale. L'uscita di Joyland ha rispettato i tempi previsti (che erano giugno 2013 per la Hard Case Crime (per la quale aveva già scritto Colorado Kid nel 2005).
Inizialmente, è stato pubblicato soltanto in versione cartacea, con un'immagine di copertina nell'edizione americana realizzata da Robert McGinnis e Glen Orbik.
Una versione ebook sarà rilasciata solo successivamente.
Il libro è stato citato per la prima volta durante un'intervista con Stephen King per il Sunday Times, pubblicato l'8 aprile 2012 .
Il 30 maggio 2012 il libro è stato annunciato ufficialmente.
L'immagine di copertina è stata rivelata ufficialmente il 20 settembre 2012 da "Entertainment Weekly".
In Italia, con perfetto tempismo e come si usa fare adesso per i best seller, pubblicato il 4 giugno 2013 da Sperling & Kupfer.
La storia è ambientata in un parco divertimenti del Nord Carolina, nell'anno 1973, e riguarda un giovane assunto come lavoratore stagionale in un parco divertimenti che deve affrontare "...l'eredità di un crudele assassino e il destino di un bambino morente".
Charles Ardai, l'editore della Hard Case Crime, lo ha descritto come un "wodunit" (giallo deduttivo), e come una "storia sul diventare grandi e diventare vecchi", confidando di aver pianto una volta arrivato alla fine del libro.

(Dal risguardo di copertina) Estate 1973, Heavens Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perché la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw, che gli affitta una stanza, ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall'ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, è rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heavens Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

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Published by Maurizio Crispi - in Letture
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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

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