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4 settembre 2014 4 04 /09 /settembre /2014 21:26

Il Tempio. Una storia di dominae e di adepti, di padrone e schiaviUn giornalista d'inchiesta brillante e quotato per i suoi servizi, Carlo D'Adua, scopre che Paola Di Saba, la donna che ha suscitato il suo interesse per i suoi audaci dipinti (di argomento erotico) è in realtà un'entità dominante del "Tempio" che, ubicato in una località misteriosa (forse in qualche luogo recondito della Toscana)  é un'ancestrale setta segreta che, in collegamento con il culto di Iside, é formata da sole donne ("dee") che nei confronti degli "adepti" si pongomo in una posizione di assolute dominitrici e  che ha come unico scopo la ricerca del piacere assoluto.
E' un obiettivo che queste dee possono raggiungere solo con la totale sottomissione degli uomini ai loro morbosi voleri e che prevedono anche umiliazioni, punizioni o il loro utilizzo come semplice strumento per la loro stimolazione erogena in modi inconsueti.
In un certo senso le "dee" sono delle vampire energetiche, costantemente all'opera nel sottrarre energia ai loro adepti, ma ad essi restituendo una parte in foma di "scariche".
Carlo D'Adua rimane affascinato da una delle dominae che ha modo di conoscere in occasione del suo primo incontro - ancora da uomo libero - la cui finalità é quella di costruire un semplice servizio giornalistico su Paola Di Saba, al punto che abbandona il suo lavoro, la sua casa e le sue relazioni preesistenti, per mettersi al servizio delle "signore", intraprendendo di un duro e doloroso tirocinio (ma anche fonte di ineffabili piaceri), con la segreta aspirazione di poter diventare un giorno il "favorito" di Rhea, la donna che predilige sopra ogni altra. Scoprirà in questo percorso di iniziazione e - se vogliamo, anche "devozionale" - che, a volte, il piacere nasce dalla totale sottomissione alla propria padrona.
Il romanzo di Paola Enrica Sala, Il Tempio (Borelli Editore, ma precedentemente pubblicato con la casa editrice Pizzo Nero) parrebbe una sorta di Histoire d'O all'incontrario, in cui sono le donne ad avere la funzione di "dominae" e gli uomini sono soltanto degli schiavi sottomessi eppure indispensabili alle loro padrone in un rapporto di assoluta complementarità.
Carlo D'Adua finirà con l'essere lo scrittore che racconta la storia e le Cronache del Tempio, pur attraverso censure e cancellazioni, mentre il suo desiderio erotico viene a tratti esaltato, a tratti ridimensionato a causa del "disprezzo" con cui viene bollato per i suoi errori e per le sue trasgressioni all'etichetta della sottomissione, dovuti al suo eccesso di sentimentalismo.

Ovviamente, nel mondo del Tempio, non vi è spazio per l'Amore comunemente inteso, ma professa il verbo della totale sottomissione degli uomini alle donne, come unica condizione possibile per realizzare una "mistica" dell'Erotismo.



 


 

 

Leggi il primo capitolo
  
Paola Enrica Sala
IL TEMPIO

CAPITOLO I

IN VIAGGIO VERSO IL REGNO DI SABA 

 

 

Alla stazione di Santa Maria Novella non ho dovuto attendere molto; il tempo di raggiungere la piazza, di gettare uno sguardo verso la splendida facciata rinascimentale della chiesa, opera mirabile dell'Alberti, e subito due giovani donne, una bionda e una bruna, elegantissime, mi hanno avvicinato.
- Il Dottor Carlo D'Adua? -
- Sì, sono io. Buongiorno. -
- Bene. Vogliamo andare, Dottor D'Adua? -
- Potreste chiamarmi semplicemente Carlo? Mi sentirei più a mio agio... -
- Come vuole, Carlo. Ci segua. -
La banale strategia del mazzo di rose rosse, segno di riconoscimento, ha funzionato con troppo anticipo.
Avrei preferito un lieve ritardo, qualche minuto di tempo per riflettere e raccogliere le idee, per dare un ordine e un senso alle domande che avrei dovuto rivolgere alla Signora Di Saba, ma le mie belle accompagnatrici erano già lì, tempestive e poco disposte a perdere tempo.
Una lucidissima Range Rover color nocciola e dai vetri fumé ci attende poco distante.
L'autista, un uomo attraente, sui quarant'anni, apre le due portiere di destra; la donna bionda sale davanti mentre io vengo invitato ad accomodarmi dietro, in compagnia dell'affascinante donna bruna.
L'autista richiude le porte, gira intorno alla vettura, sale e mette in moto.
Ora il mio viaggio comincia davvero e non c'è più modo di sottrarsi.
Perché mai dovrei farlo, dopotutto? Le interviste fanno parte del mestiere...
Silenziose, le due donne guardano oltre i finestrini con aria distratta e non sembrano desiderare colloqui, sicché m'adeguo anch'io, ma con poco entusiasmo perché qualche scambio di parole mi avrebbe aiutato a superare un certo imbarazzo e una strana sensazione di ansia che ora si va facendo più insistente.
Alla periferia di Firenze la mia compagna di sedile estrae da un cruscotto dell'elegantissima vettura una fascia nera.
- Si metta questa, per favore! -
- E' proprio necessario? -
- Non glielo chiederei, altrimenti! -
- Capisco! Sono un giornalista, quindi non vi fidate di me, ma se non bastasse la mia parola, signora, per convincerla del contrario, mi permetta di ricordarle che esiste una severissima legge a tutela della Privacy... -
- La Privacy, Carlo, nasce come virtù ed è ben più antica della legge. Si metta la fascia sugli occhi o sarò costretta a far fermare l'auto e a farla scendere! -
- D'accordo. Se non c'è altro sistema... -
- I sistemi sono due: o si mette la fascia, o si stende sul fondo dell'automobile. Scelga lei! - Risponde la mia ospite in modo garbato ma perentorio.
Mi rassegno e metto la benda nera, poi sento la mano di lei accomodarmela sugli occhi; è una fascia elastica, spessa ma non fastidiosa.
Tanto meglio per me. Non è stato facile ottenere un appuntamento con Paola Di Saba e sarebbe da sciocchi giocarselo per un dettaglio così da poco, sebbene un po' umiliante.
Ho impiegato tre mesi per riuscire ad avere un primo contatto e altri tre per l'appuntamento.
Tutto era cominciato a Roma, a casa di un amico mercante d'arte erotica.
Mi aveva fatto vedere, tra le altre cose, un disegno conservato dentro una cartella color tabacco: una donna nuda dal volto solare è in piedi sopra la testa di un uomo riverso sul ventre e con i polsi incatenati.
La figura femminile è perfettamente in equilibrio, eretta e fiera; il braccio sinistro è alzato e nella mano sorregge una mela rossa e intatta, il frutto inesistente, il simbolo ormai iconografico della conoscenza del bene e del male.
Il braccio destro è lungo il fianco; la mano stringe l'impugnatura di una frusta di cuoio intrecciato, una di quelle fruste da doma, da schiocco, lunghissime, da istruttori equestri, da "gauchi" o da domatori di circo e la sua coda si snoda come un serpente sopra la schiena dell'uomo, senza avvolgersi.
Era un disegno a pastello molto raffinato, semplice e chiaro, d'interpretazione tanto immediata quanto inequivocabile.
- L'hai pagato caro? - Chiesi per curiosità.
- Cinquecento, forse seicentomila lire, in teoria. -
- Non è caro! - Risposi senza riflettere.
La mia curiosità in effetti riguardava altro: la firma leggibilissima dell'autrice, certa Paola Di Saba.
- Ma chi è? -
- Se ti dico che ci ho provato in tutti i modi, Carlo, ma che non m'è riuscito di saperlo, devi credermi. Sai bene quanto sono curioso e cocciuto, in certi casi. -
- Ti credo... Dove l'hai preso? -
- L'ho scambiato con un collezionista; cinque fotografie degli anni Venti... -
- Però! -
Non mi ha saputo dire chi fosse l'uomo del baratto, ma scoprire piste e fonti d'informazione è la parte più divertente ed eccitante della mia professione.
Così è cominciata la vicenda che mi ha portato fin qui, con questa benda sugli occhi e un profumo di donne piuttosto inebriante che ha invaso l'abitacolo della Rover.
Il viaggio non promette di essere breve; non posso guardare l'orologio, ma ho la sensazione che sia già trascorsa un'ora e la fascia che mi costringe al buio, che non mi permette di seguire l'andamento dell'auto, di prevenire le curve o di guardare lontano comincia a causarmi un forte senso di nausea.
- Manca ancora molto? -
- Un buon paio d'ore, almeno... -
Azzardo una richiesta.
- Senta... Non potremmo fermarci qualche minuto? Questa situazione mi sta creando un certo malessere. Non credo che resisterò un altro quarto d'ora... -
- Spiacente, Carlo, ma di fermarsi non se ne parla nemmeno. L'aiuto a sdraiarsi sul fondo e poi potrà togliersi la benda. -
- Sul fondo? -
La bellissima signora sembra spazientirsi.
- E' un'automobile molto ampia, dottor D'Adua, e la moquette viene pulita ogni giorno. Non ci starà male. Si sbrighi, prima di essere lei a sporcarla! -
- Va bene. La prego... non ce la faccio più. -
Sento le sue mani prendermi le spalle e guidarmi verso il basso con molta delicatezza. Mi sdraio sul fondo, effettivamente ampio e morbido e finalmente posso togliermi la fascia nera.
La luce, attenuata dai vetri fumé, è di grande conforto.
- Va meglio? - Chiede lei con gentilezza.
- Molto meglio, grazie. -
Nel risponderle la guardo, o per meglio dire, guardo ciò che della mia compagna di viaggio è visibile; ha due gambe bellissime e calze a velo, sottili, lievemente dorate, color "carne".
Mi ha fatto scendere con la testa dal lato di lei, tra le sue scarpe.
Non posso negare a me stesso che questa posizione mi ecciti, anzi, comincio ad avvertire all'inguine un certo movimento, un principio d'erezione e la cosa m'imbarazza un po'; m'imbarazza, mi eccita e m'inquieta.
Finirà per accorgersene, penso, visto che non potrò muovermi da qui per altre due ore...
Sposto la testa verso il sedile anteriore nel tentativo di vedere in viso la donna ai cui piedi ora mi trovo; si è accesa una sigaretta e guarda fuori dal finestrino, tranquillamente, come se per lei non esistessi.
Guarda il panorama d'una campagna toscana, almeno credo, che se poco prima mi mancava ora non desidererei più cambiare con la straordinaria e a dir poco eccezionale opportunità di contemplare, non visto, gambe tanto belle per due ore o forse più.
D'un tratto le accavalla, emettendo quel fruscio tipico di calze che a nessun uomo dispiace sentire, ma che da qui sotto si percepisce in modo particolarmente intenso. Non si può fare a meno di apprezzarlo ancora di più, perché accade come un fatto a sé, unico, isolato da ogni altro contesto, perciò non si confonde tra diversi fenomeni d'eccitazione, ma si manifesta, almeno per me, per la prima volta in tutta la sua potente capacità di stimolare i miei sensi.
Accade però che adesso il suo piede destro si trovi esattamente sopra la mia testa ad una distanza di pochi centimetri, centimetri che talvolta si riducono a millimetri, a seconda delle oscillazioni che il fondo stradale, le curve e le sospensioni dell'auto provocano alle sue gambe.
Il sottile tacco a spillo sembra gravitare sopra di me come una lama di stiletto che nessuno controlla, a volte si avvicina ai miei occhi, a volte si ferma sopra la bocca, sulla gola, altre volte mi sfiora il naso...
La ragione, se non la prudenza, suggerirebbe di sottrarsi, ma c'è qualcosa che mi blocca e che mi spinge a rischiare, a rimanere dove sono e in un certo senso ad "ascoltare" attentamente le sensazioni che quella elegante, raffinatissima spada di Damocle, squisitamente femminile, detta alla mente e al corpo.
In un primo momento avrei voluto chiederle quanto meno di togliersi la scarpa, ma non ne ho avuto il coraggio.
Le difficoltà incontrate per giungere ad un appuntamento con la Signora di Saba mi fanno sentire tutt'oggi un ospite poco gradito e non certo nella posizione di sfidare la loro già troppa cortesia.
La caviglia della mia accompagnatrice è davvero bella, sottile e la sua scarpa nera, lucida e scollata, mette in evidenza l'incavo del piede, la lieve curva della pianta, accentuata dalle leggerissime pieghe della calza.
Mi sorprendo a pensare che anche i suoi piedi devono essere molto belli. Le ho visto le mani, alla stazione: le dita lunghe, le unghie curatissime e smaltate di rosso vivo.
Quando sono belle le mani è impossibile che non lo siano anche i piedi...
Mi sorprendo di me stesso, è vero, ma la circostanza è talmente singolare, talmente irripetibile che non voglio perdere nemmeno un istante di questo viaggio e ciò che mi conforta di più è dato dal fatto che, qualunque cosa accada, comunque vada la mia intervista, il ritorno sarà uguale all'andata.
Ora la donna bruna cambia posizione, dà un'occhiata giù per evitare di urtarmi o di calpestarmi, appoggia il piede destro appena oltre il mio collo, tra spalla e mento, e accavalla la gamba sinistra.
La sua scarpa, al tallone, poggia contro la mia gola. Il tacco dev'essere più alto di quanto supponessi e piuttosto arcuato.
Mi basterebbe pochissimo per baciarle la caviglia, una lieve torsione della testa verso destra e...
Ancora, mi meraviglio di me stesso, ma dal suo piede emana un profumo intenso di Chanel, leggermente miscelato ad un buon odore di cuoio, di calzatura nuova.
Mi vergogno, ma non posso fare a meno di respirarne l'aroma, la delicatezza; è da questi non trascurabili particolari che trae origine il feticismo di un uomo, il piacere nell'adorazione di oggetti senza dubbio estetici, enfatici della bellezza femminile, ma in genere ignorati, forse perché accessori d'uso quotidiano, coprenti e non rivelanti, spesso lontani o troppo frettolosamente allontanati? Oppure niente, d'una donna, è scindibile dalla stessa, ma tutto concorre a creare un unico feticcio, totemico, un idolo fatto di bellezza, di dolcezza, di profumi, di forme, di cose... ?
Non è ancora il tempo delle risposte.
In fin dei conti sono qui per conoscere ed intervistare l'autrice sconosciuta di tavole erotiche particolari e belle, non per dare risposte mai abbastanza definitive ai misteri dell'Eros.
Ma una già comincio a darmela; sopra la mia testa, le cosce accavallate della bella ospite oscillano in continuazione e la loro bellezza è ancor più evidente perché difesa dalla distanza, e non solo.
Alla distanza s'aggiunge la circostanza, quella che ha messo un uomo normale, dotato di educazione, di buona cultura e di un certo self-control, in uno stato di totale inferiorità, di dipendenza e di subordinazione.
Questo stato di cose provoca un piacere diverso, ma nel contempo d'uguale natura, capace, se lo si lascia agire, di produrre un'eiaculazione.
La parte sconosciuta, semmai, è data da una sorta di orgasmo mentale che non si spegne, anzi, aumenta di continuo e ciò dev'essere dovuto ad almeno due condizioni: la prima credo che dipenda dal fatto di non poter raggiungere e toccare l'oggetto desiderato e questo porta il desiderio ad un livello altissimo, inarginabile, difficile da controllare, ma irrinunciabile. Ed è quello che mi sta accadendo!
La seconda è che lei, la donna, sembra ignorare del tutto il turbine di emozioni e desiderio che si sta creando nell'uomo ai suoi piedi: è talmente indifferente e lontana da diventare, ogni momento di più, uguale per natura ad una divinità, ad un idolo di pietra preziosa, ad una grande statua alla base della quale si prostrano i fedeli, a Dio stesso, se invece dell'uomo fosse stata fatta la donna a Sua immagine e somiglianza.
La bella ospite ignora i miei pensieri; cambia ancora una volta posizione e il tacco della sua scarpa destra torna ad oscillare sopra i miei occhi.
L'auto sembrerebbe salire lungo un percorso collinare, le curve aumentano e il fondo stradale pare piuttosto dissestato.
Sia il tacco che la suola ogni poco mi toccano, ma non con violenza e ciò mi fa credere che più di tanto non possa accadere.
Invece accade; una buca più profonda delle altre, una improvvisa scossa della vettura e il suo tacco giunge a segno colpendomi poco sotto l'occhio sinistro, sopra lo zigomo, striscia e inevitabilmente taglia.
Sento un bruciore forte, mi tocco e una traccia di sangue rimane sul dito.
La donna non si muove; sembra che non se ne sia nemmeno accorta.
Non se n'è accorta oppure non ci fa proprio caso?
Per qualche oscura ragione non mi sposto. Il dolore improvviso si è combinato con l'eccitazione, produce adrenalina e pensieri inquietanti.
Ma chi sono io, a questo punto? Dove potrei arrivare se anche un fatto accidentale che avrebbe potuto causarmi di peggio, invece di allarmarmi mi stimola? E quanto è distante la consapevolezza, crescente, di essere anch'io un feticista dalla probabilità di scoprirmi ben altro? Dov'è, sempre che ci sia, il confine?
In compagnia di questi pensieri fisso la sua scarpa che si muove per inerzia sopra il mio volto, fisso la sua bella caviglia, l'incavo del suo piede, le sottili e delicate pieghe della calza e l'immobilità distante, per me non visibile, ma solo immaginata, dei suoi occhi che forse guardano ancora, oltre il finestrino, un paesaggio a lei famigliare.
Nel frattempo il mio pene ha prodotto qualcosa di umido e caldo.
La grossa auto è talmente confortevole che rende difficile capire, al di là di certe scosse improvvise, che genere di percorso stia facendo, se stia andando veloce o lenta e l'incantevole profumo di Chanel m'impedisce di percepire odori esterni che potrebbero altrimenti indirizzare un discreto segugio come me sulla pista giusta.
Tre ore di viaggio da Firenze, ma in quale direzione? Siamo sempre in Toscana oppure siamo in Lazio, in Umbria, nelle Marche, in Liguria, in Emilia...?
Rinuncio, anzi, rimando; in questo momento la mente non mi appartiene più, ma è del tutto rapita dalle virtù di una donna che contingenze straordinarie hanno posto in una posizione dominante.
Infine, vorrei dire purtroppo, l'auto si ferma, i cardini di un cancello stridono, la Range Rover riparte ancora, percorre un viale sterrato, quindi si blocca e si spegne definitivamente.
Faccio per sollevarmi, ma questa volta il piede della mia ospite non è inerte, mi respinge giù con decisione e giù mi costringe a stare, conficcandomi il tacco tra la clavicola e la spalla.
- Si rimetta la fascia. Siamo arrivati. -
                          
III
 PAOLA DI SABA
Il breve percorso dall'automobile alla casa è affidato all'autista.
- Venga, prego. L'aiuto io. -
Cortile, aia, giardino, spiazzo che sia, il fondo è in ghiaia. Dopo qualche metro, sempre sorretto dal gentilissimo chauffeur, salgo un primo gradino basso, di pietra o di cemento.
Altri tre passi ed inizia una serie di scalini, tre più un quarto poco distante, che dovrebbe già essere la soglia.
L'interno è fresco e odoroso di fiori appena recisi e questo mi dice che la casa, villa, palazzo, cascina o castello, possiede un giardino ben curato (sarà poco, comunque è già un indizio).
La fascia nera, sopra la ferita, mi causa un bruciore fastidioso, ma ormai non dovrebbe mancare molto.
Quando la porta viene richiusa alle nostre spalle l'uomo mi toglie con delicatezza la benda.
- Voglia attendere qui, per cortesia. -
Rimango solo. Anche le due belle compagne di viaggio sono sparite improvvisamente.
La sala d'ingresso è oscurata, ma non buia e la luce attenuata dagli scuri socchiusi di due finestre ai lati della porta d'entrata, mi permette di vedere l'ambiente, arredato con gusto ed eleganza, con mobili antichi e sobri ai quali i fiori freschi e le suppellettili tolgono eccessi d'austerità.
Un ampio tappeto persiano è al centro della stanza.
Non è che un vestibolo, una sala d'attesa, ma non ci sono sedie, perciò attendo in piedi, né mi dispiace; dopotutto sono stato comodamente sdraiato per due ore...
I minuti trascorrono in questo silenzio ricco di profumi naturali e di penombra.
La bellissima donna bruna mi manca già, lo ammetto. Stava seduta come una regina, sopra di me, distaccata da tutto come se il mondo intorno a lei fosse stato fatto per servirla, per appagare i suoi più segreti desideri, per farlo sempre, senza che lei debba chiedere e io, che un'ora prima ero pieno di me stesso, sicuro, consapevole della mia posizione di privilegio sugli altri, uomo in piena carriera ma mai abbastanza sazio, mai abbastanza contento, nel vederla ho sentito venire meno il mio coraggio, l'impudenza e la sfacciataggine delle quali ho fatto mestiere, la superbia di cui mi so capace e poco dopo mi sono ritrovato sotto i suoi piedi come una cosa iniqua, da schiacciare, da ignorare, come un tappeto di pelle avvolto da poca stoffa, un involucro di carne viva sopra il quale lei può permettersi di poggiare le suole delle sue scarpe eleganti e griffate senza guardare in giù, un cuscino umano che la bella dominatrice può far sanguinare come e quando vuole, quasi che il sangue, il mio, sia lo scarto di ciò che le appartiene.
Tocco la piccola ferita per farla bruciare, così che il lieve dolore mi riaccompagni al ricordo di lei.
E' in questo momento che la porta in fondo alla sala d'aspetto si apre.
Una giovane donna dai capelli castano chiari, ondulati, sciolti e lasciati morbidamente cadere fin sopra i seni tondi e sporgenti, appare alla luce discreta del mio luogo d'attesa.
Indossa ben poco: calze nere, probabilmente in seta, reggicalze di pizzo nero e scarpe di pelle amaranto, scollate, tacchi cromati e punte sottili.
Il resto è a nudo, ed è un nudo perfetto come se l'avesse scolpito il Canova.
Al guinzaglio tiene un giovane uomo dalla muscolatura possente; egli sta con le mani e le ginocchia a terra, guarda in basso e non si muove.
- Si accomodi, dottor D'Adua. - Dice la donna.
Vado verso di lei come un paziente sotto ipnosi, rigido per qualche resistenza inconscia e quasi del tutto privo di volontà.
Entro in una stanza completamente buia, della quale distinguo soltanto il pavimento in cotto rosso.
La poca luce che penetra dalla sala d'aspetto illumina una sola poltrona in pelle scura, all'inglese.
- Si sieda, dottore. La Signora arriva subito. -
La donna si porta a meno di quattro metri da me, affiancata dal suo poderoso animale che cammina a quattro zampe, nudo.
Quando lei si ferma e si gira verso la mia poltrona, l'uomo si pone di traverso, immobile come una scultura di pietra.
Il guinzaglio di pelle è sottile e lo è anche il collare.
Penso che una massa di muscoli come quella potrebbe spezzarlo in due con la forza delle sole mani, uno strappo e via! Niente di più.
Ma il giovane dal corpo erculeo non lo farebbe mai, è chiaro. Dev'esserci qualcosa di ben più potente che lo costringe alla sottomissione, a tenere la testa bassa e gli occhi a terra, fissi sulle scarpe della sua conduttrice e non è certamente quel simbolico laccio di pelle congiunto al collare per mezzo di un piccolo moschettone; più verosimilmente è la mano della sua padrona, la grazia con la quale stringe il guinzaglio tenendolo teso come la corda di un'arpa, la seduzione del suo corpo nudo e dei pochi indumenti che indossa.
E' strano, ma davanti a questa scena insolita non provo alcun disagio!
Dal fondo della stanza buia si apre una porta e una splendida figura di donna si staglia sulla soglia; costei richiude l'uscio scomparendo ancora nell'oscurità e avanza lentamente verso di noi.
Nel medesimo tempo la prima, quella dai capelli castani, lascia cadere a terra il guinzaglio ed esce attraverso la stessa porta dalla quale mi ha fatto entrare, senza richiuderla, così che la poca luce proveniente dal vestibolo renda visibili me e il giovane dai muscoli potenti, che rimane immobile.
Mi alzo in piedi.
La nuova ospite mi raggiunge entrando nel cono di visibilità.
- Benvenuto, Dottor D'Adua. Sono Paola Di Saba. Si sieda, prego! -
Le stringo la mano masticando tra i denti un "buongiorno signora" quasi impercettibile.
Paola Di Saba è di una sconcertante bellezza: capelli biondi, lunghi e mossi sopra le spalle, viso dall'ovale perfetto, occhi chiari, azzurri, forse verdi, lineamenti precisi e delicati, seni solidi, eretti, pieni, gambe nervose, esatte, se così si può dire quando si finisce in penuria d'aggettivi.
- Vedo che ha già il segno dell'iniziazione, Dottor D'Adua... -
- Carlo. Mi chiami pure Carlo, signora... Quale segno? -
Paola Di Saba sorride.
- Allo zigomo, lì, sotto il suo occhio sinistro! -
Mi tocco, lo faccio bruciare... ricordo.
- Ah... questo! Niente di grave... un banalissimo incidente. -
- Già! Un incidente... Mi scuso per averla costretta a viaggiare in quel modo, Carlo, ma qui siamo piuttosto gelose della nostra intimità. Non amiamo i curiosi e gli invadenti. Spero che mi vorrà comprendere. -
- Certamente, signora. Non si deve scusare affatto. Il viaggio è stato comunque confortevole... -
- Immagino! - Interrompe lei. - Se intende dare inizio alla sua intervista, mi chiami pure Paola. Sarà più facile per entrambi. Si accomodi! -
Mi risiedo sopra la poltrona inglese.
Paola prende posizione sul suo trono naturale, la schiena possente del giovane uomo, immobile e forte come il marmo.
- Avevo un mazzo di fiori per lei, ma... -
- Rose rosse, sì, grazie. Davvero molto belle. Mi sono già state consegnate da Sebastiano. -
- Il suo autista? -
- Esattamente. -
Anche lei indossa ben poco: una camicetta azzurra, aperta fino alla fessura dei bellissimi seni, calze scure, velate, autoreggenti, sandali aperti, leggerissimi, soltanto tre sottili strisce di pelle rossa a cavallo delle dita, un'altra alla caviglia e, immancabilmente, tacchi altissimi.
Perfettamente a suo agio, seria ma serena, osserva con pazienza il mio silenzio.
Accavalla le gambe. Non posso vedere, né mi spingo a farlo, ma qualcosa mi dice che non ci sia altro, sotto la camicetta; né reggiseno, né mutandine.
Paola avverte il mio disagio e prende la parola.
- Prima di cominciare, Carlo, mi dica che cosa intende fare con questa intervista. -
- Niente che non abbia il suo benestare, innanzitutto. In verità non lo so ancora. Ho visto una tavola firmata da lei, a Roma; molto delicata... Complimenti, innanzitutto! -
- Grazie. Che cos'era? -
- Era un pastello, credo. Una figura femminile con una mela in mano, in perfetto equilibrio sopra la testa di un uomo coi polsi legati. Mi ha incuriosito, così ho cercato di rintracciarla... -
- Sì, ricordo quel disegno. Ne ho prodotti tre o quattro. -
- Stampe? Serigrafie? -
- No. Sempre originali. Stesso soggetto, ma ogni volta ridisegnato. Non amo i sistemi di riproduzione. Dequalificano il prodotto. Preferisco riproporre l'immagine, ma sempre nella sua unicità d'esecuzione. Prosegua, Carlo! -
- Sì... Come le ho detto, Paola, non ho un'idea precisa. Vorrei la sua collaborazione... magari vorrei poter vedere altre tavole, se fosse d'accordo. -
- Senz'altro. -
La Signora Di Saba chiama un certo Achille a voce poco più alta di quella che usa parlando con me. Una porta si apre e Achille, presumibilmente, fa il suo ingresso con una serie di cartelle in mano, raggiunge la donna, s'inginocchia ai suoi piedi e le porge il materiale.
- Ah, Davide... Dov'è Achille? -
- In applicazione, mia Signora. Sapevo che avrebbe chiamato, così sono rimasto in atelier. -
- Bravo. In applicazione con chi? -
- Con Rea, mia Signora. -
- Va bene, Davide. Dalli al dottor D'Adua. -
L'uomo bacia il piede di Paola, non quello della gamba accavallata, che mi sarebbe parso più comodo, più a portata, bensì l'altro che poggia a terra. Si rialza, si avvicina a me e mi porge le cartelle ma, naturalmente, non s'inginocchia.
- Prego, dottore. -
- Grazie. - Prendo i disegni e me li appoggio sulle cosce.
Confesso a me stesso di essere spiazzato, stupito e leggermente sconvolto.
La gentilezza, la cortesia e nel contempo la signorile dignità di questi uomini, nonostante tutto, mi sorprende.
L'autista, il giovane dal corpo vigoroso sopra il quale Paola Di Saba sta seduta, questo Davide in cravatta e camicia che si prostra ai piedi della sua padrona con la più totale naturalezza, che le bacia il piede per semplice etichetta, mi tolgono la capacità di giungere a qualche conclusione scontata.
Non sono servili; sono educati a servire.
Ho l'impressione di vivere in un altro mondo, in un tempio matriarcale dove le cose che accadono, accadono per consuetudine e normalità, come se fossero d'ordinaria amministrazione.
Questa non è una casa, e tanto meno uno studio grafico; è un regno. Il Regno di Saba!
Prendo tempo. Apro le cartelle e le osservo con calma.
I disegni sono molto belli: difficile descriverli uno per uno.
Spero che Paola mi vorrà concedere di pubblicarne alcuni in modo che tutti possano capire quello che penso, che provo e che vedo.
Innanzitutto le tavole sono per la maggior parte a punta di pastello ben temperato, di tratto fine, anche se le carte talvolta sono spesse e ruvide come quelle destinate ai colori ad acqua.
I lavori sono realizzati da mano paziente e sicura, meticolosa, attenta ai particolari.
Noto, inoltre, che fra tante figure femminili due sono più spesso ripetute: la donna bionda che soventemente è ritratta assomiglia a Paola, mentre la seconda è quasi certamente la splendida bruna ai cui piedi ho viaggiato per due ore.
Uno dei disegni le ritrae insieme, sedute sulle schiene di due uomini. La composizione è chiasmica, ovvero: la donna che credo sia Paola Di Saba poggia i piedi sulla testa dell'uomo sopra il quale è seduta la bruna, mentre quest'ultima permette al maschio che sostiene la bionda di leccarle la punta dello stivale.
Feticismo, un certo sadomasochismo, azioni di dominanza femminile, ma senza eccessi, senza pellami e lattice, senza la pesantezza più spesso volgare delle imbracature di cuoio, dei cappucci, delle pesanti catene, degli strumenti di tortura o quant'altro, oggetti di sottomissione apparentemente coercitiva.
Le donne indossano con disinvoltura indumenti intimi, scarpe dai tacchi alti, talvolta stivali, vestiario elegante, fine, ma niente che non sia vicino alle cose di tutti i giorni. Gli uomini sono nudi oppure vestiti normalmente, sono legati da corde senza nodi inestricabili, o vengono tenuti a guinzagli esili e lunghi come quello che porta al collo il "sedile" di Paola.
C'è raffinatezza in tutto quello che vedo: forse c'è dolore, ma non violenza, se non in pochissimi casi dei quali, senz'altro, chiederò spiegazione alla Signora Di Saba.
Devo farmi coraggio ed entrare nel vivo dell'intervista.
- Sono molto belli, Paola. Sono alquanto diversi da ciò che si vede solitamente. Alludo per esempio ai disegni di Stanton, per citare uno dei più famosi disegnatori erotici del mondo. Oppure ad un altro autore, contemporaneo, un italiano del quale non ricordo il nome, un emergente, con soggetti di evidente feticismo, di adorazione del piede femminile, ma sempre un po' troppo camuffati da un che di parodistico, di gioco a rimpiattino, tesi a non dare esiti precisi... Intendo dire, né di qua né di là! I giapponesi si limitano a sfruttare banalmente le figurine stereotipate dei giochini virtuali: caramelle d'infima qualità. Stanton è senz'altro più chiaro, più autentico, più artista, ma rimane sempre imbrigliato nel fumetto erotico, di tutto rispetto, ovviamente, ma sempre fumetto resta. Qui c'è più sostanza: ogni tavola è in sé completa e non ha bisogno dell'apporto di un'altra, per essere raccontata. Lei, Paola, è decisamente più esplicita, più diretta, più... disinibita? -
- I prodotti grafici che escono da qui sono semplici oggetti di comunicazione. Non invento le scene: le detto. Raccontano quello che normalmente accade durante la giornata. Per questo, forse, sono più espliciti. -
La risposta mi sorprende: quello che vedo su queste tavole, accade normalmente? Cerco di guadagnare tempo.
- Ma... se li intende come mezzi di comunicazione, perché rifiuta le tecniche di riproduzione più comuni? Perché non vuole che siano più ampiamente divulgati? -
- Beh, Carlo... è una domanda strana, da parte sua! Dovrebbe capirlo da solo. Non faccio comunicazioni alle masse. Sono messaggi diretti soltanto a quanti possono comprenderli, perciò ne curo la qualità insieme all'autenticità: un individuo, un messaggio. -
Vero: avrei dovuto pensare un po' di più, prima di porre la domanda. Quello che sto sperimentando oggi non ha precedenti. Né avrei incontrato tante difficoltà per avere un appuntamento, se l'intenzione di Paola fosse stata quella di allargare l'area di ricezione dei suoi prodotti...
- Ha ragione, mi scusi... Posso chiederle che cosa significa che... che Achille, mi pare che si chiami così, che Achille è in applicazione? -
Paola si accomoda meglio sulla schiena del suo trono personale, stende le belle gambe incrociando le caviglie e a braccia tese poggia le mani sopra l'enorme schiavo, la destra sulla spalla, la sinistra sulla natica: l'uomo non muove un solo muscolo.
- Innanzitutto è bene chiarire un punto che forse prima le è sfuggito, Carlo. Quando ho affermato che non invento le scene, ma le detto, intendevo fra le altre cose dire che non disegno, ma firmo. Sotto di me ci sono due disegnatori che vengono dalla stessa scuola, quindi abbastanza simili per tecnica. Uno è più portato verso le figure femminili, l'altro ha maggiori capacità d'impaginazione e una buona mano nel disegnare oggetti o immagini simboliste. In breve, si compensano. Non sempre, però, ottengono il risultato che desidero. A questo punto io o una delle mie compagne li mettiamo sotto applicazione, ovvero gli facciamo vivere in prima persona quanto dovranno in seguito eseguire graficamente. Tutto qui. -
- Già, tutto qui... -
Una simile risposta non me l'aspettavo; va oltre la mia capacità d'immaginazione e oltre i miei più nascosti "desiderata".
- Vorrei farle una domanda alla quale, Paola, può legittimamente non rispondere. -
- Prego! -
Mi carico di sicurezza, respiro a fondo.
- Che genere di considerazione ha, degli uomini? -
Paola ride e sembra divertita. Ha un sobbalzo e ricade pesantemente sopra la schiena del suo schiavo, come avrei potuto fare io sopra il robusto cuscino di questa poltrona inglese. L'uomo non ha fatto la minima piega.
Che bestia! Penso. Deve avere gambe e braccia indistruttibili come colonne di granito; è lì da almeno mezz'ora e quasi sembra che non respiri, che non ne abbia bisogno!
Paola ora si siede di traverso, sopra le spalle di lui, e solleva le gambe appoggiandogliele sui glutei.
- Non se la prenda se rido, Carlo! Era una domanda talmente ovvia che me l'aspettavo, sì, ma all'inizio dell'intervista! Invece è arrivata adesso: un po' in ritardo ma, inesorabilmente, è arrivata! Va beh, gli uomini? Li apprezzo! Non sempre li amo ma li apprezzo. Se questo può toglierle ogni dubbio, Carlo, le dico che sono totalmente eterosessuale e che non me ne faccio un problema, ovviamente. Quando mi va li uso anche per l'amore, nel modo più comune, intendo: amplesso tradizionale, ma sopra ci sto io, e loro fanno quello che dico io. Era questo, che voleva sapere? -
- Sì, no... beh, anche! Ma le chiedevo... Che considerazione ne ha, come li giudica... -
- Li giudico per quello che sono, a seconda di quello che sono! Perché me lo chiede? -
- Temo di essermi espresso male, Paola. Voglio dire... li giudica suoi pari o inferiori a lei? -
Paola mi fissa per qualche istante, riflessiva.
- No, non giudico nessuno per generalizzazioni o per assiomi. Rispetto alle donne gli uomini sono più abili in talune cose e meno in altre. Ogni singolo uomo, inoltre, è diverso, ha in sé qualcosa di eccezionale, di unico, e qualcosa di banale. Gli uomini esistono a compensazione dell'esistenza delle donne, e per nient'altro. Non li considero inferiori, benché lo siano di fatto, ma semplicemente subordinati. Non li umilio per principio o per vendetta, sia chiaro! Non ho battaglie bibliche, anzi prebibliche, da portare a termine. Li lascio essere come sono, cioè sottomessi alla donna. -
- E questo non è già un assioma? -
- Se lo è, è l'unico. - Risponde lei sorridente e maliziosa.
Senza riflettere, sfodero tutto il mio orgoglio di maschio.
- Ne è così certa, Paola? - Chiedo con tono di sfida. - Non crede di esagerare un po'? Non crede che l'uomo sopra il quale lei siede comodamente potrebbe spezzarla come un giunco? -
La Signora Di Saba fa scivolare le sue splendide gambe a terra e si pone di rimpetto a me lanciandomi un'occhiata fulminante.
- Quest'uomo ha la forza di un bisonte, Carlo! Potrebbe spezzare sia me che lei insieme, uno per braccio! Solo che lei morirebbe, mentre io no. -
Ironizzo. - E a cosa si dovrebbe un tale miracolo? -
- Lo si deve al fatto che io sono Paola Di Saba e lei è soltanto un uomo. Mi perdoni se sono così schietta; non intendo offenderla. I muscoli sopra i quali sto comodamente seduta, Carlo, non agiranno mai contro di me. Non possono: non appartengono a lui, ma a me. Sono cosa mia! Semmai agirebbero contro di lei, amico mio, se lo ordinassi. Costui, se solo lo voglio, mi porgerebbe la gola e io potrei schiacciargliela sotto il tallone fino a soffocarlo: non reagirebbe. Si lascerebbe uccidere. Capisce? -
Rido.
- Questa è bella! Ma come può affermarlo? Ci ha provato? -
Paola non sembra aver gradito la mia risata; il suo bel viso da regina del Regno di Saba immediatamente s'adombra.
- Ovviamente, Dottor D'Adua! Nessuno degli uomini che sono al nostro servizio è sfuggito ad un certo collaudo! Qui non entra chiunque; qui entrano soltanto quelli che noi decidiamo di fare entrare, dopo averli attentamente e severamente selezionati, a loro rischio e pericolo. Gli scarti non arrivano nemmeno al cancello più esterno di questa casa! Non le è già parso abbastanza evidente? Vuole vederlo con i suoi occhi? -
- No, lasci stare. Non mi sembra il caso... (la curiosità è forte e m'invade come un morbo; dopotutto è stata lei a lanciarmi questa sfida!)... Anzi, perché no? Diciamo che questo non farà parte dell'intervista. Dal momento che l'invito è venuto da lei, in questo caso, e che io continuerei a non crederle, se non me lo provasse... sì! Vorrei proprio vederlo con i miei occhi! -
Certo di averla messa in difficoltà, mi accomodo meglio sulla poltrona.
Paola si alza in piedi. Immediatamente il colosso si stende sulla schiena, si sdraia a terra e le porge la gola.
La donna gli gira intorno, va dietro di lui in modo che io possa guardarla frontalmente e senza togliersi la scarpa gli appoggia il piede sinistro sulla gola.
Il pomo d'Adamo dell'uomo s'incastra sotto l'incurvatura del sandalo rosso, alla base del fiosso.
L'estremità di Paola sembra una piccola cosa elegante, sopra il collo taurino del maschio...
Lei attende alcuni istanti, mi fissa negli occhi, forse a volermi dire - sei ancora in tempo per ripensarci - ma io mi sento stregato da quest'immagine di donna conturbante, sensuale e bellissima che tiene sotto il suo piede delicatamente velato di seta scura un poderoso e quanto mai inerte esemplare di uomo.
A questo punto Paola, sempre fissandomi negli occhi, inizia a schiacciare la gola del giovane, e spinge... spinge...
Non lo guarda nemmeno: tiene i suoi splendidi occhi fissati, con severità accusatoria, dentro i miei.
Poco dopo sento il rantolo della vittima e vedo il suo volto diventare erubescente, violaceo, vedo gli addominali tendersi, ma le braccia, le sue enormi braccia da lottatore non si muovono da terra, restano distese lungo i fianchi, non lo difendono. Anche la sua erezione è allo stremo, enorme e proporzionale alla massa dei suoi muscoli.
Non ha più ossigeno, è paonazzo e gli occhi scompaiono verso l'alto, sotto le palpebre vibranti: agonizza, ma non cerca scampo, non chiede pietà, rantola e si lascia soffocare, come se sapesse già che prima della morte, una morte esemplare, perderà i sensi e poi... e poi non sentirà più niente: si sacrificherà per devozione verso la sua padrona e a causa della sciocca, morbosa curiosità che mi ha spinto ad una sfida inutile, oltreché già perduta...
Mentre tutto questo accade lei, la Signora Di Saba (adesso so che lo è davvero), non guarda mai a terra, come se ciò che giace e muore sotto il suo bel piede non abbia il minimo valore.
A questo punto ho paura; paura di attendere, di desiderare troppo.
- Basta, Paola! Le credo... le credo! Lo lasci vivere, per carità! Mi sentirei colpevole... la imploro! -
Senza togliere il piede la donna allenta la pressione lasciando al giovane il tempo di riprendersi e di riossigenare i polmoni prima di rialzarsi.
Finalmente lo guarda; quando vede che la sua respirazione è ritornata normale, gli libera la gola e ritorna davanti.
Immediatamente l'uomo recupera la precedente posizione e la fa sedere.
Ora che vedo del giovane e possente servo di Saba l'altro suo profilo m'accorgo che il tacco di Paola gli ha aperto una lunga e sottile ferita poco sopra il collare: il sangue, lentissimo, giunge sotto la gola e qualche goccia ogni poco cade a terra.
Paola continua a fissarmi con severità.
- Si ritiene soddisfatto? -
C'è un chiaro tono d'accusa nella sua voce. Temo di aver perso parecchi punti a mio favore, se mai ne ho avuti.
- Le chiedo scusa, Paola. Non volevo arrivare a questo. No, non mi ritengo soddisfatto. Sono assolutamente... sconcertato! -
- Va bene, è scusato! - Risponde lei accarezzando la testa del giovane come si fa con un cane da combattimento, dopo averlo messo a dura prova, tra la vita e la morte.
- Sì, sono sconcertato! Ma... come arrivate a... a costringerli ad una sottomissione così, come si può dire... così definitiva? -
- Guardi che qui non c'è alcuna costrizione, Carlo! Ognuno di loro, se lo desidera, può andarsene come e quando vuole! Il fatto è che nessuno di loro lo desidera. La sconcerta anche questo? -
- Sì, parecchio... Intende dire che si sottomettono a lei, a voi, per libera scelta? -
- In un certo senso, sì. Un uomo che entra in questa casa non viene costretto a sottomettersi per forza o per mezzo di strumenti da psichiatria criminale. Si rassegni, Carlo! Non ci sono trucchi né magie! Una volta entrato, un uomo si sottomette naturalmente, sia a me che alle mie compagne. Nient'altro! -
- Che cosa vuol dire "naturalmente"? -
Paola sospira, per farmi capire che sto solo fingendo di non capire, ma che ho capito benissimo.
- Vuol dire, Carlo - riprende lei con pazienza - che la loro è più che una sottomissione: è un'ammissione d'inferiorità, di subordinazione, o di dipendenza, se preferisce. E questo, le ripeto, è del tutto naturale. -
Ho capito, lo ammetto a me stesso, e so che a questo punto devo crederle ma in qualche modo temo l'uscita dall'argomento, perché non so dove potrebbe portarmi l'altro.
- Ma, Paola... nessuno si è mai ribellato? -
- Nessuno. Nemmeno lei! -
Stoccato, lo riconosco.
- Che cosa c'entro io? -
Paola mi guarda quasi con compatimento.
- Lei si è ribellato, Carlo? -
Fingo di non capire.
- E a che cosa, scusi, mi sarei dovuto ribellare? -
- Al tacco di Rea, per esempio. -

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Published by Maurizio Crispi - in Letture
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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