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11 agosto 2018 6 11 /08 /agosto /2018 08:53

Dovevo entrare e vedere, vedere con i miei occhi

Qualunque cosa sia accaduta in quel posto non è normale

Dalla copertina e dalla IV

Pietro Grossi, Orrore, Feltrinelli (collana I Narratori), 2018

C'era una volta The Blair Witch Project, il film che, uscito nel 1999, andò alla ribalta della cronaca, poichè venne presentato come la storia vera di un gruppo di cineasti, spinti dall'ossessione di indagare su di una casa nel cuore di uno sperduto bosco nel cuore degli Stati Uniti, una casa dove si diceva fossero avvenuti dei fatti inspiegabili e delle sparizioni misteriose (e, dove, tra l'altro, la sorella di uno dei componenti del gruppo, era scomparsa senza lasciare alcuna traccia di sé). I cineasti si addentrano nel bosco, arrivano alla casa ddella Strega di Blair, la esplorano nei suoi meandri,e si mettono ad attendere, desiderosi di cogliere con i loro sensi e con le proprie videocamere qualsiasi anomalia dovesse capitare, si disperdono anche in ricerche indivividuali e man mano scompaiono, sino a che non rimase nessuno (come nella storia dei Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie). Unica testimonianza del loro incontro con l'orrore sono urla spezzate, respiri ansimanti, grida di terrore, immagini perturbanti di corridoi e stanze vuote e poi, dopo tanta concitazione senza alcun oggetto concreto di terrore, solo il silenzio. A distanza di tempo le loro riprese vengono fortunosamente rinvenute e il film ne rappresenta una sintesi. Ed è l'orrore senza spargimenti di sange, senza effetti splatter (o gore che dir si voglia), fatto solo di silenzi e di grida, di strani rumori, indefinibili ed inquietanti, sino alla dissoluzione. Blair Witch Project fu in forma di Nocumentary, la riproposta - alle soglie del XXI secolo - del tema della "casa stgata".
Ecco, Orrore, il recente romanzo di Pietro Grossi (che ha già dato prova di sè sia in romanzi più tradizionali sia nella narrativa breve anche con elementi mistery), recentemente pubblicato (Feltrinelli, Collana i Narratori, 2018) ricorda molto questo notissimo caso e, comunque, tutte quelle storie riguardanti le "case stregate".
C'è la casa nel bosco - un vecchio mulino abbandonato - che si presenta con certe inquietanti "anomalie" e che lascia supporre nella sua perturbante filigrana molti misteri; c'è ad insinuarsi la supposizione che in questa dimora qualcosa di macabro (o quantomeno strano) sia accaduto; c'è l'ossessione dell'Io narrante per questo luogo, spinto com'è dal desiderio di cavarne una storia per le sue attività di scrittore e cineasta, un'ossessione che diventa presto malata, una follia monotematica che finisce con l'annullare qualsiasi altra cosa, che faccia da contrappeso, compresi gli affetti familiari.
L'archetipo proposto è quello della "casa nel bosco", che si ritrova al centro di molte fiabe, ma c'è anche l'incrocio con molta letteratura horror di stampo lovecraftiano, e dietro di questa anche le magistrali geometrie del perturbante di Edgar Allan Poe.
La casa nel bosco è come un pozzo o un abisso oscuro sul cui ciglio si può sporgersi per dare il un'occhiata al suo fondo. Ma un'occhiata all'abisso, nelle cui profondità risiede un mostro dormiente non è mai innocua, poichè se tu ti trovi a guardare l'Orrore che se ne sta lì sul fondo avvolto in una bruma oscura, nello stesso tempo è l'Orrore ad aprire il suo occhio magnetico e e a guardare te, con tutte le imprevedibili (o prevedibili) conseguenze e contaminazioni)travasi del Male.
Il romanzo di Grossi (senza il ricorso ad espedienti di bassa lega, come nel caso di The Blair Witch Project) ci mostra che l'orrore può risiedere nel quotidiano, nelle sue piccole pieghe, e che non c'è bisogno di grandi cose (o di effetti mirabolanti) per attivare la paura e suscitare il perturbante, quel perturbante che - come ci ha insegnato magistralmente Freud - scaturisce dal nostro intimo.
L'orrore è (può essere) dentro ciascuno di noi e l'incontro con certi elementi della realtà, anche minimali, lo può elicitare e può farlo sbocciare  sino a farlo diventare un fiore malefico. In definitiva, nel romanzo di Grossi, accade ben poco, ma è il racconto dello svilupparsi e della crescita di una tensione interiore  che annulla tutto il resto e che porta alla perdita della maschera che indossiamo giorno per giorno a contare veramente.
Secondo me il teschio della copertina allude appunto a tutto questo.

(dal risguardo di copertina) Tutto ha inizio con una casa nel bosco. Una casa apparentemente abbandonata. Al suo interno, polvere e muffa dappertutto, a eccezione di alcuni angoli lindi e scrupolosamente ordinati. E poi una maschera demoniaca di cartapesta, il disegno di un bambino che sembra appeso al frigo da qualche giorno soltanto, forniture ospedaliere. Al piano superiore, una maschera ancora più inquietante, ricavata da una tanichetta opaca. L’intera casa urla che qualcosa di sinistro accade fra quelle mura, ma cosa?
Il protagonista e sua moglie sono appena rientrati in Italia per Natale: vivono a New York, e da poco è nato il loro bambino. Sono immersi nell’atmosfera morbida di quei primi mesi e approfittano delle vacanze per rivedere i vecchi amici. È allora che, seduti al tavolo di un ristorante, Diego e Lidia raccontano loro della misteriosa casa. Lui in particolare li ascolta con attenzione: è uno scrittore in cerca di storie e viene subito attratto dalla possibilità di trovare materia per un romanzo.
Durante le vacanze il pensiero torna continuamente alla casa, perciò – quando è il momento di rientrare negli Stati Uniti – la moglie gli propone di restare, da solo, a fare qualche ricerca. Accettando, lui progetta di prendersi giusto un paio di settimane. Ma quel mistero è così inesplicabile, qualcosa lo attrae così visceralmente, che il tempo e le distanze – la distanza dalla sua famiglia, ma anche quella dal se stesso che credeva di conoscere – si spalancano. Gli appostamenti davanti alla casa diventano infatti – giorno dopo giorno, notte dopo notte – qualcos’altro, come se lo sguardo si spostasse dall’esterno al centro di sé.
Pietro Grossi, scrittore inquieto e penna precisa come un bisturi, vira verso l’horror, immergendoci in ombre popolate da paure striscianti, inesprimibili, per farci poi precipitare nell’abisso. Senza più alzare gli occhi dalla pagina.
Qualunque cosa sia accaduta in quel posto, non è normale.

Pietro Grossi

L'Autore. Pietro Grossi vive a Firenze, città in cui è nato, fino ai vent'anni, poi compie per un anno un lungo viaggio in giro per il mondo. Al suo ritorno si iscrive alla Facoltà di Filosofia e frequenta la Holden, la scuola di scrittura creativa di Torino fondata da Alessandro Baricco. Inizia a pubblicare nel 2000 in una collana di letteratura italiana curata da Enzo Siciliano. Dal 2001 al 2002 è a New York dove lavora per una società di produzioni cinematografica e frequenta corsi di regia. Dal 2002 al 2006 vive tra Roma e Milano dove collabora con case editrici (correttore di bozze,  traduttore...), con un'agenzia di pubblicità, e saltuariamente anche con case di produzione cinematografiche. Nel 2006 esce il suo romanzo, Pugni, che è tra i finalisti del Premio Viareggio e dello Strega e vince importanti premi, tra cui il Premio Pietro Chiara. La versione inglese di Pugni entra in finale nell'Indipendent Foreign Fiction Prize e in Italia vince il Premio Campiello 2010.
Nel 2011 esce per Mondadori Incanto, il ritratto di tre uomini e di una generazione, cui seguono Pensiero illuminato (Kimerik 2013), L'uomo nell'armadio e altri due racconti che non capisco (Mondadori 2015) e Il passaggio (Feltrinelli 2016). Per Feltrinelli esce nel 2018 Orrore. La raccolta di racconti Pugni (Sellerio, 2006?, è stata vincitrice di numerosi premi letterari, tra cui il premio Piero Chiara e il premio Campiello Europa 2010) e i romanzi L’acchito (2007) e Martini (2010). Incanto (Mondadori, 2011) ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa per la Narrativa 2012.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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