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30 gennaio 2018 2 30 /01 /gennaio /2018 09:58

Conosce tutto di te. Vede ogni tuo gesto. Quello che non sai è se vuole proteggerti o farti del male.

Dalla quarta di copertina di "Io ti Controllo"

Gina Wohlsdorf, Io ti contrtollo, Einaudi, 2017

Presupposto della sicurezza (nel senso del termine inglese "security", ovvero la protezione da atti intenzionali che potrebbero ledere cose o persone), oggigiorno, è il controllo totale (o comunque sempre più capillare) dell'ambiente. E come si sa la Sicurezza è divenuta una delle ossessioni del XXI secolo. Anche se è ben noto che qualsiasi misura di sicurezza, anche la più sofisticata prima o poi può essere elusa.
A partire dal problema della sorveglianza dei carcerati nelle prigioni, gli uomini si posero presto il problema del controllo, senza dover ricorrere necessariamente ad uno stuolo di guardiani, inmpegnati in estenuanti turni di guardia.
A risolvere questo problema arrivò il britannico Jeremy Bentham, un filosofo e giurista "utilitarista", che con il suo dispositivo architettonico (ma in primis filosofico) il cosiddetto "Panopticon" (o "Panottico").
Si tratta di un dispositivo carcerario in base al quale i guardiani stavano in una struttura architettonica centrale (avendo tra l'altro la possibilità di entrarne e uscirne non visti, mentre i detenuti erano alloggiati in edifici connessi a quello centrale in modo tale che tutto fosse in corrispondenza visiva da parte dei guardiani. In una struttura siffatta i prigionieri, all'interno dei loro bracci, avevano una relativa libertà di movimento. La struttura panottica, tra l'altro, consentiva degli interventi immediati laddove sorgessero dei problemi.
Il filosofo francese Michel Foucault si interesso molto del dispositivo panottico nel suo studio sulle istituzioni totali manicomiali e carcerarie in particolare (si veda, ad esempio, il suo saggio "Sorvegliare e punire. La nascita della prigione", Einaudi).
Prima di Michel Foucault e delle sue teorizzazioni sui dispositivi di sorveglianza e, eventualmente, di punizione, ci fu George Orwell con la sua utopia negativa (ispirata allo stalinismo di quegli anni), 1984, nella quale Il Grande Fratello (e chi per lui) può seguire capillarmente ogni cittadino, avendo la facoltà di interloquire con lui e di interferire con le sue azioni, fermandolo (e punendolo) oppure attivando su di lui delle procedure di ricondizionamento che ne assicurino la sottomissione, laddove egli manifesti deviazioni comportamentali rispetto alla regola o esca dal solco del conformismo prescritto.
Nel campo della narrativa di intrattenimento abbiamo su questa falsariga un pregevole esempio nel romanzo di Ira Levin, Scheggia (titolo originale: Sliver), da cui fu tratto un film avvincente con titolo omonimo (Sharon Stone protagonista: in questo racconto, il proprietario di uno stabile tiene sotto stretto controllo per mezzo di un sistema segreto di videocamere a circuito chiuso tutti i suoi inquilini e ciò al fine di soddisfare i suoi impulsi da psicopatico ed assassino che, prima di compiere le azioni più efferate, vuole essere, sotto un certo punto di vista come un dio che sa tutto delle sue vittime potenziali, fin nei più minimi dettagli

 

George Orwell, 1984

Oggi, il dispositivo di Bentham è dovunque: viviamo in un mondo panottico, in cui l'occhio vigile di sempre più telecamere a circuito chiuso ci tiene d'occhio e ci registra nelle nostre azioni quotidiani: e di ciò talvolta siamo avvisati preventivamente, talaltra no.
Nulla sfugge alla registrazione continua. E tutto ciò è ovviamente - in una società di liberi cittadini (apparentemente) - all'insegna della tutela della sicurezza degli stessi individui e del contesto sociale più ampio, ma è nello stesso tempo un elemento indubbio di forte limitazione delle libertà personali e della privacy, valori a cui viene richiesto di rinunciare in cambio della "sicurezza".
Io stesso ne ho sperimentato una tipologia "soft" per così dire, ma che a quei tempi (fine anni Settanta) all'avanguardia. Ero alla scuola di specializzione di Milano guidata da un cattedratico bravo e accogliente nei confronti delle modalità più moderne - "scientifiche" - di far psichiatria, ma nello stesso ambizioso e affamato di potere. L'edificio dove mi trovavo ospitava una divisione di Pschiatria d'urgenza per quei tempi decisamente all'avanguardia perchè la Riforma psichiatrica italiana non era stata ancora attuata. Bene, il "Capo" aveva equiggiato tutte le stanze con un sistema di altoparlanti e microfoni incorporati nelle pareti di ogni stanza: con questi dispositivi la cui attivazione/disattivazione poteva essere governata soltanto da lui (all'interno della sua stanza dove si trovava la complessa centralina rice-trasmittente) egli non soltanto poteva ascoltare tutte le conversazione (senza che si sapesse mai quando era in ascolto, oviamenter), ma poteva interferire con le conversazioni in corso o poteva convicoare con urgenza chiunque dei suoi collaboratori nella Stanza del Comando. E queste chiamate, ovviamente, erano molto temute. Nello stesso il fatto di sapere che in qualsiasi istante egli potesse essere in ascolto faceva sì che, sempre, si cercasse di essere molto misurati con le parole e ligi ai compiti istituzionali assegnati a ciascuno.
Insomma, un'applicazione - apparentemente a fin di bene - delle strategie del Grande Fratello e sicuramente al servizio della paranoia del potere.

Io ti Controllo di  Gina Wohlsdorf (con il titolo originale "Security. A Novel", nella traduzione  di Alfredo Colitto), pubblicato da Einaudi nel 2017 (Collana Stile Libero Big) parla proprio di questo.
In un grande avveniristico albergo di lusso per VIP, il Manderley Resort, dotato di tutte i possibili e immaginabili confort, ma anche di un imponente apparato di sorbeglianza che abbina il principio della sicurezza a quello delle massime garanzie della privacy, a due giorni dall'inaugurazione fervono i preparativi. Solo il personale dell'hotel al completo è presente per comnpletare i lavori in vista della grande festa d'esordio.
E, intanto due killer spietati - di cui uno, indubbiamente, fortemente psicopatico - vanno uccidendo ad uno ad uno i membri dello staff. Non si sa - e non si saprà - chi siano i loro mandanti e perchè mettano in scena questa sequenza di efferati delitti. Lo fanno e basta. Vengono solo ventilate, in corso d'opera, possibili ipotesi. Ma non è questo quello che conta: cio, il sapere perchè fanno quello che fanno. Cò che conta è l'incalzare degli eventi che si susseguono come se fossero presentati ed esposti nei dettagli da un narratore che sembra essere onnisciente.
Questo è tutto quello che si può dire d'una trama avvincente ed incalzante, senza rovinare il piacere della lettura.
Il montaggio narrativo con i suoi frequenti cambiamenti di scena e, in alcuni casi, con la scrittura di eventi che si svolgono in contemporanea con l'introduzione di parti di pagina screitte a due o a tre colonne, ha un suo perchè ed è sempre meglio comprensibile alla luce di indizi continuamente sparsi nel testo e delle rivelazioni finali, sino alla conclusione, felice per i due protagonisti ma devastante per il resto dello staff e forse anche per il futuro dell'Hotel. E solo alla fine si comprenderà pienamente il perchè della particolare titolazione che è stata data ai singoli capitoli.
Si tratta indubbiamente di una prova narrativa che meriterebbe di essere trasformata in film, in un thriller dalle tinte forti e dal ritmo incalzante.

(nota nel risguardo di copertina) Due assassini si muovono per i corridoi vuoti di un albergo di lusso, tra stanze impeccabili e sale silenziose e sfolgoranti, dove tutto è pronto per un'inaugurazione che non avverrà mai. Perché, a uno a uno, i membri dello staff vengono isolati e uccisi. E prima che la notte finisca, mentre i superstiti lottano per la vita, si farà strada una verità inquietante: al Manderley Resort c'è sempre qualcuno che guarda.
Mancano solo quattro giorni alla serata di apertura del Manderley, l'hotel piú esclusivo del mondo. Il prestigioso resort sul mare offrirà ai suoi fortunati clienti il massimo in termini di lusso e sicurezza. Tessa è la persona incaricata dell'organizzazione e, nonostante l'arrivo inaspettato e spiazzante di Brian, il suo amico d'infanzia, ogni cosa sembra andare per il meglio. Ma due killer con il volto coperto iniziano a eliminare in maniera sistematica i membri del personale sotto gli occhi impassibili di centinaia di telecamere. Chi li manda? Cosa vogliono? E perché la Security non interviene? Tessa e Brian dovranno usare tutta la loro intelligenza e il loro coraggio per uscire vivi da quel luogo di sogno che si è trasformato in una trappola.
L'Autrice. Gina Wohlsdorf è nata a Bismarck, in North Dakota, e si è laureata all'Università di Tulane prima di prendere un MFA in scrittura creativa all'Università della Virginia. Io ti controllo è il suo primo romanzo.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

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